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Sigmund Freud, Oskar Pfister

Collana: Temi
Anno edizione: 1990
Pagine: 204 p.
  • EAN: 9788833905495
FREUD, SIGMUND / PFISTER, OSKAR, Psicoanalisi e Fede. Lettere tra Freud e il pastore Pfister 1909-1939

FREUD, SIGMUND / PFISTER, OSKAR, L'avvenire di un'illusione. L'illusione di un avvenire
recensione di Ranchetti, M., L'Indice 1991, n. 6

Da qualche tempo sembra rinnovarsi un interesse particolare per le possibili interpretazioni del rapporto fra psicoanalisi e religione. Le ragioni sono di diverso carattere e di diversa origine, e non ultima il fatto che il magistero ecclesiastico, in alcuni recenti pronunciamenti (in realtà molto timidi e quasi premurosi di non varcare spavaldamente soglie così a lungo interdette), sembra accordare al tema della conoscenza di sé non immediatamente riconducibile agli strumenti tradizionali della confessione e della guida spirituale un'attenzione rinnovata, capace di accedere anche ai territori dell'analisi "psicologica" se non immediatamente della psicoanalisi. Per questo, è opportuna la ripresa di testi non recenti, alcuni già editi, come l'epistolario Freud-Pfister offerto ora anche in appendice antologica all'edizione di testi "esemplari", modelli della controversia fra psicoanalisi e religione, o tra illusione e religione, dei primi trent'anni del secolo. In realtà, i due testi qui presentati (l'epistolario e i due saggi) sono si testi esemplari e per così dire archetipici, ma sono anche testi polemici e parziali.
A ricostruire le ragioni di questi stessi testi concorrono però, per fortuna, altre fonti: esemplare, a questo riguardo, l'intervento di Pier Cesare Bori al convegno "L'opera di Freud a cinquant'anni dalla morte", tenutosi a Bologna nel maggio 1989 e pubblicato ora in "Psicoterapia e scienze umane", n. 3, 1990, con il titolo: "Oskar Pfister: "Pfarrer in Zuric" e analista laico". Grazie allo studio di Bori e ai molti dati che egli ci fornisce ne sappiamo quindi di più e possiamo leggere la controversia in un contesto che la rende più comprensibile. Ma è solo un primo passo, perché le lettere che noi abbiamo sono solo una piccola parte dell'epistolario fra Freud e il pastore in Zurigo: altre, forse molte, sono state distrutte, altre ancora non sono pubblicate nella scelta per ragioni di censura, ma si conoscono alcune citazioni che figurano nella recente biografia di Freud di Peter Gay. Si tratta, dunque, di una controversia particolare che si svolge in un momento particolare della storia del movimento analitico e che dipende da questa storia e serve a questa storia. Freud e Pfister si pongono qui come membri di un'alleanza (e lo saranno ancora di più, allorché Jung si scioglierà dall'obbedienza) che ha per compito, appunto, la diffusione della psicoanalisi da una parte, l'uso della psicoanalisi per la cura d'anime, dall'altra, un primo momento, in un certo senso, di quella che avrebbe potuto essere, e non è stata, una grande "rivoluzione" nel campo della coscienza individuale, aggredita e curata da due versanti: quello dell'analisi individuale "laica" e quello della cura "religiosa". Della possibile alleanza, il più consapevole è Freud, il più entusiasta Pfister che crede, nella sua indefettibile ingenuità, di aver scoperto uno strumento che può agevolargli il lavoro nella sua "cura d'anime", la psicoanalisi appunto, dottrina e metodo da lui, si direbbe, solo in parte compresi e "del tutto" accettati.
