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Descrizione

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l'altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null'altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: "una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione". Tutto converge verso un "duello senza spade" ma ben più crudele. Tra loro, nell'ombra il fantasma di una donna.
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Dettagli

38
1998
6 maggio 1998
181 p.
9788845913730

Valutazioni e recensioni

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Stefania
Recensioni: 4/5

Henrik e Konrad, amici fin dall'infanzia, completamente diversi sia per estrazione sociale, carattere e interessi, si ritrovano dopo 41 anni, la loro vita sembra scorrere solo nell'attesa di quel giorno. Durante questo incontro, che si svolge all'interno del castello nella semi-oscurità, immagine molto evocativa, verranno svelate al lettore le motivazioni della partenza improvvisa di Konrad, attraverso un lungo monologo di Henrik. Tema centrale è capire il vero significato dell'amicizia e come eventi del passato perdano qualsiasi importanza quando ci avviciniamo alla conclusione della nostra esistenza. Mi è piaciuto lo stile di scrittura di Márai che ritengo elegante e suggestivo.

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le
Recensioni: 5/5

L'autore con il suo stile rende questo libro strabiliante.

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lilli
Recensioni: 5/5

uno di quei libri che una volta letto ti spinge a ricercare tutta l'opera dell'autore e a divorare i libri che ha lasciato,l' uno dopo l'altro. Commuovono le riflessioni su amore e amicizia e sul legame che spesso determina la fusione fra i due sentimenti. Travolgente e al contempo stupendamente insoddisfacente.

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Voce della critica

“L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare”.

Sándor Márai, grande maestro della narrativa mitteleuropea, ci conduce a una profonda riflessione sul senso della vita e della morte.
Due anziani signori a poli opposti del mondo uniti da un destino comune.
Il generale Henrik, in un castello ai piedi dei Carpazi, ha condotto una vita agiata ma monotona al contrario dell’umile Konrad che spinto dal forte desiderio di conoscere ha viaggiato dai Tropici a Londra.
L’età della gioventù e della spensieratezza li ha visti uniti come fratelli, tuttavia la vita li ha messi alla prova allontanandoli per molti anni. Cosa ne è stato di quei due ragazzini?
La brama di ricontrarsi, la sete di risposta alle infinite domande che hanno tormentato la loro esistenza, il desiderio di morire in serenità, li ha tenuti in vita.
È l’attesa la vera protagonista. Quella vissuta da Henrik nel rivedere dopo quarantuno anni l’amico Konrad che viene condivisa con il lettore istante dopo istante. 
Dal passato più remoto al presente più recente, la loro storia prende forma attraverso un monologo di Henrik caratterizzato da un susseguirsi di domande sul significato più profondo dell’esistenza umana. I dolori della giovinezza sembrano aver perso ragion d’esistere di fronte alla vecchiaia e la costante paura di morire.
Ma la tensione che pervade tutto il testo si riversa nel bisogno di conoscere i dettagli più intimi di quella relazione amicale. Il tutto incorniciato da un mistero che ruota intorno alla presenza assenza di una figura femminile.
Una vicenda di non detti, dubbi e speranze.
Un ritmo pacato e un linguaggio aulico che dipingono l’essenza del generale Henrik nel lontano 1940.

di Alessia Liguori
Si ringrazia il Master Booktelling

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Márai, Sándor, L'eredità di Eszter, Adelphi , 1999
Márai, Sándor, Le braci, Adelphi , 1998
recensioni di Valle, R. L'Indice del 1999, n. 10

"Rimani solo e ricorda. Rimani solo e osserva. Rimani solo e rispondi. Non illuderti: non esistono soluzioni diverse. Rimani solo, anche a costo della vita": così lo scrittore ungherese Sándor Márai, in Cielo e terra (1942), epitomizza il proprio destino, esaltando la dignità di quegli autentici "spiriti sovrani" (Pascal, Hölderlin e Nietzsche) che non sono stati conniventi con il mondo e non se ne sono lasciati contagiare.

