Curatore: M. D'Alessandro
Editore: Adelphi
Edizione: 38
Anno edizione: 1998
Pagine: 181 p.
  • EAN: 9788845913730
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Recensioni dei clienti

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    Martina

    26/09/2017 15:38:01

    Senza timore si può affermare che questo libro abbia anticipato la tragica vita dell'autore. Il protagonista, Henrik, un generale ormai più che settantenne che da tempo si è ritirato nella propria dimora, un castello ai piedi dei Carpazi, riceve una lettera da parte di un suo vecchio amico, che non vedeva da quarantun anni, Konrad. In questa lettera l'amico gli dice di essere ritornato temporaneamente in quei luoghi e chiede di vederlo. Viene così organizzata una cena al castello, apparentemente il ritrovarsi di due vecchi amici,che un tempo erano stati come fratelli. Non è però così: si tratta di una vera e propria vendetta che affonda le radici in fatti avvenuti più di quarant'anni prima, l'ultimo giorno in cui i due si videro e cenarono proprio in quel castello assieme a Krisztina, la moglie di Henrik. "Le braci" quasi interamente si basa su un soliloquio da parte del protagonista, che ripercorre gli anni della giovinezza e si sofferma su vicende non risolte che divennero poi per lui ragione di vita e lo spinsero ad andare avanti negli anni. Infatti è stata la speranza di poter un giorno affrontare Konrad che gli ha permesso di sopravvivere. Sono tantissimi i temi affrontati in questo libro: la differenza tra la verità e i fatti, il significato dell'amicizia, l'omicidio con valenza sacra e rituale, l'uomo ed il destino, la ragione contro l'impulso. Impossibile non notare il grande pessimismo del protagonista, che come il suo autore ha deciso che la solitudine è l'unica strada e che "questo fallimento, questa frattura, sono comunque più di degni di un uomo di pensiero di quanto non sia la sua connivenza con un mondo che prima lo contagia con le sue seduzioni dolci e perverse e poi lo scaraventa nella fossa"(Cielo e terra). Henrik infatti ha compreso che la speranza di poter essere risarcito dei torti subiti in passato è soltanto un'illusione e che "l'uomo comprende il mondo un po' per volta e poi muore"(Le Braci). Un libro che è un capolavoro e che consiglio!

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    Lara

    19/12/2016 22:14:37

    Forte. Capace di far riflettere. Assolutamente consigliato.

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    Alessandra

    30/06/2016 20:35:07

    Splendido, perfetto in ogni sua pagina. Il vero grande romanzo così come dovrebbe essere scritto. Meraviglioso!!!

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    Marisa

    12/06/2016 12:29:49

    Un libro da leggere, ma soprattutto rileggere! La lettura è talmente coinvolgente e trascinante, infatti, che si rischia di non dare il giusto peso a riflessioni meravigliose. Questa edizione, poi, è bellissima.

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    And the Oscar goes to ....

    13/04/2016 13:13:06

    Sarà che leggo principalmente a letto quando sono ormai pieno di sonno ma non è che questo libro mi abbia trascinato come diconi gli altri recensionisti.

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    Annarita

    29/06/2014 21:52:39

    Cosa sono le braci? Un fuoco che cova pronto ad ardere; gli strascichi di un fuoco che si smorza dopo aver bruciato sé stesso; un fuoco soffocato, alla cui anima non si vuole dare spazio; un fuoco eterno, sordo calore perenne; metafora di tanti umani sentimenti e pure di tante esistenze. Lentamente come la brace è bruciata la vita di Henrik nell'attesa del ritorno di Konrad. Henrik ha lasciato passare quaranta anni aspettando un incontro per conoscere la verità, per avere spiegazioni ed ha finito per scoprire che era inutile. Le cose accadono e basta. Le spiegazioni non cambiano i fatti. L'attesa e il desiderio di rivalsa e vendetta che erano stati motivo di vita si rivelano vani, come l'orgoglio. La vita è ricca di contraddizioni o più semplicemente di contrasti ed opposti la cui differenza sfuma piano piano. La vendetta si confonde con il perdono, l'amicizia con il suo contrario, i torti con le ragioni, le parole con il silenzio. E tutto coesiste. La vita è questo, né bianca né nera, bensì un'ampia sfumatura di tutti i colori. La vita non può essere ricondotta ad una definizione. Così il silenzio di Konrad è una risposta molto più eloquente di tante parole perché la verità che scopre Henrik è che le risposte che contano possiamo trovarle solo in noi stessi e sono proprio quelle risposte ad essere decisive. Le parole di Marai sono belle, raffinate, capaci di rivelare con sapienza una storia come tante e di dare tensione vitale ad un lungo, introspettivo e denso monologo. Bella e importante anche l'ambientazione: un antico e severo castello, avvolto e protetto e, forse, addirittura "soffocato" dalle forze della natura, quelle stesse che, per caso?, prorompono e accompagnano l'ultimo, decisivo e risolutivo incontro.

