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Alessandro Baricco

Editore: Feltrinelli
Edizione: 12
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 202 p. , Brossura

26 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Argomenti d'interesse generale - Studi culturali - Cultura popolare

  • EAN: 9788807885631


"E magari la strada è sempre la stessa. Ma sarà tutto un altro viaggio."

Indubbiamente la scrittura di Baricco è fluida, la sua capacità descrittiva ottima anche quando si occupa di piccoli fatti legati alla quotidianità, anche quando i protagonisti sono personaggi minori, sono semplici comparse nel grande spettacolo, nel grande circo che la realtà rappresenta.

Questo circo aveva già dato uno spettacolo nel 1995 con Barnum. Cronache dal Grande Show, ed ora replica. Sotto il nuovo tendone, come lo stesso autore dice nella Nota introduttiva, "si possono trovare un po' tutti gli articoli che ho scritto da allora a oggi". Articoli apparsi su La Stampa nella rubrica intitolata, appunto, Barnum, per la Repubblica e ancora per La Stampa, nelle pagine di cultura e attualità. Sono articoli, ma sono anche piccoli racconti e proprio in questo modo è bello leggerli. Perché la sua narrazione della realtà è quella dello scrittore, gli occhi sono quelli dell'artista che coglie aspetti secondari, attimi che sfuggono ai più, impressioni labili, e li trasmette in forma nuova, li sottolinea, li fa percepire, facendo soffermare l'occhio distratto del lettore di quotidiani.

L'iniziale vocazione di critico musicale segna parzialmente queste pagine, dove molti dei protagonisti sono legati in qualche modo al mondo delle note. A partire proprio del primo articolo della raccolta, dedicato a Laurie Anderson, della cui creatività traccia una descrizione rapida ed efficace, conclusa dall'epitaffio "Applausi per sempre"; a seguire con Pollini o Maria Callas, con lo spazio della Salle Pleyel inondato dalla voce di Jessye Norman o con l'acustica e il pubblico della Scala messi alla prova dall'Armide di Gluck. Altri testi raccontano alcuni momenti di viaggio (Edimburgo, la Polonia, Tokyo...), o di cronaca, talvolta strettamente legata al mondo del libro, come nei due pezzi sulla Buchmesse di Francoforte e sul mondo particolarissimo degli scrittori e degli editori che compongono un altro "quadro" del grande circo Barnum, del Grande Show. Non manca l'attualità, legata al mezzo di comunicazione "quotidiano" al quale i testi sono destinati, anche se affrontata sempre con le parole di chi non si ferma alla pura descrizione di fatti, di momenti, ma cerca di scavare un po' più in profondità: San Francesco in mezzo alle macerie è un esempio in questo senso, con la sua analisi cromatica del terremoto di Assisi, la descrizione di un luogo in cui ora tutto è polveroso, tutto è ricoperto da una patina grigia, anche i capolavori artistici. Un punto di vista particolare, originale, come sempre è la scrittura di Baricco.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Il pianeta Laurie Anderson


Laurie Anderson, al Regio, a Torino. Due ore di spettacolo. Alla fine tutti applaudivano come matti, grida urli fischi, e questo è curioso, e istruttivo. Lei è uscita a prendersi l'ovazione con professionale compostezza. Poi non è più uscita, anche se l'ovazione continuava, e anche questo deve averci a che fare con la professionale compostezza, o forse, più verosimilmente, con una cosa che ho sempre sospettato e che adesso anche inizio a capire, e cioè che a quelli lì, alla fine, alla lunga, non gliene frega quasi più niente, delle ovazioni e del pubblico adorante, dev'essere come una postilla inevitabile ma trascurabile a qualcosa che è tutta storia loro, la sfida tra sé e il proprio talento, una cosa privata. Comunque non è più uscita. E il pubblico (dal radical chic al morto vivente con spilla nel naso, tutta la vasta gamma delle intelligenze irregolari) lì ad applaudire il più nulla. Dico che tutto quell'applaudire è curioso e istruttivo perché, volendo attenersi ai fatti, il concerto era una noia niente male, o per essere più precisi, era un concerto di Laurie Anderson orfano di Laurie Anderson. Lei c'era ma non c'era quello che lei significa per il pubblico: cose mai viste e mai sentite.
Il mondo è pieno di gente in gamba. Ma i creatori veri, quelli sono pochi. Lei lo è. Nel senso che ci sono oggi dei mondi sonori che prima di lei non c'erano. E anche un'idea di spettacolo che lei, insieme ad altri, ha inventato dal nulla e alla fine ha imposto, facendo invecchiare d'incanto tutti gli altri spettacoli. Una cosa mica da ridere. Fare, bene, una cosa che non esiste. Di fronte a una simile performance il pubblico rimane, giustamente, stregato. E io mi ricordo che di fronte a lei, la prima volta, chissà quanti anni fa, era tutto stupore e meraviglia, perché con quella sua faccia da Susanna Tamaro incrociata con Mick Jagger, piroettava sul palco, toccando oggetti strani o oggetti normali diventati strani, e usciva suono e musica, ma non normale, era un'altra cosa, era una cosa che prima non c'era. Poi c'era la sua voce che ne faceva di tutte, entrando in fili e macchine invisibili, uscendo irriconoscibile, sgranata, scolorata, oscurata, sembrava una fotografia negli acidi della camera oscura. Il tutto annegato in una galassia di immagini, schermi e luci, una parola che allora era nuova, multimediale, sapeva un po' di farmacia, ma poi era meraviglia, e ti faceva sentire scemo, tu che il futuro l'avevi immaginato, sì, ma non era tutta quella roba lì.
È impressionante come siamo veloci ad andare ad abitare i pianeti nuovi che certi avventurieri scoprono per noi. L'altra sera guardavo il palco e sul palco quella macchina che buttava immagini sui tre schermi deambulanti, ed era più o meno quella macchina brutta a vedersi con tre semisfere colorate sul davanti che qualche anno fa era magia e arte e adesso trovi nei bar quelli più cari, così ai mondiali ci puoi veder le partite, un po' sfocate ai bordi, una cocacola settemila, ma intanto vedi l'Italia di Sacchi grande come un manifesto. E il violino che impazza storpiato, come un Vivaldi esploso, non era più quella sega sui nervi che era anni fa, e perfino la voce (le voci) con cui Laurie Anderson racconta e canta non era (erano) più meraviglia, ma sorpresa addomesticata, consumata. Cristo come invecchia veloce tutta quella roba lì. Poi c'era anche il fatto che a lei è piaciuto mettere su uno spettacolo che per metà è parlato, è racconto, e la musica sembra alla fine un riempitivo di circostanza, un tributo doveroso alle attese del pubblico. Insomma una cosa un po' strana, che ti spiazza. E ti delude, se vogliamo dirla tutta.