Nato nel 1900 a Kassa (in una terra di frontiera che all'inizio del secolo è parte della Kakania asburgica e ora della Slovacchia), Márai era assurto al successo letterario negli anni trenta, anche se il carattere solitario e schivo lo aveva tenuto lontano dallo scontro tra "populisti" (cantori del mondo contadino) e "borghesi" (l'intelligencija cosmopolita cittadina) che animava la cultura ungherese tra le due guerre. Sebbene godesse di agiatezza e fama, Márai era già allora precipitato nella "voragine della solitudine", diventando, come il musiliano uomo senza qualità, una figura emblematica della "fine di un modo di vivere": egli faceva parte di quella schiera di "uomini splendidi" che non hanno talento per vivere in armonia con il mondo e che credono nell'onore, nelle virtù virili, nel silenzio e nella solitudine. Con l'avvento del socialismo reale, Márai, nel 1948, abbandonò l'Ungheria e, dopo un soggiorno di qualche anno a Napoli, si stabilì negli Stati Uniti, a San Diego, dove divenne un migrante sedentario e dove morì suicida nel 1989 (un suicidio annunciato, perché prima di morire ebbe la premura di chiamare un'ambulanza che andasse a prelevare il suo cadavere). Nel deserto senza frontiere e senza miraggi dell'esilio, l'isolamento dello scrittore ungherese fu totale (unica sua patria la lingua), come testimonia il Diario tenuto dal 1943 al 1983.

La riscoperta di Márai - grazie alla pubblicazione di questi due romanzi, Le braci e L'eredità di Eszter, e al successo editoriale che ne è conseguito - non è solo un caso letterario alla moda, ma fa riemergere dall'oblio uno scrittore che può essere collocato nell'ambito di quel Novecento mitteleuropeo (Mann, Musil, Kundera, Bernhard) che ha saputo esprimere in maniera magistrale la "saggezza del romanzo": tale saggezza disfa e contraddice le trame intessute da quello che lo scrittore ungherese ha definito "il tempo sospetto della rivalutazione dei valori, la moda degli slogan". Alla superficialità e alla stupidità del Novecento, la "saggezza del romanzo" contrappone una sorta di filosofia del fundus animae che riflette senza illusioni sugli aspetti più reconditi dell'esistenza. Il tema centrale dei due romanzi di Márai è, infatti, la vita come "dovere e vanità": il dovere è il compimento del proprio destino, inteso sia come processo di autoformazione, sia come l'insieme di quelle perdite gravi che nel corso della vita l'uomo di carattere deve saper sopportare, fino alla perdita di sé nella morte. La vanità, invece, attesta l'irrecuperabilità dell'esistenza che versa nella precarietà e in un perenne stato di pericolo, perché è continuamente minacciata dalla distruzione. La vertigine della vanità si rivela in tutta la sua potenza devastante nella dissennatezza delle passioni, alla quale nessuna educazione sentimentale può resistere e che appartiene alla "notte dell'uomo", a quell'abisso segreto che si ha paura di sondare. In fondo all'abisso segreto c'è una verità panica: dietro l'apparente ordine rigoroso e razionale della cosiddetta realtà si nasconde e agisce tormentosamente una forza che brucia, una "radiazione maligna" che annichilisce la vita, ma che, nel contempo, la tiene in tensione. Questa forza sotterranea può rimanere pietrificata per lungo tempo nell'attesa di palesarsi, ma alla fine è destinata a straripare in un profluvio di "energia senza scopo".

In L'eredità di Eszter la protagonista vive un'esistenza silenziosa e appartata nell'attesa del ritorno del suo unico e incompiuto amore, Lajos: un dongiovanni da strapazzo, un millantatore impenitente che vent'anni prima, venendo meno alla promessa fatta, l'aveva ingannata e alla fine aveva sposato, senza amore, Vilma, la sorella di Eszter. Vilma aveva sempre odiato la sorella e quest'odio l'aveva sospinta a sposare Lajos: con lui aveva vissuto una vita infelice e precaria, alla quale solo la morte l'aveva sottratta. Vivendo in uno stato di perenne "dormiveglia", Eszter attende, asserragliata nella tana della solitudine, che Lajos torni per spiegare quel gesto gratuito, quella "sorpresa arbitraria" che ha sospeso la sua esistenza. All'inquieta e sedentaria attesa di Eszter (fondata sul convincimento che "gli amori infelici non finiscono mai") si contrappone l'inquieto e inconcludente nomadismo di Lajos che per vent'anni ha vissuto come un "cacciatore", addentrandosi ogni giorno nella civile giungla organizzata alla ricerca di denaro. Lajos è un puer aeternus con una spiccata tendenza alle "fantasie più strampalate": con i suoi sortilegi, egli esercita un fascino da illusionista da baraccone che gli permette di subornare coloro che nella vita sono destinati a soccombere. Tuttavia anch'egli è un avventuriero soccombente che ha alternato periodi di "ozio costoso" a improbabili imprese intellettuali e politiche destinate a fallire, e alla fine di un'esistenza insolvente sono rimasti solo i debiti da pagare. I debiti sono il movente che spinge Lajos a tornare da Eszter per chiederle l'estremo sacrificio (perché, come afferma cialtronescamente, le donne sono destinate ad amare "eroicamente"): la vendita di quella casa che è stata il teatro della tragedia silenziosa della donna. Da abile commediante Lajos riesce a convincere Eszter sciorinando una filosofia di vita da Nietzsche di provincia: egli ha vissuto pericolosamente e nella menzogna (che è un dato "primordiale") e, tuttavia, confessa il suo antico "amore incoerente" per Eszter, rimproverandola di mancanza di coraggio. Alla base di questo rimprovero c'è una verità che la protagonista apprende dopo vent'anni: Lajos, per vanità, era caduto nella trappola sentimentale di Vilma, ma poi si era pentito e aveva scritto tre lettere a Eszter, una settimana prima del matrimonio, che non erano mai giunte a destinazione, perché intercettate e occultate dalla promessa sposa. Il destino di Lajos e di Eszter non si compie nella rivelazione del segreto delle tre lettere, ma nella fatale dissoluzione dei sentimenti: l'amore morto e senza avvenire dei due amanti mancati e l'odio della sorella defunta. Le vite dei due protagonisti, incompiute e in ritardo, si trascineranno abulicamente nel solco tracciato dal momento della rottura della promessa: Eszter spodestata della sua eredità resterà sola, mentre Lajos continuerà a vegetare nel suo grottesco demi-monde truffaldino.