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    morena

    21/05/2014 07:38:23

    Bello, coinvolgente, una continua analisi interiore. Il generale attende Konrad, il suo unico amico, per quarantun anni, per potergli fare le due domande alle quali non ha trovato risposta. E in una notte analizzerà fin nei minimi particolari gli anni trascorsi con l'amico. Consigliato a chi ama le introspezioni.

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    giulio agnoli

    14/05/2014 19:55:51

    Leggendo le recensioni precedenti la mia, mi trovo stranamente daccordo con quasi tutti i giudizi, sia positivi che negativi...durante la lettura, ho avuto momenti di entusiasmo per la scrittura, lineare , ma mai banale, poi sono stato attratto dal tema dell'amicizia anche se, allo stesso tempo ho provato disagio per concetti troppo ripetuti ed enfatizzati,...ho trovato poco credibile , nel monologo del generale, una prosa troppo raffinata per un uomo interessato ai piaceri mondani , alla caccia ed alla vita militare...l'ambientazione è molto bella, l'idea di ripercorrere un'amicizia giovanile durante una sera aspettata quarantanni e di chiudere i conti con il senso della propria esistenza è intrigante, manca forse, un po di complessità in più nella trama per far sentire il senso profondo di quel incontro...

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    Luigi

    30/03/2014 22:35:23

    Un capolavoro, tanto più se si considera che è un romanzo costruito sul nulla: trattasi infatti della storia di un'amicizia tradita e della vendetta attesa 41 anni da parte di un generale nei confronti di un suo amico d'infanzia. E' evidente nel romanzo il parallelismo tra la vita del vecchio generale e quella del vetusto Impero asburgico dove regnavano ordine e razionalità grazie alle quali si viveva felici. La felicità però era costituita da vanagloria, autocompiacimento e si estrinsecava nei vuoti e tronfi cerimoniali: uniformi, serate, valzer, vino rosso, donne. Una società frivola dunque, ma con valori solidi su cui fare affidamento: DOVERE E VANITA'. Il rispetto delle leggi ne permetteva il mantenimento, ma sotto alle braci covava un senso d'inquietudine. Son presenti quindi due concezioni antitetiche del mondo: quella vecchia attenta alla FORMA ESTERIORE e quella nuova attenta al CONTENUTO; tali concezioni sono rappresentate dalle coppie dicotomiche di personaggi: padre/madre del generale diversi sia per etnia che per carattere, il generale/sua moglie/il suo migliore amico diversi per condizione sociale, carattere e visione del mondo. Tale diversità si estrinseca anche nei diversi modi di concepire la musica, considerata - in chiave decadente - come l'unico linguaggio in grado di superare il rigido conformismo della società viennese: STRAUSS VS CHOPIN, ovvero il valzer ordinato, languido e suadente contro la musica romantica che esprime i turbamenti dell'animo. Alla fine del romanzo, conscio oramai che la sua vita e il suo mondo volgono al termine, il vecchio generale apre alla possibilità di seguire le PASSIONI nascoste tra LE BRACI (del proprio IO), anche se queste ultime possono rivelarsi contrarie alla morale comune:a quel punto cadono tutte le maschere e i ruoli che la società e le circostanze della vita assegnano agli esseri umani e le PASSIONI DELL'ANIMA (ES), hanno finalmente la meglio sulle barriere della società (SUPER-IO). Un piccolo gioiellino

