Traduttore: M. Belardetti
Editore: Adelphi
Edizione: 7
Anno edizione: 2005
Pagine: 83 p., Brossura
  • EAN: 9788845919718
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    manuela

    15/05/2016 20:21:04

    Semplice, veloce e scorrevole dove insegna che la ricchezza non è nelle cose materiali...

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    Mariella

    10/03/2016 17:34:21

    Romanzo di poche pagine, praticamente un racconto. Carino e poco impegnativo, perfetto per passare piacevolmente un pomeriggio sul divano.

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    Ros

    30/01/2016 10:09:19

    Breve, ma significativo. Speravo solo in un finale diverso!

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    Elisabetta

    02/11/2015 11:54:15

    Sono d'accordo con Patrizia che definisce questa piccola opera come talentuosa. Il linguaggio, come sempre, è raffinato e d'effetto e la Némirovsky riesce con poche pennellate a delineare perfettamente il carattere dei personaggi che popolano questa storia. Ognuno ha una spiccata personalità. Persino il padre, che sembrava un'ombra di passaggio, emerge alla fine del libro e il messaggio è inequivocabile; l'animo umano può essere fragile e controverso a qualsiasi età, i sentimenti spesso ci sopraffanno e la vita scorre via troppo velocemente per essere afferrata e goduta a pieno, lasciando dietro di sé frustrazione e disagio. Non concordo con chi descrive Antoinette come 'odiosa'. L'adolescenza è il periodo più delicato nella vita di un essere umano e la scrittrice ha saputo dipingere con tinte molto forti il disagio di questa ragazzina pronta per l'amore e la felicità, ma derisa e schiacciata da una madre isterica e insoddisfatta e da un padre totalmente assente. La frustrazione di Antoinette si trasforma in un odio palpabile, inevitabile forma di autodifesa da parte di una giovane donna che si vede osteggiata e disprezzata da coloro che invece dovrebbero aiutarla ed amarla più di chiunque altro. Considerando l'incomunicabilità abissale che spesso si instaura tra genitori e figli, questo breve racconto è, più che mai oggi, di grandissima attualità.

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    Patrizia

    15/06/2015 23:37:13

    Ottima scrittura. Operetta talentuosa, sbrigativa, piacevole, dove ogni cosa è utile al fine. Da conoscere.

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    Alessandra

    12/05/2014 23:08:32

    Piccolo grande libro. Assolutamente da leggere...

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    Ady

    06/05/2014 08:54:41

    La piccola Antoinette vessata dalle continue critiche e prepotenze della madre arrivista e avida, si vendicherà in modo perfetto. Un racconto conciso, ironico e scritto benissimo, che in poche pagine fornisce una descrizione accurata del mondo dei parvenue, con le sue ipocrisie di fondo, ancora oggi validissima.

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    Elena

    25/02/2014 16:49:29

    Breve ma indimenticabile, ti tocca nella carne, rappresentando spietatamente il cinismo e la sofferenza già abbondantemente provati da una quattordicenne. La madre, arricchita ridondante e isterica, è grottesca, a tratti ridicola ma sostanzialmente è una figura tragica, per certi versi analoga alla altrettanto irrisolta Jezabel. Magnifico scritto. Némirovsky meravigliosa sempre.

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    B63

    11/11/2013 11:37:28

    La solita inimitabile Nemirovsky: il suo superbo stile letterario fa cogliere ogni istante ed ogni contesto che narra, anche quando il racconto non supera le 100 pagine. Unica.

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    giorgio g

    11/06/2013 08:54:46

    Ancora un piccolo gioiello di Irène Némirovsky, la scrittrice rivelazione degli anni trenta che doveva terminare la sua breve esistenza in un campo di sterminio nazista. È il suo secondo libro dopo l'esordio fulminante con "David Golder". Nel raccontarci la storia della vendetta della piccola Antoinette sulla madre, la "parvenu" Madame Kampf, ha voluto ironizzare sui nuovi ricchi che, allora come ora, infestano la società. Lo fa con uno stile minimalista: poche pagine, pochi personaggi, uno stile semplice: e' più una novella che un romanzo, forse ci ricorda Maupassant?

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    daniela53

    31/05/2013 11:27:05

    Carino, veloce, ben scritto, altro non vale la pena di dire!