Anche Le braci è avvolto nell'atmosfera impalpabile dell'attesa e della dolorosa e masochistica reminescenza del passato; anche in questo caso l'aristocratico generale protagonista del romanzo vive un'esistenza pietrificata (simboleggiata dal suo castello-mausoleo di pietra ai piedi dei Carpazi), come un paralitico che coltiva con passione la propria infermità. Il generale, dopo quarantun'anni, attende il ritorno dai Tropici di Konrad, con il quale aveva condiviso fin dall'infanzia un'amicizia "seria e silenziosa" che sembrava destinata a durare e che invece si era bruscamente interrotta. Questa rottura era stata causata dall'irruzione dell'amore tra Konrad e Krisztina, la moglie del generale. Per sfuggire a questa situazione incresciosa Konrad era partito per i Tropici, mentre il generale e la moglie avevano continuato a vivere in assoluto silenzio, finché Krisztina non era morta. Il settantacinquenne generale, animato dal risentimento e dalla sete di vendetta, vuole conoscere dove ha "inizio il tradimento" e per quali ragioni tra due uomini che sono stati amici si può aprire un abisso incolmabile. Il confronto tra il sedentario risentito e il nomade Konrad si risolve in un lungo soliloquio del generale: per tutta la vita si è preparato a quel momento e si è reso invisibile al mondo per poter ricomparire davanti all'amico-rivale e conoscere la verità. Sebbene Konrad sia fuggito ai Tropici, i due protagonisti sono rimasti nello stesso posto, nel castello-mausoleo, incatenati da quel tradimento che ha cambiato irrimediabilmente le loro vite. Alla fine, anche in questo caso, non c'è alcuna spiegazione e alcuna vendetta: la spietata verità che emerge è proprio la vanità dell'attesa. Dietro la maschera dell'affinità elettiva si era celato per lungo tempo l'odio dell'amico-rivale per il generale: quest'odio, scaturito dall'invidia sociale (l'amico è un parvenu) e da un senso di superiorità intellettuale (la spiccata inclinazione per la musica di Konrad), con il tempo era diventato desiderio di vendetta che si era trasformato nella passione del tradimento, quale estrema ribellione dell'amico-rivale. L'inquietante e familiare legame degli affetti e la "legge geometrica" del triangolo ha stretto indissolubilmente fra loro i tre protagonisti, per cui non c'è stato tradimento: l'autentico tradimento consiste nel sopravvivere alla catastrofe esistenziale, e la vendetta in ritardo del generale non si compie. Questi destini, posseduti dal demone di una passione, compiono il loro dovere bruciando se stessi e alla fine rimane solo la vanità di un luttuoso cumulo di "braci luride e nere".

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Sándor Márai

1900, Košice (Ungheria)

Scrittore, poeta e giornalista ungherese. Nato nell’odierna Kosice, in Slovacchia (allora parte dell’Impero austro-ungarico), divenne collaboratore della «Frankfurter Zeitung». Nel 1928 si trasferì a Budapest dove, nel corso del ventennio successivo, pubblicò numerosi romanzi in lingua ungherese (I ribelli, 1930; Le confessioni di un borghese, 1934; Divorzio a Buda, 1935; L’eredità di Eszter, 1939; La recita di Bolzano, 1940; Le braci, 1942) che si soffermano, con prosa musicale, a indagare le pieghe più intime di personaggi che incarnano il malinconico disfacimento della mitteleuropa. Benché premiate dal successo, le sue opere vennero bollate come «realismo borghese» dall’intellighenzia del nuovo regime comunista:...

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