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    diamonddave

    28/09/2012 15:57:22

    Poche volte mi è capitato di restare deluso da un nuovo classico, categoria nella quale a dir di molti Marai con questo romanzo è oramai rientrato. La delusione quindi è alta nell'aver letto un romanzo scialbo, lento, lentissimo, anche se scritto bene e con un periodare semplice che rende la lettura facile e snella. Ho trovato particolarmente noioso e oltremodo superfluo il soffermarsi, sicuramente voluto da parte dello scrittore, sul medesimo ragionamento per più pagine e senza che ne venisse fuori, alla fine, un quadro particolarmente intrigante della psicologia del protagonista o degli altri personaggi. Dipende da cosa si è abituati a leggere, ma se il vostro target è spostato su scrittori più complessi, questo non è il vostro libro; d'altro canto se cercate qualcosa di snello e veloce, ugualmente esistono autori e romanzi estremamente più stimolanti.

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    karen

    03/06/2012 18:45:09

    ribadisco: splendido davvero

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    grif

    04/04/2012 15:25:38

    Analisi nelle pieghe più profonde dell'amicizia fra i due protagonisti, totalmente diversi per carattere e posizione sociale, eppure quasi inseparabili. Quasi. Un libro magnifico.

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    Rubina

    08/02/2010 13:01:07

    Libro intenso e penetrante. Dieci e lode!

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    Giuliana

    28/01/2010 10:53:17

    Ho letto "Le braci" poiché mi è stato consigliato. Di Marai non avevo letto mai nulla e mi sono avvicinata al romanzo con curiosità. Inizialmente è stato faticoso andare avanti, poi pian piano sono riuscita ad "entrare" nelle descrizioni, nell'animo e nello spirito del "generale" che fa della sua attesa l'attesa del lettore. Ma, arrivata alla seconda parte, quando inizia il monologone, sinceramente ho iniziato a distrarmi...e questo è un brutto segno! La ripetività ossessiva di una stessa situazione, addirittura della stessa parola, ha cominciato ad annoiarmi, anche se alcuni punti, estremamente poetici e malinconici, hanno risvegliato il mio interesse, la frase finale in modo particolare. "Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole". Da non dimenticare che Marai pose fine alla sua vita all'età di 89 anni!

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    Rosario

    16/12/2009 11:32:37

    Dopo i primi capitoli di introduzione dei personaggi e dell’ambiente storico, geografico e culturale, il romanzo si edifica in un monologo inesorabile che, illuminando i risvolti più reconditi dell’animo con la luce della sincerità di chi non ha più nulla da perdere, svela e rivela che l’essenzialità dimenticata della vita è nella relazione (d’amore-odio) con gli altri. La solitudine scontrosa del generale acquista man mano la lucida dignità del distacco dalle passioni e mentre la vita si va spegnendo, la speranza fino ad allora estranea, spira tra i grandi alberi del giardino preannunciando la verità. (“La luce candele si sta smorzando, tra i grandi alberi del giardino spira un vento che preannuncia l’alba”). Dice il generale all’amico ormai annichilito e non ritrovato: “L’uomo comprende il mondo un pò alla volta e poi muore.” Dopo l’esistenzialismo infiammato della Porta chiusa, dove ”l’inferno sono gli altri” di Sartre e quello freddo dell’estraneità alla storia dello straniero di Camus, è bello scoprire l’esistenzialismo del distacco o della vita a lenta combustione che ho trovato in questo bellissimo romanzo-monologo di Sandor Màrai che in altre parti ha scritto: "Non ho potere nè armi da contrapporre alla nostra epoca e al mondo se non quelli della scrittura. (...)L'unica cosa che mi dà forza è la fede nell'esistenza invulnerabile ed eterna di uno Spirito freddo, limpido, autentico, inflessibile, che non si può negare impunemente, non si lascia contraffare e sopravviverà dimostrandosi più forte di tutto il resto." Per me Sandor Màrai è una eccellenza della letteratura mondiale del novecento.

