I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele

Sergio Luzzatto

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Editore: Einaudi
Formato: EPUB con DRM
Testo in italiano
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Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
Dimensioni: 10,31 MB
Pagine della versione a stampa: 393 p.
  • EAN: 9788858427767
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Sergio Luzzatto racconta qui l'avventura di un numero sorprendente di bambini ebrei, scampati alla Soluzione finale e rifugiati nell'Italia della Liberazione: circa settecento giovanissimi polacchi, ungheresi, russi, romeni, profughi dopo il 1945 tra le montagne di Selvino, nella Bergamasca. E racconta l'avventura di Moshe Zeiri, il formidabile ebreo galiziano che, ponendosi alla guida dei bambini salvati, consentirà loro di rinascere da cittadini del nuovo Israele. Questa è la storia di una redenzione. Tragicamente privati di una famiglia, di una casa, di una lingua, irreparabilmente derubati di ogni loro passato, gli orfani della Shoah vedono dischiudersi, grazie agli emissari sionisti, la prospettiva di un futuro nella Terra promessa: un futuro da costruire tutti insieme, maschi e femmine, come in una grande famiglia riunita in un «kibbutz Selvino». I bambini di Moshe sono orfani della Shoah rinati alla vita nell'Italia della Liberazione. Sono giovanissimi ebrei d'Europa centrale e orientale sfuggiti allo sterminio nazista, che nel 1945 hanno incontrato un uomo come Moshe Zeiri: il militante sionista che fondò e diresse a Selvino, nella Bergamasca, l'orfanotrofio più importante dell'Europa postbellica. Falegname per formazione, teatrante per vocazione, Moshe faceva parte di un piccolo gruppo di ebrei a loro volta originari dell'Europa centro-orientale. Giovani immigrati in Palestina negli anni Trenta, che fra il 1944 e il 1945 hanno risalito l'Italia come soldati volontari nel Genio britannico, per cercare di salvare il salvabile. Se non il loro «mondo di ieri», la civiltà yiddish irrimediabilmente distrutta, almeno gli ultimi resti del popolo sterminato. Dopo il drammatico suo incontro con i bambini sopravvissuti, Moshe Zeiri li organizza a Selvino in una specie di repubblica degli orfani, e attraverso l'educazione sionistica li prepara a una seconda vita. Non più la vita rassegnata delle vittime, «laggiù», nelle terre di sangue della Soluzione finale, ma la vita libera e forte dei coloni di Eretz Israel, nella Terra promessa. D'altra parte, la storia dei bambini di Moshe è anche la storia di un'illusione. Perché dopo la guerra d'indipendenza del 1948, l'utopia del «kibbutz Selvino» avrebbe finito per scontrarsi, nello Stato di Israele, con la realtà di nuovi (e brutali) rapporti di forza.
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    patrizia b.

    13/12/2018 11:24:50

    Difficile da leggere all'inizio, con tutte quelle famiglie di cui è difficile ricordare il nome e tutti quei particolari topografici, come se Lodz fosse la mia città, ma poi si dipana bene e Moshe è una figura commovente, nella sua bontà e nelle sue capacità organizzative. Leggetelo, che vi fa bene. Quello che ancora una volta ho notato leggendo libri sugli ebrei di autori ebrei e quindi scevri di animosità, è che almeno la maggior parte degli ebrei considerarava e consideri ancora la Palestina NON la loro terra, ma terra di LORO PROPRIETA' e quindi terra di riconquista. Leggete nell'ultima parte del libro le distruzioni di villaggi e l'uccisione di persone per costruire kibbutz, la cui cultura, a mio parere, avrà fatto crescere molti pompelmi, ma ha distrutto l'umanità degli israeliani.

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    attilio

    23/09/2018 14:36:30

    Moshe Zeiri è un uomo che compie il bene possibile e, forse, anche di più... A Piazzatorre, in Val Brembana, l'8 settembre del 1945 celebra la festa di Rosh Hashanah del 5706 con i suoi bambini e ragazzi, orfani del centro ed est Europa, sopravvissuti allo sterminio. Scrive alla moglie in Palestina: Racconta uno di questi ragazzi dopo alcuni decenni: “Gli educatori non sapevano come trattare questi ragazzi che venivano da un altro mondo”. Spesso non conoscevano le loro lingue come afferma Noga, un'educatrice: “Io e loro non avevamo nessuna parola in comune, soltanto i gesti: lavarli, vestirli, soltanto l'amore (…) Io non parlavo niente: solo con le mani, con le carezze, con i baci”. Moshe si era appassionato al lavoro del pediatra, pedagogo Janus Korczack (1978-1942) che a Varsavia durante la guerra diresse l'orfanotrofio ebraico, che accompagnò i bambini fino al campo di sterminio di Treblinka. La colonia di Silvino in Val Seriana è circondata dalla miseria dei valligiani, perennemente affamati i ragazzi che si mettevano davanti al cancello finché qualcuno veniva e dava loro un panino. I giovani del paese giocavano a calcio con gli ospiti ebrei; se perdevano “venivano rifocillati” e allora, caspita, perdevano volentieri perché “questi qui come reliquie li tenevano”. Insomma agli orfani, secondo i giovani valligiani, non mancava il cibo. E, invece, secondo gli ospiti le razioni di Moshe erano scarse: questo è uno dei pochi rimproveri che gli rivolgevano. Moshe voleva educarli alla sobrietà, allenarli alle difficili condizioni di pionieri che li avrebbero attesi in Palestina. Ma i ragazzi venivano da un mondo devastato, erano stati rinchiusi nei ghetti, schiavi nei campi, avevano perso le famiglie, la lingua; erano ragazzi affamati, in tutti i sensi... Lo scrittore Aharon Appelfeld, anche lui orfano passato per l'Italia prima di imbarcarsi per la Palestina, scriverà anni dopo: “Il furto della giovinezza è una lacerazione inguaribile”.

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    sebi

    27/08/2018 15:24:22

    Nonostante il libro sia davvero esteso ne vale la pena leggerlo. Magari una volta finito non si ricorderanno tutte le vicende ma è davvero interessante perchè fa capire quanto male ci sia stato negli anni 40 ma anche quanto bene lo abbia contrastato.

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    giulia

    22/12/2017 14:45:59

    Argomento interessantissimo, saggista autorevole, tema centrale per l'umanità. Sono veramente curiosa di leggerlo.

Vedi tutte le 4 recensioni cliente
  • Sergio Luzzatto Cover

    Insegnante di Storia moderna all'Università di Torino. Laureato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha svolto un dottorato presso la Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino. Successivamente è stato docente presso l'Università di Genova e l'Università di Macerata. Studioso della Rivoluzione francese, ha scritto inoltre di storia italiana fra Otto e Novecento, concentrando la sua indagine in particolare sul revisionismo in materia di resistenza e lotta partigiana. Il suo saggio Bonbon Robespierre (Einaudi 2009) ha vinto la tredicesima edizione del Premio letterario città di Bari nella sezione saggistica. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo L'autunno della Rivoluzione (1994), Il corpo del duce... Approfondisci
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