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    lalla

    28/05/2013 10:39:19

    Ho scoperto questa nuova ed economica collana di romanzi della Newton Compton Editori a 0.99 euro,ho letto questo piccolo capolavoro che ho apprezzato molto. Un racconto breve, coinvolgente, intenso, lucido, vivido, conciso l'autrice rende appieno l'ambiente, i personaggi come la famiglia "parvenue" in particolar modo la madre che vuole farsi accettare da l'alta società, trascurando la giovane figlia, che riuscirà a vendicarsi. Nella sua semplicità è un racconto indimenticabile anche se a tratti agghiacciante.

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    Sweeney

    16/05/2013 11:48:56

    Semplicemente delizioso. A dispetto di chi l'ha definito "una favoletta" o di chi biasima il fatto che "non abbia nulla da insegnare" (da quando in qua i libri hanno una qualche valenza educativo-didattica??). Personaggi che sarebbe semplice liquidare con un "grotteschi"; ne conosco (ma non frequento, grazie a dio) di simili, eccome...nella madre di Antoinette, Rosine,sguaiata, isterica, eccessiva nel suo voler esibire la ricchezza da poco acquisita, ho riconosciuto una "signora" di un paese in cui ho abitato per anni. Perfetto. Veloce, rapido, arriva subito al segno. La vendetta, seppur inconsapevole, è un piatto da servire freddissimo.

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    betty

    07/05/2013 12:21:15

    Un racconto veloce, spietato e incisivo! una favoletta da leggere in un'ora...ma senza troppe aspettative!

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    Alessandro

    26/04/2013 16:36:24

    Un libro che da insegnare non ha un bel niente; decisamente insopportabili i personaggi,compresa la protagonista...

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    nadia

    20/04/2013 19:14:48

    La scrittura della Nemirovsky è spietata nella sua semplicità. Non c'è spazio per l'amore, il perdono o la serenità in questo racconto, perchè tutto è rancore, arrivisimo, invidia... La madre preclude alla figlia le occasioni di divertimento, probabilmente considerandola una possibile rivale nella sua ricerca di un giovane amante; la figlia, dal canto suo, ha lo stesso temperamento egoista, invidioso e rancoroso della genitrice: ritiene che, per ottenere la felicità, sia necessario scavalcare il prossimo. Che dire? Ancora una volta la Nemirovsky mi ha stupito per la semplicità e limpidezza con cui scrive storie tanto agghiaccianti. Ma forse, per me, ci vuole un po' di luce in più...

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    faffa

    06/04/2013 13:07:53

    Ho letto questo piccolo capolavoro nell'edizione a 0.99 euro della Newton Compton Editori (nuova ed economica collana di romanzi) e nella traduzione di Alessandra Di Lernia preceduta da un'introduzione appassionata e approfondita di Maria Nadotti. Proprio grazie alla brillante introduzione sono riuscita ad approcciarmi al romanzo "Il ballo" con consapevolezza e interesse: nella narrazione vivida ed intensa della Nemirovsky si riesce a percepire come la quattordicenne signorina Antoinette Kampf rappresenti l'alter ego dell'autrice e come la signora Rosina Kampf e il "piccolo ebreo scarno" Adam Kampf rappresentino i genitori "parvenue" assenti e assetati di mondanità e apparenza dell'autrice stessa. La vendetta di Antoinette/Irene nei confronti dei genitori in fribillazione per il ballo-entrata in società è spietata, anche se il romanzo si chiude con un "povera mammina": parole di affetto, tenerezza e pietà di Antoinette/Irene nei confronti della mamma per la quale il ballo "era ora l'ultima occasione" per sedurre un "amante" che avesse dato senso ai suoi "soldi, i bei vestiti e le macchine di lusso", prima che fossero arrivati "gli ultimi anni prima della vecchiaia, quella vera, senza rimedi, quella irreparabile".

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    Lorena

    05/04/2013 21:23:01

    "sporchi egoisti, sono io che voglio vivere , io, io, sono giovane, io... Mi derubano, mi privano della mia parte di felicita' in terra..." Antoinette, figlia quattordicenne di Rosine e Alfred, divenuti ricchi all'improvviso, non viene presa in considerazione dai suoi, si reputa una ragazzina intelligente con tanta voglia d'amare e subito trova l'occasione per vendicarsi... Solo cosi potrà riabbracciare di nuovo la sua cara mamma...