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    Andrea

    12/01/2009 09:07:34

    Meraviglioso. La vita, il tempo, la passione, l'amore, l'amicizia e tutte le domande senza risposta che questi temi si portano dietro raccontati attraverso due personaggi fantastici (o forse le due anime che sono dentro ognungo di noi) che si confrontano. Ed i "vincitori" del duello possono essere tanti...forse il tempo, che sembra cancellare ogni atto della nostra vita..ma forse anche la passione, che può essere l'unica via per dare un senso alla nostra vita.

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    mafalda

    20/10/2008 23:55:08

    davvero sono un po' perplessa vedendo tanti commenti entusiastici ed è la prima volta che mi trovo controcorrente, mi era stato consigliato e mi aspettavo un libro di quelli che ti segnano...invece devo dire un vero pistolotto, ridondannnte e prolisso. Daccordo il concetto è chiaro, gli spunti notevoli e il racconto è anche coinvolgente in certi tratti ma il monologo del protaonista è ripetitivo, i personaggi piatti e il linguaggio è pesantemente retorico. Ma non è stato scritto nel '900?? Vedendo tanti voti alti mi riservo la facoltà di rileggerlo (in un futuro piuttosto lontano credo)

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    RENATA

    17/06/2008 13:00:09

    Un libro intenso, per nulla scontato, che affronta il tema della delusione e della solitudine interiore che ne deriva, senza mai cadere nella banalità ed in inutili vittimismi. Un uomo che con orgoglio e maturità affronta la sua "sconfitta". L'elemento emozionalmente piu' coinvolgente risiede proprio nella mancanza di elementi descrittivi che avrebbero inutilmente involgarito la vicenda....la quale sarebbe stata ricondotta alla descrizione banale del tanto temuto sentimento: il "tradimento". Il vero tradimento, qui, è quello interiore, che matura nell'animo dello "sconfitto" e che non lascia segni di vendetta...se non un dubbio amletico al quale non verrà data mai risposta...

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    linda

    16/04/2008 11:29:54

    Purtroppo questo libro non mi ha entusiasmata, ho provato anche irritazione su come viene enfatizzata questa loro assoluta "amicizia"..... la "vera" amicizia possibile solo tra uomini......(?) A tratti ho trovato quasi patetico il generale quando analizza il sentimento che lega i due. Ho apprezzato lo stile letterario, diversi passaggi profondi e i momenti in cui venivano svelati i fatti accaduti in passato.

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    annalisa

    08/04/2008 09:16:14

    Questo romanzo e' pura poesia!Veramente molto bello, direi una perla in mezzo a tanta scrittura inutile...per me e' sicuramente un libro da leggere e conservare

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Márai, Sándor, L'eredità di Eszter, Adelphi , 1999
Márai, Sándor, Le braci, Adelphi , 1998
recensioni di Valle, R. L'Indice del 1999, n. 10

"Rimani solo e ricorda. Rimani solo e osserva. Rimani solo e rispondi. Non illuderti: non esistono soluzioni diverse. Rimani solo, anche a costo della vita": così lo scrittore ungherese Sándor Márai, in Cielo e terra (1942), epitomizza il proprio destino, esaltando la dignità di quegli autentici "spiriti sovrani" (Pascal, Hölderlin e Nietzsche) che non sono stati conniventi con il mondo e non se ne sono lasciati contagiare.

Nato nel 1900 a Kassa (in una terra di frontiera che all'inizio del secolo è parte della Kakania asburgica e ora della Slovacchia), Márai era assurto al successo letterario negli anni trenta, anche se il carattere solitario e schivo lo aveva tenuto lontano dallo scontro tra "populisti" (cantori del mondo contadino) e "borghesi" (l'intelligencija cosmopolita cittadina) che animava la cultura ungherese tra le due guerre. Sebbene godesse di agiatezza e fama, Márai era già allora precipitato nella "voragine della solitudine", diventando, come il musiliano uomo senza qualità, una figura emblematica della "fine di un modo di vivere": egli faceva parte di quella schiera di "uomini splendidi" che non hanno talento per vivere in armonia con il mondo e che credono nell'onore, nelle virtù virili, nel silenzio e nella solitudine. Con l'avvento del socialismo reale, Márai, nel 1948, abbandonò l'Ungheria e, dopo un soggiorno di qualche anno a Napoli, si stabilì negli Stati Uniti, a San Diego, dove divenne un migrante sedentario e dove morì suicida nel 1989 (un suicidio annunciato, perché prima di morire ebbe la premura di chiamare un'ambulanza che andasse a prelevare il suo cadavere). Nel deserto senza frontiere e senza miraggi dell'esilio, l'isolamento dello scrittore ungherese fu totale (unica sua patria la lingua), come testimonia il Diario tenuto dal 1943 al 1983.

