Traduttore: M. L. Mascagni, R. Gaddini
Curatore: R. Gaddini
Collana: Psicologia
Anno edizione: 1986
Pagine: XXIX-357 p.
  • EAN: 9788870780703
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recensione di Di Carlo, A., L'Indice 1987, n. 3

Quali sono le origini, dove è la genesi delle condotte antisociali in età evolutiva, un bambino ruba, aggredisce, distrugge? Quali rapporti esistono tra questi eventi e la maturazione affettiva di un bambino, di un adolescente? Questa raccolta di saggi di Winnicott vuole essere una risposta a problemi di questa natura e l'occasione per ripensare una teoria della maturazione della mente nei suoi rapporti con l'ambiente sociale e con le cure di cui un ambiente è capace nei confronti della crescita umana. La crescita, la buona crescita, per Winnicott coincide con il costituirsi progressivo di un Sé, con una esperienza profonda di integrazione interna, di unità e di continuità. L'unità e la continuità del Sé, si fondano sulla permanenza di un ambiente capace di contatto e di ascolto, sulle cure materne "sufficientemente buone", su tutto quello che nel linguaggio winnicottiano e stato chiamato holding (tenere, contenere). Grazie a questa esperienza originaria e fondante si costituisce nell'età evolutiva un luogo interiore abitato da oggetti rassicuranti e creativi.
Le tendenze antisociali dei bambini e degli adolescenti vanno capite in questo contesto, nella crisi di questo tipo di rapporto. Sono tendenze che nascono per il venir meno, in qualche modo, della protezione, del contatto, della fermezza dell'ambiente che circonda il bambino, nascono nella rottura della continuità di vita, nella perdita (immaginaria o reale) di un oggetto d'amore. Le condotte antisociali sono allora l'indicatore di una crisi e una richiesta di attenzione. Winnicott distingue nelle condotte antisociali il furto e la distruttività. Entrambe si generano nella crisi della relazione tra il bambino e l'ambiente ma si distinguono in certa misura per le diverse richieste affettive che consentono di intravedere. Il bambino che ruba cerca di ritrovare un oggetto d'amore, una struttura familiare perduta, le cure e le attenzioni di una madre. Il bambino che distrugge cerca un ambiente fermo e stabile, un perimetro saldo che impedisca la sua stessa distruttività. Entrambe le condotte sono un appello, in entrambe vi è la ricerca oscura di un luogo conosciuto e perduto in cui la mente è stata nutrita, l'aggressività accolta e controllata. Gli attacchi portati all'ambiente rappresentano la speranza, ci dice Winnicott, di ritrovare questo luogo che protegge e rassicura.
I riferimenti continui all'aggressività non sono evidentemente secondari in una teoria dell'antisocialità. Questi scritti di Winnicott sono infatti largamente dedicati ad una riflessione sulla natura dell'aggressività, ai rapporti tra questa e la salute mentale e ai modi in cui l'aggressività può essere elaborata ed usata al servizio della vita, delle relazioni tra gli uomini e non contro di esse. L'aggressività, dice Winnicott, appartiene strutturalmente al mondo interno, appartiene in origine alla vitalità stessa del lattante, alla sua avidità, e può essere al servizio della crescita. Nella crescita (la buona crescita) il bambino sperimenta infatti la sua ambivalenza verso gli oggetti d'amore, li ama, li desidera e li aggredisce, se questi "sopravvivono" al suo odio e alla sua aggressione, se lo accolgono e lo amano con fermezza, il bambino impara a conoscere e a tollerare la sua aggressività, la mette al servizio di scopi costruttivi, la utilizza per fitti riparativi. Ma tutto ciò può non avvenire: la relazione genitori-bambini può essere fondata sulla reciproca vendetta, sulla paura e sulla instabilità, sulla carenza di affetto, in questo caso il mondo interno con la sua crudeltà e il suo odio si fa inconoscibile e intollerabile e una aggressività scissa viene proiettata, evacuata nel mondo esterno: "quando le forze crudeli o distruttive - osserva Winnicott - minacciano di sopraffare quelle dell'amore, l'individuo deve fare qualcosa per salvarsi e una cosa che egli fa è di volgersi verso l'esterno, drammatizzare il mondo interno al di fuori di sé, assumere lui stesso il ruolo distruttivo e suscitare il controllo di un'autorità esterna" (p. 112). Le condotte antisociali sono infatti segni di una incapacità a comprendere il proprio mondo interno, sono una oscura, inconsapevole richiesta di protezione, di limite, sono i segni di una condizione della mente che ha moltiplicato per ragioni difensive le spinte proiettive, impoverendo insieme la conoscenza di sé, la responsabilità e la sollecitudine verso gli altri.
