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Editore: UTET
Collana: Atlanti
Anno edizione: 1999
Pagine: VIII-452 p. , ill.
  • EAN: 9788802054001


Bianucci, Piero (a cura di), Atlante della Terra, Utet, 1999
Stiebing, William H.Jr., Antichi astronauti, Avverbi, 1999
recensioni di Tozzi, M. L'Indice del 1999, n. 10

Villa Malaparte a Capri. Nonostante le sue proporzioni geometriche rigorose, la sua forma monolitica e la sua misteriosa vela bianca svettante sul rosso dei mattoni, nessuno si sognerebbe mai di pensare che il rapporto della base per l’altezza formi qualche numero magico, né che la sua disposizione spaziale possa rappresentare la fedele riproduzione di una qualche costellazione. Eppure basterebbe qualche calcolo accorto perché le proporzioni risultino magicamente sbalorditive e perché si possa ottenere – che so io – una qualsiasi infinitesima parte della distanza fra la Terra e un altro corpo celeste, ovvero avere come risultato il numero dei lampioni di Napoli o l’altezza del vicino Vesuvio.

E il Colosseo a Roma: la sua pianta ellittica non sembra fatta apposta per decolli intergalattici? Ciononostante, chi si sognerebbe di pensare che possa, in realtà, rappresentare una navicella spaziale di civiltà aliene in visita all’Urbe più di duemila anni fa?

Realizzazioni dell’uomo moderno, oppure antichi monumenti ben studiati, non danno adito ad alcuna suggestione iperurania; se solo ci spostiamo verso i templi greci o alle piramidi egizie, saltano invece fuori le relazioni più strane, i misteri più inspiegabili, e nessuno spazio sembra resti al caso: tutto è determinato da precise relazioni astronomiche che conducono a una sola storia comune. Esseri extraterrestri visitarono la Terra oltre 10.000 anni fa e furono venerati come dèi per le loro straordinarie conoscenze scientifiche; essi stessi alterarono il Dna dei primati creando i primi uomini e trasferendo loro il patrimonio tecnologico di cui noi oggi possiamo osservare il retaggio espresso, in forma più o meno simbolica, nella disposizione di templi e statue. Manufatti "impossibili" – come reperti fuori fase rispetto alla tecnologia dell’epoca in cui sono stati prodotti –, bassorilievi e affreschi enigmatici, riletture in chiave tecnologica di avvenimenti e personaggi, e recupero dei maggiori evergreen dell’immaginario pseudo-archeologico, questi gli elementi per la confezione di un cocktail clipeologico che milioni di persone ogni giorno si bevono sotto ogni latitudine.

È bene comunque che gli scienziati conoscano questi testi e si interroghino sul loro successo, abbandonando la scelta di non scendere in campo pur di non conferire credibilità a chi cerca, comunque, solo popolarità. Che si parta da Erich Von Daeniken o da Peter Kolosimo (Astronavi sulla preistoria, Mondadori, 1995), o dal più moderno e accattivante Graham Hancock (Impronte degli dei, 1996, e Lo specchio del Cielo, 1998, entrambi per Il Corbaccio), sarebbe bene provare – fosse anche solo per esercizio – a controbattere tesi che, paradossalmente, non sono facilmente smontabili e che contano sul desiderio di sogni a buon mercato del grande pubblico, sul clima fantascientifico innestato ormai nella vita quotidiana e su un clamoroso analfabetismo astrofisico e geologico.

Stiebing realizza il sogno proibi-to di molti scienziati, confrontarsi con il paradosso e con l’ignoranza, smontando pezzo per pezzo le ipotesi dei paleoastronautologi e mettendone in luce le numerose contraddizioni e falsità. E tutto torna agevolmente nella sua giusta luce se poi si ha a portata di mano un testo ortodosso, frutto del pensiero scientifico, che in sintesi ripercorra la storia del pianeta e della sua struttura in modo antologico, con immagini strepitose e grafici accattivanti ma rigorosi. Con un simile supporto il confronto acquisisce corpo maggiore e si evitano le suggestioni del sogno a favore di quelle di un non meno stimolante dato concreto – suggestioni esaurientemente coordinate da Bianucci nell’Atlante della Terra.

