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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 268 p. , Brossura
  • EAN: 9788806196653
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"Mi ha sempre interessato l'aula giudiziaria come luogo dei 'diritti in movimento', in cui "si ridefiniscono i confini di ciò che si intende per giusto o ingiusto": sta forse qui una delle chiavi del "racconto di sé" di Bianca Guidetti Serra, accompagnata da Santina Mobiglia, ma il lettore è stimolato di continuo a trovarne altre, e a esserne conquistato. In riferimento al 1956 e al dibattito nel Pci dopo l'invasione dell'Ungheria, Guidetti Serra ricorda: "Mi convinsi che perseverare nella disciplina di partito fosse una forma di tradimento (…), avrei tradito quelli che come me pensavano che il comunismo non potesse essere questo". E nel considerare l'inizio del terrorismo di sinistra annota: "Mi sono chiesta tante volte cosa non avevamo trasmesso alla generazione venuta dopo di noi rispetto alle regole di funzionamento di una democrazia tutta da costruire". Sono solo alcuni poli di riferimento di un racconto tanto intenso quanto "sommesso", illuminato da un'altra chiave di lettura: "Il ricordo di quegli anni è per me inseparabile dalla profonda dimensione umana di molte vicende". Alla Resistenza si riferisce qui Guidetti Serra, ma vale per l'intera autobiografia.
Una autobiografia che prende avvio dagli inizi del Novecento e ancor da prima, grazie ai racconti della madre, in una Torino, e in un'Italia, dalle rigide gerarchie sociali, che le si presentano sin dalla scuola. Le alunne "interne" sono figlie di militari, rigidamente divise in due sedi: la prima riservata alle figlie di generali e alti ufficiali, la seconda, in un edificio meno prestigioso, frequentata dalle figlie dei gradi bassi; e sin nei riti collettivi le ragazze erano "separate da una invisibile ma invalicabile linea di demarcazione". Il 1938 è poi un anno di cesura, privato e "pubblico". È l'anno della morte del padre e anche delle leggi razziali, "la mia vera introduzione alla politica", ricorda: per quel che esse significarono per i suoi amici ebrei, e per "l'indifferenza della gente a una così profonda ingiustizia". Per poter continuare gli studi lavora come assistente sociale, ed è di allora "la grande scoperta della fabbrica". Viene poi l'adesione al Partito comunista, la partecipazione da giovanissima alla Resistenza e il lavoro nei Gruppi di difesa delle donne, con la resistenza civile di molte. Fra esse, Libera e Vera Arduino, sedici e diciannove anni, uccise dai fascisti assieme al padre e al fidanzato di Libera, nel marzo del 1943.
Ogni capitolo del libro è "scandito" in realtà da storie di persone vere ed è difficile non citare, ad esempio, Beniamino Franza e Albino Stella, che danno il via nel 1972 alla battaglia contro una "fabbrica della morte", l'Ipca di Ciriè. Avevano scoperto di esser stati colpiti dal male, "trovarono un'ultima ragione di vita impegnandosi in una causa che doveva soprattutto servire alla salvaguardia di altre vite". Al tempo della Resistenza ritorna poi negli ultimi anni con la riflessione e con la ricerca, di nuovo con una grande attenzione alle persone: anche alle persone che stavano in "quella parte che avevo combattuto e che con immutata convinzione considero sbagliata". Non "per un'impossibile riconciliazione delle memorie, semmai per una memoria al plurale che integri anche la conoscenza dell''altro'". In questo caso delle "altre", le collaborazioniste. Oggi che quel tempo è lontano, annota, dobbiamo cercare di capire "come possano spezzarsi i legami della convivenza quando la politica precipita in guerra". E proprio perché ha vissuto quelle esperienze, conclude, "ho sentito una specie di dovere morale di ritrovare la dimensione ordinariamente umana, nel bene e nel male, che ci accomuna al nemico".
L'intensità di queste parole è la stessa che troviamo in tutto il percorso di Guidetti Serra, incentrato nell'affermazione di valori opposti a quelli dell'"altra parte". Affermazione di valori e di diritti, in positivo: "Non mi sono mai sentita antagonista per principio. Quando mi sono battuta contro qualcuno era per difendere qualcun altro". Così è anche all'indomani della Resistenza, nel lavoro all'interno del sindacato e nella difesa di operaie e operai in cause di lavoro. Provando subito sulla sua pelle discriminazioni, diffidenze, pregiudizi e umiliazioni nei confronti delle donne. Nel mondo delle sue "assistite", ma anche in tribunali che ancora (e ancora a lungo) escludevano le donne dalla magistratura. Nella sua prima causa, il pubblico ministero interviene prima ancora che lei possa parlare: "Chiedo che la signorina dimostri che ha titolo per difendere". In questo percorso la rottura con il Pci nel 1956 è un doppio trauma: per quel che il 1956 rivela e per "l'isolamento improvviso da parte di molte persone con cui avevo lavorato durante la Resistenza e nel sindacato". La professione di avvocato diventa ancor di più, allora, una diversa forma di militanza, e il suo percorso ci racconta una battaglia per i diritti di cui è quasi scomparsa la memoria: e non solo perché molte volte quella battaglia è stata vinta.
È un'Italia arcaica, ma dura a morire, quella che queste pagine tratteggiano, rievocando anche una faticosa storia di conquiste. A partire dai diritti dell'infanzia, violati sia sul terreno dell'adozione sia in quei luoghi dell'orrore che popolavano Il paese dei celestini, per citare il suo libro dedicato ai maltrattamenti dei minori negli istituti assistenziali. L'importanza, pur straordinaria, delle conquiste specifiche su questo terreno è solo parte di un più generale e fondamentale apporto (cui avrebbero poi fortemente ma troppo fugacemente contribuito gli studenti del '68): l'affermarsi di un più ampio orizzonte di diritti. È la stessa battaglia che troviamo, ancora, su molti temi connessi alla fabbrica. È un capitolo straordinariamente illuminante quello sulle "schedature Fiat", sino all'ostracismo della casa editrice Einaudi a un libro che pure aveva accettato ed era già in seconde bozze (alla fine uscirà per Rosenberg & Sellier).
Vi è poi la parte dedicata al "lungo '68 nei tribunali", e soprattutto la riflessione sofferta sull'esperienza degli anni del terrorismo, di cui è in qualche modo culmine o "luogo rivelatore" il processo torinese alle Brigate rosse. Con il rifiuto del processo – e quindi dei difensori – da parte degli imputati, l'assassinio di Fulvio Croce, presidente dell'ordine degli avvocati di Torino, la diserzione dei giudici popolari (interrotta poi da Adelaide Aglietta, allora presidente del Partito radicale, e da altri) e la figura del presidente del tribunale, Guido Barbaro, "che grandi meriti ebbe nel processo, resistendo alle intrusioni che vennero dall'alto". Al centro della riflessione, anche, "i dilemmi e tormenti del difensore, incalzato e isolato sullo stretto spartiacque tra cedimento alla ragion di stato o alla logica speculare di chi lo attaccava".
Sono parti, tutte, di un grande e affascinante affresco: una vera storia d'Italia che non cessa mai di interrogarsi su di sé, popolata di figure di altissimo profilo (da Primo Levi ad Ada Gobetti, due presenze forti) e di quotidiana umanità. Attraverso i momenti più tesi del nostro Novecento e nel distendersi di lunghe passeggiate e riflessioni con gli amici. Nell'impegno quotidiano ("mi è piaciuto il fare"), ma anche in momenti di allegria. Una lezione intellettuale intensa, un libro bellissimo.
Guido Crainz