Autobiografia di una repubblica. Le radici dell'Italia attuale

Guido Crainz

Editore: Donzelli
Collana: Saggine
Anno edizione: 2009
Formato: Tascabile
In commercio dal: 29 luglio 2009
Pagine: 239 p., Brossura
  • EAN: 9788860363848
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    Antonio D'Agostino

    11/06/2010 15:14:29

    da leggere!

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    Roberto

    24/10/2009 15:15:04

    Se a qualcuno interessa capire in sintesi "dove affonda le sue radici l'Italia di oggi", dovrebbe leggere questo agile saggio, che conferma le doti di Guido Crainz nel saper leggere in controluce la storia del nostro paese. Probabilmente l'argomento avrebbe meritato uno sviluppo maggiore, e di conseguenza un'analisi più approfondita, per ciò che riguarda alcuni passaggi recenti (dal '94 in poi, per intendersi). Comunque nel complesso lavoro sobrio e lucido, con riferimenti calzanti ed analisi asciutta.

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Il libro, bello e angosciante, di Crainz si apre con una serie di domande sul "problema italiano": che cos'è l'Italia? chi sono gli italiani? perchè l'Italia non è un paese normale? Ciò che si da per scontato è che il paese attraversa una profonda crisi di identità che, pure avendo le sue origini in tempi relativamente lontani, ha la sua causa, secondo l'autore, negli anni ottanta, quando fallirono sia l'esperimento comunista sia quello dell'asse Craxi-Andreotti-Forlani, travolti poi da Tangentopoli e dall'ascesa di Berlusconi.
Crainz chiama il suo libro "autobiografia", ma un'autobiografia è il testo scritto dal protagonista. Le voci che popolano questo libro, invece, sono quelle di una schiera di commentatori, giornalisti e studiosi (una parte importante dell'intellighenzia italiana) che hanno commentato, in maniera molto critica, le vicissitudini del paese dagli anni cinquanta in poi. Non manca nessuno: da Ernesto Galli della Loggia a Claudio Magris, da Michele Salvati a Ezio Mauro, da Eugenio Scalfari a Massimo Riva e molti altri personaggi chiave, quasi tutti, ma non tutti (ad esempio Indro Montanelli e Sergio Romano), provenienti da un'area politica che si potrebbe definire laica-socialista o, per dirla all'americana, "liberal" (o come usava dire un mio amico italiano, quelli che pure essendo molto intelligenti perdono sempre). Piuttosto che un'autobiografia, questo testo mi sembra essere una biografia scritta a più voci da chi è stato, è, e, purtroppo, sembra destinato a rimanere deluso dalla condizione dell'Italia. I grandi assenti di questa "autobiografia" sono invece gli italiani, quelli che amano Berlusconi, o che votano per la Lega, o che vanno in chiesa tutte le domeniche e che pensano che la televisione sia meravigliosa e che non leggono mai i giornali. La voce di questo popolo non si sente molto: qualche sondaggio, qualche nota sulla corruzione, sul fenomeno mafioso e sull'evasione fiscale, qualche dato Censis e qualche accenno sui grandi cambiamenti causati dalle trasformazioni economiche di questi ultimi cinquanta anni. Ma il fulcro del libro è costituito dalle citazione di commentatori (oltre seicento note a piè pagina in un testo lungo un po' più di duecento pagine) che si lamentano del fatto che i loro concittadini vivono in un paese privo di regole e per giunta consapevole di ció. Questi concittadini sono sempre più disincantati dalla politica (anche se, come rileva Crainz, malgrado il declino di questi ultimi decenni, si vota molto e, comunque, permettetemi di aggiungere, si vota molto di più che negli altri paesi, sopratutto nei paesi "modello" del mondo anglosassone). E i commentatori sono disincantati dagli italiani.