La riscoperta di Márai - grazie alla pubblicazione di questi due romanzi, Le braci e L'eredità di Eszter, e al successo editoriale che ne è conseguito - non è solo un caso letterario alla moda, ma fa riemergere dall'oblio uno scrittore che può essere collocato nell'ambito di quel Novecento mitteleuropeo (Mann, Musil, Kundera, Bernhard) che ha saputo esprimere in maniera magistrale la "saggezza del romanzo": tale saggezza disfa e contraddice le trame intessute da quello che lo scrittore ungherese ha definito "il tempo sospetto della rivalutazione dei valori, la moda degli slogan". Alla superficialità e alla stupidità del Novecento, la "saggezza del romanzo" contrappone una sorta di filosofia del fundus animae che riflette senza illusioni sugli aspetti più reconditi dell'esistenza. Il tema centrale dei due romanzi di Márai è, infatti, la vita come "dovere e vanità": il dovere è il compimento del proprio destino, inteso sia come processo di autoformazione, sia come l'insieme di quelle perdite gravi che nel corso della vita l'uomo di carattere deve saper sopportare, fino alla perdita di sé nella morte. La vanità, invece, attesta l'irrecuperabilità dell'esistenza che versa nella precarietà e in un perenne stato di pericolo, perché è continuamente minacciata dalla distruzione. La vertigine della vanità si rivela in tutta la sua potenza devastante nella dissennatezza delle passioni, alla quale nessuna educazione sentimentale può resistere e che appartiene alla "notte dell'uomo", a quell'abisso segreto che si ha paura di sondare. In fondo all'abisso segreto c'è una verità panica: dietro l'apparente ordine rigoroso e razionale della cosiddetta realtà si nasconde e agisce tormentosamente una forza che brucia, una "radiazione maligna" che annichilisce la vita, ma che, nel contempo, la tiene in tensione. Questa forza sotterranea può rimanere pietrificata per lungo tempo nell'attesa di palesarsi, ma alla fine è destinata a straripare in un profluvio di "energia senza scopo".

In L'eredità di Eszter la protagonista vive un'esistenza silenziosa e appartata nell'attesa del ritorno del suo unico e incompiuto amore, Lajos: un dongiovanni da strapazzo, un millantatore impenitente che vent'anni prima, venendo meno alla promessa fatta, l'aveva ingannata e alla fine aveva sposato, senza amore, Vilma, la sorella di Eszter. Vilma aveva sempre odiato la sorella e quest'odio l'aveva sospinta a sposare Lajos: con lui aveva vissuto una vita infelice e precaria, alla quale solo la morte l'aveva sottratta. Vivendo in uno stato di perenne "dormiveglia", Eszter attende, asserragliata nella tana della solitudine, che Lajos torni per spiegare quel gesto gratuito, quella "sorpresa arbitraria" che ha sospeso la sua esistenza. All'inquieta e sedentaria attesa di Eszter (fondata sul convincimento che "gli amori infelici non finiscono mai") si contrappone l'inquieto e inconcludente nomadismo di Lajos che per vent'anni ha vissuto come un "cacciatore", addentrandosi ogni giorno nella civile giungla organizzata alla ricerca di denaro. Lajos è un puer aeternus con una spiccata tendenza alle "fantasie più strampalate": con i suoi sortilegi, egli esercita un fascino da illusionista da baraccone che gli permette di subornare coloro che nella vita sono destinati a soccombere. Tuttavia anch'egli è un avventuriero soccombente che ha alternato periodi di "ozio costoso" a improbabili imprese intellettuali e politiche destinate a fallire, e alla fine di un'esistenza insolvente sono rimasti solo i debiti da pagare. I debiti sono il movente che spinge Lajos a tornare da Eszter per chiederle l'estremo sacrificio (perché, come afferma cialtronescamente, le donne sono destinate ad amare "eroicamente"): la vendita di quella casa che è stata il teatro della tragedia silenziosa della donna. Da abile commediante Lajos riesce a convincere Eszter sciorinando una filosofia di vita da Nietzsche di provincia: egli ha vissuto pericolosamente e nella menzogna (che è un dato "primordiale") e, tuttavia, confessa il suo antico "amore incoerente" per Eszter, rimproverandola di mancanza di coraggio. Alla base di questo rimprovero c'è una verità che la protagonista apprende dopo vent'anni: Lajos, per vanità, era caduto nella trappola sentimentale di Vilma, ma poi si era pentito e aveva scritto tre lettere a Eszter, una settimana prima del matrimonio, che non erano mai giunte a destinazione, perché intercettate e occultate dalla promessa sposa. Il destino di Lajos e di Eszter non si compie nella rivelazione del segreto delle tre lettere, ma nella fatale dissoluzione dei sentimenti: l'amore morto e senza avvenire dei due amanti mancati e l'odio della sorella defunta. Le vite dei due protagonisti, incompiute e in ritardo, si trascineranno abulicamente nel solco tracciato dal momento della rottura della promessa: Eszter spodestata della sua eredità resterà sola, mentre Lajos continuerà a vegetare nel suo grottesco demi-monde truffaldino.