C’è un altro filo sottile che lega l’Atlante agli Antichi astronauti: nel primo una serie di schede (curate perlopiù dall’antropologo Alberto Salza) apre finestre sul mito e sulle religioni, e su come questi abbiano da sempre cercato di spiegare i fenomeni naturali ricorrendo a dèi alloggiati negli spazi celesti. Nel secondo si percorre il cammino inverso, smantellando quanto peraltro neanche gli antichi si sognavano di asserire. Il cosiddetto astronauta di Palenque è simile a molte altre figure sepolcrali ed è piuttosto un sacerdote o un re al momento del trapasso, né sembra che quello indossato come copricapo sia un casco spaziale (che peraltro, sotto, lo lascerebbe nudo), anche se ciò non svela i misteri di civiltà apparse e scomparse in maniera repentina. Le piramidi egiziane non hanno niente a che vedere con quelle centroamericane, né con quelle mesopotamiche – che non erano tombe –, ma nei miti ci sono somiglianze non necessariamente slegate rispetto all’origine, visto che i fenomeni naturali sono simili in tutto il mondo e possono aver trovato uguali descrizioni un po’ dovunque. Del resto se le culture della Terra fossero state originate tutte da comuni antichi viaggiatori del cosmo poi scomparsi, a loro chi le avrebbe insegnate? Insomma il problema dell’inizio andrebbe solo spostato in qualche altro luogo dell’Universo, e allora perché non qui?

Anche l’Atlante parte da un punto di vista antipodale: quello dello spazio (un po’ come se la Terra fosse vista dalla Luna), dal quale meglio si apprezzano i caratteri sistemici e l’organicità delle "sfere", quasi a dare ragione a chi vuole Gaia un organismo vivente. Sotto l’aura unificatrice della tettonica delle placche, l’Atlante è un meraviglioso volume di concetti resi per immagini, un testo per studiare e per riflettere da prospettive inconsuete, e per far viaggiare la fantasia da basi testimoniali che hanno ormai il carattere organico di una teoria acclarata. Certo si sogna meglio di fronte al mito di Atlantide, e poco importa che Platone ne abbia scritto in modo chiaramente allegorico e antinomico e che non se ne riscontrino tracce geologiche in alcuno degli oceani. Non parliamo poi delle figure di Nazca: interpretate come piste d’atterraggio di astronavi stellari (ma non decollavano in verticale?), sembra siano soprattutto figure votive che possono sì essere riconosciute solo dall’alto, ma proprio perché agli dèi erano dedicate, non agli uomini.

Leggere l’interno della Terra, quando il pozzo più profondo mai scavato arriva sì e no a soli 15 dei 6371 chilometri di raggio, sembra un’idea simile a quella di interpretare l’Iliade come una guida astronomica per i misteri delle stelle (lo stanno incredibilmente facendo i coniugi Wood…), ma la differenza, enorme, è tutta nel metodo: da una parte i sembra, le impressioni, le sensazioni, dall’altra i dati, pochi, magari sporchi, ma comunque dati. Grande merito a Stiebing che si è messo in discussione su un palcoscenico che gli scienziati in genere rifiutano e che ci ha dotati anche di un prezioso vademecum per l’esegesi accorta di testi a tesi paleoastronautica. Come ci illustra, questi hanno in genere struttura antologica e volutamente ripetitiva, senza approfondimenti, contengono salti spazio-temporali frequenti e improbabili, de-contestualizzano tutto quello che si può, tentando omologazioni improponibili (per esempio le piramidi tutte uguali, anche se fra quelle egizie e quelle americane ci sono secoli di differenza); ricorrono inoltre a un metodo che tutto è fuorché scientifico, e, infine, pur contrapponendosi come novelli Galilei all’ortodossia accademica che li odierebbe perché invidiosa, non rinunciano a citare, quale prova definitiva a loro sostegno, ogni professore, ancorché sconosciuto, che possa avallare parte delle loro teorie.

In tutto questo poi si perde anche quel poco di veramente misterioso che comunque resta, come i segni dell’erosione fluviale attorno al basamento su cui è montata la Sfinge. Fiumi nel deserto ci potevano essere 10.000 anni fa, non certo 2500 o 3000, momento in cui si crede sia stata eretta. Ma per rendersi conto di quei fenomeni l’Atlante della Terra resta un punto di vista di gran lunga migliore.