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    lorena

    29/03/2013 09:20:13

    Racconto meraviglioso. Era la prima volta che leggevo un romanzo della Némirovsky e sicuramente sarà il primo di una lunga serie.

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    marcella

    06/08/2012 15:51:12

    Delizioso, semplicemente perfetto. Uno dei migliori racconti che ho letto.

Vedi tutte le 53 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Iréne Nèmirowsky (1903-1942) è una presenza importante di quel variopinto mondo di emigrés russi, stabilitosi a Berlino e Parigi, prima di ulteriori esodi sulle rotte della storia, dopo la Rivoluzione d'ottobre, dai cui ranghi sono uscite voci come quella di Mark Aldanov, Nina Berberova e soprattutto, ovviamente, Vladimir Nabokov. Ucraina di Kiev, figlia di un facoltoso uomo d'affari, Iréne Nèmirowsky giunse nella capitale francese, dopo un soggiorno in Finlandia, scegliendo di scrivere immediatamente nella lingua del paese di adozione, parlata fin dall'infanzia nelle famiglie facoltose nella Russia prerivoluzionaria. L'esordio con David Golder (1929) la definisce immediatamente per i suoi interessi principali: il racconto della relazione con un universo familiare claustrofobico, di difficile se non impossibile comprensione, osservato con uno sguardo acuto, di un'intensità che talvolta si fa dolorosa, in cui entrano in gioco anche considerazioni sui risvolti più amari dell'esistenza, con un'attenzione alla dimensione etica delle azioni che la apparenta talvolta a certi percorsi di François Mauriac e Georges Bernanos. Il rapporto tra il protagonista, un finanziere rovinato, e la figlia Joyce è infatti l'asse principale di questa cronaca di abiezione e di riscatto, che ha una dimensione esplicitamente autobiografica laddove l'autrice ripercorre, con le dovute differenze, la carriera del padre, un finanziere rovinato che con tenacia era riuscito a ricostituire la sua fortuna.
Grande successo, nonché immediata quanto duratura notorietà, accolse questo lavoro, come testimoniano ben due versioni cinematografiche dell'opera: una di Julien Duvivier (1930) e l'altra, forse più nota, di ambientazione statunitense, realizzata nel 1951 da Gregory Ratoff con il titolo My daughter Joy , in cui il ruolo del protagonista era magnificamente interpretato da Edward G. Robinson, a fianco di Peggy Cummins. Lo scorso anno in Francia, dove la sua notorietà con alcuni periodi di oblio non si è mai interrotta del tutto, questa autrice è stata di fatto ascritta al canone novecentesco dopo la clamorosa assegnazione del Prix Renaudot 2004, per la prima volta postumo, al notevole Suite française (Denoël), accolto anche da un grande successo di pubblico, ritratto di un mondo sull'orlo dell'estinzione, compiuto nel 1940, organizzando una materia incandescente all'interno di una sofisticata struttura musicale. La sua fama peraltro è stata ribadita anche dalla pubblicazione di un'appassionata biografia, Le mirador , firmata nel 1992 dalla figlia scrittrice, Élisabeth Gille (di lei si ricorda soprattutto il diario di malattia La crabe sur la banquette arrière , 1994), che presenta al pubblico un itinerario esistenziale abbastanza paradossale, destinato a concludersi con il gesto tragico di rifiutare la possibilità di fuga e un secondo esilio, scegliendo di prendere il treno che la porterà alla meta finale di Auschwitz, dove venne deportata malgrado la conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939.
In Italia la sua opera aveva suscitato tempestivamente attenzione dagli anni trenta, sull'onda di un vasto consenso internazionale, e vari suoi titoli erano stati pubblicati ( David Golder , 1932; L'affare Curilov , 1934; Il vino della solitudine , 1947), mentre per avere nuove proposte era stato necessario attendere la fine degli anni ottanta, quando Feltrinelli aveva mandato in libreria Le mosche d'autunno (1989) e una nuova versione dell'opera d'esordio (1992), seguita dalla Giuntina. Adelphi ora riprende il discorso acquisendo l'autrice nel suo catalogo (mentre si annuncia per i tipi della casa editrice una prossima versione di Suite française ), a partire da uno dei suoi capolavori, Il ballo (nella precisa traduzione di Margherita Belardetti), splendido racconto di un'adolescenza inquieta, portato al cinema nel 1931 da Wilhelm Thiele con una giovane e bellissima Danielle Darrieux, che qui debuttava.