Si tratta di un vero e proprio coro di "patrioti" (nel senso migliore della parola) che hanno sofferto e che soffrono più che mai per la cosiddetta "anomalia" italiana. Ma i problemi e le categorie che vengono esaminati in questa vera e propria antologia critica vengono raramente esaminati in chiave analitica o comparativa. Partiamo dal concetto di anomalia (ci sono altri problemi che, tradizionalmente, vengono commentati, quali la questione della continuità e quella della rivoluzione mancata, ma nello spazio a disposizione conviene soffermarci sull'anomalia). Una cosa è anomala se è diversa dalla norma. Ma quale sarebbe la norma? La Gran Bretagna? La Francia? La Germania? O gli Stati Uniti? Ognuno di questi paesi si considera, nel bene e nel male, anomalo. I francesi discutono dell'exception française, gli americani dell'American exceptionalism e del Manifest Destiny, i tedeschi della loro Sonderweg. In quanto agli inglesi, la loro storiografia tradizionale autocelebrativa riteneva il sistema parlamentare britannico essere lo zenit dello sviluppo politico, anomalo perchè superiore. Per gli intelletuali italiani, naturalmente, l'anomalia italiana è sempre negativa. Per di più non è sempre la stessa. Dipende dal periodo nel quale ci si trova. Una volta, prima di Tangentopoli, l'anomalia consisteva nel fatto che non c'era ricambio politico. L'opposizione (comunista) non riusciva o non poteva diventare governo. Per alcuni la colpa era dei comunisti stessi, rei di essere comunisti, per altri era degli altri partiti che si erano accordati (la famosa conventio, il latino donava gravitas alla teoria) per escludere l'opposizione (mentre negli altri paesi, come si sa, dopo un po' i vincitori si fanno da parte per amore del fair play). Per altri ancora la colpa era degli americani (o dei servizi segreti) che si opponevano all'avvento dei comunisti in Italia (ma non in Francia, vedi il primo governo Mitterrand). Insomma il bipartitismo, in Italia, era imperfetto (come se il bipartitismo sia la norma).
Alla fine, poi, questo sistema non è stato distrutto da piani segreti, trame americane o comuniste e neanche da una normale rivolta elettorale, ma in modo imprevedibile, come succede di solito. Con Tangentopoli si arrivò a una rottura. Il regime democristiano fu defenestrato, assieme con i suoi partiti alleati. I comunisti divennero post-comunisti (e anche i neo-fascisti abbracciarono il post-ismo). Finalmente il bipartitismo divenne possibile. E infatti ci fu un avvicendamento. Ma è subentrata un'altra anomalia. I vincitori della disfatta del sistema della Dc non sono stati i riformisti socialdemocratici alla svedese o un fronte di socialdemocratici riformisti contrapposti a onesti e normali conservatori, ma un nuovo gruppo dirigente costituito da uno strano personaggio, l'attuale primo ministro, che è davvero anomalo in quanto non si trova un suo corrispettivo in nessun paese europeo: è alla testa di un partito che gli appartiene completamente in quanto lo finanzia (cosa mai vista in Europa o in Nord America); è alleato con un altro partito anche questo un po' anomalo, quello guidato da Bossi (solo "un po'", avendo questo degli equivalenti in altri paesi, anche se raramente arrivano al governo: l'Austria Felix è tra queste eccezioni), e con un partito che, originariamente, era l'unico a essere esplicitamente bandito dalla Costituzione.
La critica non poteva più rivolgersi verso i partiti, o la partitocrazia, o i comunisti, o gli americani. Né poteva essere rivolta esclusivamente contro Berlusconi, il quale, dopotutto, veniva regolarmente eletto. La critica doveva investire anche gli elettori e cioè il popolo italiano. La cosa, in realtà, non è del tutto nuova. Tra le centinaia di citazioni puntualmente riportate da Crainz, ne troviamo molte che riconoscono che il problema non è solo quello del ceto politico. Tra i veggenti c'è Eugenio Scalfari, il quale, nel lontano 1987, davanti al fenomeno televisivo di Celentano scriveva: "Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l'esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico". Ed è ancora Scalfari che, un quarto di secolo fa, annunciava, dopo lo scandalo Fiumicino, la morte della Repubblica democratica "fondata sulla volontà popolare, della quale non resta ormai che la carcassa inerte, divorata da piccoli roditori e da grandi avvoltoi".
Purtroppo è molto più semplice cambiare i partiti che cambiare gli elettori, come ironicamente scriveva Brecht nella sua famosa poesia Die Lösung (La soluzione). E sugli italiani si sa, a me sembra, ancora relativamente poco.
Donald Sassoon