L'epistolario, almeno quello che si conosce finora, è la storia, breve, di un'amicizia e di questa alleanza, e come tale è stato letto, ma, almeno mi sembra, la lettura che ne è stata fatta è stata sin troppo generosa, attribuendo alle lettere un valore che va oltre la testimonianza del rapporto fra due che hanno in comune una prospettiva di "cura" e di "salvezza", per riconoscere nelle lettere una possibile definizione teorica del rapporto fra psicoanalisi e religione (o fede, come dice il titolo dell'edizione italiana dell'epistolario). A impedire che l'epistolario ma anche i due testi teorici, per certi aspetti, acquistino il valore di una controversia, appunto, teoretica, stanno, secondo me, due ragioni: la prima è che Freud, come appare da molte osservazioni nelle stesse lettere, e in altre lettere e testimonianze degli stessi anni (in particolare con Jung), si mostra reticente con Pfister perché ha bisogno del suo consenso (insperato e accolto con molta ironia) per la sua strategia di conquista; la seconda è che Pfister ha della "religione" una concezione non certo confrontabile per forza e "attualità" con quella dei teologi a lui contemporanei. Ad esempio della rivoluzione di Barth, che pure gli era accanto, e negli stessi anni, Pfister non sembra sapere nulla, ancorato a una teologia liberale di fine secolo in cui opera, certo, una dissoluzione delle strutture più direttamente dogmatiche, ma in favore di una "essenza" del cristianesimo che è certamente molto più precisa e determinata della "religione" del pastore zurighese. Inoltre, a me sembra, in queste lettere non appare a sufficienza ciò che è il proposito di Freud, che Pfister sembra non cogliere, nella sua generosità ingenua: la conversione dello stesso Pfister. In altri termini, è Freud che, con prudenza pari alla sua certa determinazione, si propone di convertire Pfister alla considerazione della "religione" come illusione, e non è certo Pfister che vuole convertire Freud ad un "uso" diverso della psicoanalisi. Si tratta, dunque, anche di un equivoco, forse consumato da entrambe le parti per un proposito appunto di servizio ad un fine comune.
Le "vere" idee di Freud sulla religione appaiono in altri testi e, secondo me, molto più in opere come il "Mosè" che non nell'"Avvenire di un 'illusione". Dove, però, si deve ricordare che la stessa dissoluzione della "religione" - non certo sufficientemente esemplata nei suoi modi e caratteri, come invece sarà altrove, in Freud - è parte di un progetto di dissoluzione molto più ampio, che avrebbe dovuto investire i presupposti che regolano ad esempio gli ordinamenti statali, e ben altro, un progetto di antropologia e di cosmologia (ma anche di storia del mondo e, in esso, dell'umanità) che Freud aveva cominciato a redigere, e ha creduto di dover abbandonare, ma di cui restano alcuni caposaldi negli scritti di metapsicologia e forse in alcuni frammenti non ancora ritrovati, se si ecccttua quella "Sintesi delle neurosi di traslazione" recentemente pubblicata. Per Freud, dunque, l'illusione della religione è una delle molte illusioni e forse, almeno qui, neppure la più rilevante. Accogliere, allora, l'epistolario con Pfister e i due testi come confronto fra psicoanalisi e religione è non solo eccessivo, ma forse sbagliato. Pfister non vede l'antropologia di Freud, come Freud non sembra interessato alla "cura d'anime": lo stesso termine, che Freud usa per designare la professione di Pfister non sembra richiamare in lui alcuna memoria religiosa estraneo com'è, credo, alla sua cultura religiosa. Se poi ci si avvicina al alcuni caratteri della psicoanalisi come metodo terapeutico, non si può non riconoscere che la "conversione" che pure vi figura non è certo relativa ad un "valore" e tanto meno ad un precetto evangelico. E tuttavia non tutto è ambiguo e strumentale o equivoco, in questa alleanza, qualcosa di importante è stato visto e vissuto, a parte la vera amicizia fra Freud e il pastore di Zurigo. Qualcosa di più possiamo sapere e capire da altre fonti, ad esempio dai "Protocolli della società psicoanalitica" dove, nella seduta del febbraio 1909, Freud riferisce di un testo di Pfister: "Psychoanalytische Seelsorge und experimentelle Moralpadagogik".