Al centro di questa ombrosa parabola sta infatti il ritratto di Antoinette, figlia della terribile madame Kampf, moglie di un ebreo arricchito e smaniosa di affermazione sociale. La protagonista è sempre in lotta con lei che la vuole a tutti i costi confinata a un grottesco ruolo di bambina fuori tempo massimo, per evitare di dover ammettere gli anni di miseria trascorsi e potersi rifare, spietatamente, delle umiliazioni subite in precedenza. Tutta l'attenzione della seconda si concentra quindi sull'organizzazione di un grande ballo che dovrebbe consacrare il suo nuovo status confermato anche da un nuovo indirizzo prestigioso; dalla festa decide a tutti i costi di tenere lontana la rampolla, innescando una reazione catastrofica. Questa, infatti, per vendetta e approfittando di un intrigo sentimentale della schwester , non spedisce gli inviti e nessuno si presenta alla ratifica della tanto agognata promozione sociale, che diventa così uno smacco orribile sotto gli occhi di una parente povera, inopinata testimone del disastro. Le relazioni sociali risultano qui una gabbia impossibile da scardinare e nessuna comunicazione avviene tra i personaggi, se non nella dimensione di una pura e semplice funzione cerimoniale del linguaggio, proprio come avviene anche in uno dei romanzi maggiori, Il vino della solitudine , in cui la giovane protagonista Hèléne celebra violenti riti verbali per prendere le distanze dall'odio che nutre contro la madre fatua e il padre affarista.
Nella stessa direzione, sia pure con ambientazione assai diversa, va anche un'altra prosa breve di grande incisività, Un bambino prodigio (trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, 1995), in cui l'ambientazione si spostava in quell'area ebraica che nell'epoca zarista, decisamente segnata da leggi antisemite, si chiamava Zona di residenza. Sulle rive del Mar Nero si svolge infatti la vita del giovane ebreo Ismael Baruch, che rifiuta drasticamente l'ubbidienza familiare, scegliendo di vivere al porto, luogo di "popoli del Levante che sapevano d'aglio, di maree e spezie, che il mare aveva raccattato da tutti gli angoli del mondo e gettato là come schiuma". Un'osteria sarà quindi il teatro della rivelazione del suo talento poetico, straziante e doloroso, che si manifesta sotto forma di canzoni d'amore disperato, amatissime da tutti gli avventori, tra cui si presenta un giorno anche un "barin", un ricco signore stregato dalle sue melodie, che sarà poi il suo tramite con una ricca principessa, eccentrica collezionista di "casi umani" che si innamorerà del ragazzo, o meglio delle sue capacità poetiche. Praticamente venduto dalla famiglia alla spietata nobildonna, il protagonista finirà suicida, dopo essersi reso conto che l'acculturazione a tappe forzate ha ucciso in lui le radici dell'esistenza stessa, in una dinamica non troppo dissimile da quella analizzata nel durissimo Il piccolo Archimede di Aldous Huxley.
Quindi, sia che parli dei salotti parigini che conosceva benissimo e che frequentava, della cosmopolita comunità ebraica di cui mette in luce anche gli aspetti più spiacevoli o dei bassifondi delle città russe, nelle opere di Nèmirowsky è evidente un'attrazione per il lato in ombra delle relazioni umane, per quella zona di non espresso e di rimosso in cui si trovano però, spesso, le più vere motivazioni dell'agire sociale. In questo dichiara senz'altro la propria influenza da Cechov, di cui declina in modo aguzzo le spietate analisi introspettive che portano alla ribalta un clamoroso teatro del desiderio, e al quale d'altra parte dedicò una biografia appassionata, La vie de Tcheckov , ultimo libro pubblicato in vita, nel 1940, che chiudeva il percorso di questa scrittrice appartata che, al di là del battage promozionale, svela un profilo sempre più nitido nel panorama novecentesco, padroneggiando perfettamente il segreto di un'ironia tagliente che non mette mai in ombra la pietas verso tutti gli aspetti dell'esistenza.

Luca Scarlini