Anche Le braci è avvolto nell'atmosfera impalpabile dell'attesa e della dolorosa e masochistica reminescenza del passato; anche in questo caso l'aristocratico generale protagonista del romanzo vive un'esistenza pietrificata (simboleggiata dal suo castello-mausoleo di pietra ai piedi dei Carpazi), come un paralitico che coltiva con passione la propria infermità. Il generale, dopo quarantun'anni, attende il ritorno dai Tropici di Konrad, con il quale aveva condiviso fin dall'infanzia un'amicizia "seria e silenziosa" che sembrava destinata a durare e che invece si era bruscamente interrotta. Questa rottura era stata causata dall'irruzione dell'amore tra Konrad e Krisztina, la moglie del generale. Per sfuggire a questa situazione incresciosa Konrad era partito per i Tropici, mentre il generale e la moglie avevano continuato a vivere in assoluto silenzio, finché Krisztina non era morta. Il settantacinquenne generale, animato dal risentimento e dalla sete di vendetta, vuole conoscere dove ha "inizio il tradimento" e per quali ragioni tra due uomini che sono stati amici si può aprire un abisso incolmabile. Il confronto tra il sedentario risentito e il nomade Konrad si risolve in un lungo soliloquio del generale: per tutta la vita si è preparato a quel momento e si è reso invisibile al mondo per poter ricomparire davanti all'amico-rivale e conoscere la verità. Sebbene Konrad sia fuggito ai Tropici, i due protagonisti sono rimasti nello stesso posto, nel castello-mausoleo, incatenati da quel tradimento che ha cambiato irrimediabilmente le loro vite. Alla fine, anche in questo caso, non c'è alcuna spiegazione e alcuna vendetta: la spietata verità che emerge è proprio la vanità dell'attesa. Dietro la maschera dell'affinità elettiva si era celato per lungo tempo l'odio dell'amico-rivale per il generale: quest'odio, scaturito dall'invidia sociale (l'amico è un parvenu) e da un senso di superiorità intellettuale (la spiccata inclinazione per la musica di Konrad), con il tempo era diventato desiderio di vendetta che si era trasformato nella passione del tradimento, quale estrema ribellione dell'amico-rivale. L'inquietante e familiare legame degli affetti e la "legge geometrica" del triangolo ha stretto indissolubilmente fra loro i tre protagonisti, per cui non c'è stato tradimento: l'autentico tradimento consiste nel sopravvivere alla catastrofe esistenziale, e la vendetta in ritardo del generale non si compie. Questi destini, posseduti dal demone di una passione, compiono il loro dovere bruciando se stessi e alla fine rimane solo la vanità di un luttuoso cumulo di "braci luride e nere".