Qui Freud si pronuncia su alcuni elementi molto rilevanti della "differenza" non compresi da Pfister. Scrive Freud: "Pfister non rileva abbastanza che i successi sono dovuti in principio sempre solo in virtù della traslazione. Questo deriva forse dal fatto che per Pfister è facile liberarsi di questa traslazione. La Religione è la forma più comoda della sublimazione che viene facilmente compiuta da molti. Il Pastore rivolge a Dio l'amore a lui indirizzato e questa via è già stata apprestata da lungo tempo. Dal medico, d'altra parte, questo spesso non riesce, quando si tratta di risolvere la traslazione, dal momento che il medico non ha da offrirgli alcun sostituto a riguardo. In questo contesto sembra possibile sostenere che l'aumento di nevrosi sia connesso con il diminuire della religiosità". Qualche tempo dopo, esaminando un altro testo di Pfister, nelle sedute della società, nel marzo 1910, Tausk dirà che "Pfister commette un errore, nella sua 'terapia' per quanto riguarda le intenzioni ultime della psicoanalisi. Egli esegue il cosiddetto 'sollievo dalla colpa' in modo tale da sottrarre alla gente tutto ciò che vi attiene, ma di caricarla del sentimento di responsabilità di fronte a Dio, i genitori, in misura accresciuta". Appare, dunque, a me sembra, come fosse il pastore, la persona da convertire, nel senso di fargli compiere un cammino che, dalla "cura d'anime" ancora praticata, con il concorso del metodo analitico, lo conducesse a liberarsi dagli universi dell'illusione religiosa. Un'ulteriore conferma di questa pedagogia di Freud nei confronti di Pfister è offerta dalle lettere di Freud e Jung, dove si parla molto spesso del pastore zurighese, sempre con accenti di rispettosa ironia: "Pfister è un'egregia persona, naturalmente nevrotico, a sua volta, ma non gravemente. Niente lo spaventa, professa coraggiosamente ciò in cui crede e ha una notevole intelligenza. Saprà combinare qualcosa di buono? Che cosa? Non lo sa ancora. Il miscuglio medico-teologico riesce piuttosto strano. La sua meta provvisoria si orienta naturalmente verso le sublimazioni, il che del resto è inevitabile se si tiene conto della sua intelligenza" (lettera a Freud del 19 gennaio 1909). Freud risponde: "Io e i "Protestantische Monatshefte [dove era apparso il saggio di Pfister sulla cura d'anime psicoanalitica]: roba da matti! Ma va bene così. Sotto certi riguardi i preti psicoanalisti si trovano in condizioni migliori, e del resto non hanno nulla a che vedere col denaro" (lettera di Freud a Jung del 25 gennaio 1909).
Tra Freud e Jung il giudizio "positivo" su Pfister non muta, ma è più libero e si connette con la "stranezza", da parte di Freud, di avere a che fare con gli stessi termini della teologia: "prendevo tutte le similitudini del complesso: fiamma, incendio, rogo ecc. Non potevo farci nulla, il rispetto per la teologia mi aveva fissato sulla citazione" (in una lettera a Pfister). "Ma non importa - prosegue Freud -, l'Ebreo brucia sul rogo (Lessing). Non mi ero ancora abituato ad avere rapporti così buoni con un teologo protestante". Ma è un giudizio, in un certo senso "provvisorio". Freud riconoscerà che Pfister gli ha fatto del bene, perché ha saputo agire in modo moderatore sull'impulso del suo complesso paterno, ma scrive: "Mi sembra dubbio che egli possa, alla lunga, conservare il resto di fede che ha; si trova all'inizio di un'evoluzione di vaste conseguenze". E più tardi, lo inscriverà nei "colonizzatori di altre province", insieme con mitologi, linguisti e storici della religione, di cui, scrive, "ho una gran voglia" perché altri menti dovremo fare tutto da soli (lettera a Jung del 19 dicembre 1909).
Pfister è dunque utile, forse necessario, al progetto di conquista e di distruzione delle illusioni una sorta di "ostaggio volontario", lui, fedele fra gli infedeli, in un cammino di conversione e di liberazione. Che non ci sarà, perché Pfister praticherà quella sua forma particolare di psicoanalitica cura d'anime fino alla fine e non perderà la fede. I timori affettivi di Freud - che però si compiace dei risultati della psicoanalisi su di lui ("La psicoanalisi comincia a plasmare dei destini", scriverà quando saprà che Pfister ha sciolto il suo matrimonio, mentre un "uccello carico di veleno cadaverico", che porta un nome di ragazza, sta attirando piano piano Pfister sul sentiero dei senza Dio, come gli ha scritto Jung) - e soprattutto la sua speranza non si realizzeranno. Pfister gli rimarrà fedele, quando Jung lo abbandonerà, ma come un amico fedele anche alla sua illusione.