Il problema così posto non riguarda evidentemente solo l'età evolutiva, riguarda anche gli adulti e ci fa intuire quali possano essere le vie della riparazione di certi vissuti distruttivi o, se si vuole, le vie di una maggiore salute mentale e di quella maggiore integrazione che in queste condotte sembra essere pericolosamente venuta meno. Le vie della riparazione sono connesse, nel pensiero di Winnicott, alla percezione della colpa; alla capacità di tollerare il relativo dolore psichico, all'emergere della responsabilità verso gli oggetti. La riparazione è inoltre recupero della capacità di giocare, lavorare, simbolizzare: sono questi i modi attraverso cui è possibile il superamento delle scissioni e il ricostituirsi di una continuità di vita. Il gioco e le attività simboliche sono i luoghi mentali della continuità dove si coniugano e si elaborano realtà e fantasia, dove si unificano vissuti temporali ed esperienze spaziali. La risposta alla deprivazione ed alle condotte antisociali sembra essere; in ultima analisi, nella possibilità di attivare uno spazio transizionale tra mondo interno e mondo esterno che faccia emergere il vero bisogno, il vero Sé del bambino, e lo alimenti.
Queste considerazioni sul gioco e le esperienze transizionali ci rinviano alle problematiche più note e familiari di Winnicott (si veda Gioco e Realtà) e ci fanno capire come la riparazione sia un evento eminentemente interno-esterno, un evento maturativo legato all'espandersi della consapevolezza di sé e alla presenza di un ambiente che cura. Il termine "ambiente che cura" significa molte cose, significa realizzazione di uno spazio transizionale di gioco e di movimento nel senso che si è detto, ma significa anche limite. Su questo punto il pensiero di Winnicott è molto chiaro, la riparazione non è pensabile senza un intervento dell'ambiente che deve porsi di fronte alle condotte antisociali come un luogo di stabilità e fermezza. Solo un ambiente in grado di ascoltare e accogliere i bisogni profondi ma anche di essere un limite alla distruttività, fornisce ad un bambino la possibilità di superare la deprivazione e di interiorizzare buoni oggetti rassicuranti degni di fiducia.
Mi sembra utile concludere queste brevi note su quest'opera di Winnicott osservando che essa va letta come un contributo ad una teoria delle tendenze antisociali e, in particolare, per una comprensione delle condotte distruttive, come un approccio alla condizione umana consapevole e privo di schermi illusori, ma va anche letta come una proposta di lavoro che dà grande spazio alle risorse riparative dell'ambiente, nel lavoro di recupero delle condotte antisociali. Winnicott non ha fatto solo lavoro psicoanalitico, si sente in questi scritti tutta la sua esperienza di consulente nelle comunità, nelle istituzioni, nei gruppi di operatori che si occupano di antisocialità minorile. Il volume si apre infatti con il materiale relativo alle esperienze da lui fatte durante la seconda guerra mondiale nelle comunità di bambini sfollati dalle città inglesi bombardate e si conclude con alcuni casi clinici e i problemi della terapia individuale. Su questo itinerario incontriamo i temi suggestivi di cui abbiamo parlato, il significato della deprivazione, la natura dell'aggressività, la colpa, la riparazione, le risorse dell'ambiente, un itinerario che unisce in una continuità di pensiero i modi dell'intervento sociale e quelli del lavoro psicoterapeutico. Da questo punto di vista il libro va letto non solo per pensare temi di così grande spessore, ma per pensare insieme lavoro sociale e lavoro psicoterapeutico. È una occasione per fare del sapere psicoanalitico uno strumento di riflessione utile a tutti coloro che (al di fuori del tradizionale setting terapeutico) intervengono sulla vita e la maturazione della mente.