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La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro
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La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro 130 punti Effe Venditore: IBS
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La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro - Wolf Bukowski - copertina
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Descrizione

È in corso da anni una guerra, combattuta tra le strade delle città, contro poveri, migranti, movimenti di protesta e marginalità sociali. Le sue armi sono decoro e sicurezza, categorie diventate centrali nella politica ma fatte della sostanza di cui son fatti i miti: Furio Jesi chiamava idee senza parole gli artifici retorici di questo tipo, con cui la cultura di destra vagheggia fantomatici «bei tempi andati» di una società armoniosa. Lo scopo è cancellare ogni riferimento di classe per delimitare un dentro e un fuori, in cui il conflitto non è tra sfruttati e sfruttatori ma tra noi e loro, gli esclusi, che nel neoliberismo competitivo da vittime diventano colpevoli: povero è chi non si è meritato la ricchezza. Il mendicante che chiede l'elemosina, il lavavetri ai semafori, il venditore ambulante, il rovistatore di cassonetti, dipinti come minacce al quieto vivere. I dati smentiscono ogni affermazione ma non importa, la percezione conta più dei fatti: facendo appello a emozioni forti, come la paura, o semplificazioni estreme, come il «non ci sono i soldi» per le politiche sociali, lo scopo delle campagne securitarie diventa suscitare misure repressive per instillare paure e senso di minaccia. A essere perseguita non è la sicurezza sociale, di welfare e diritti, ma quella che dietro la sacra retorica del decoro assicura solo la difesa del privilegio. Sotto la maschera del bello vi è il ghigno della messa a reddito: garantire profitti e rendite tramite gentrificazione, turistificazione, cementificazione, foodificazione. Wolf Bukowski ripercorre come l'adesione della sinistra a questi dogmi abbia spalancato le porte all'egemonia della destra. Una perlustrazione dell'«abisso in cui, nel nome del decoro e di una versione pervertita della sicurezza, ci sono fioriere che contano come, e forse più, delle vite umane».
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2019
2 maggio 2019
160 p., Brossura
9788832067019

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riccardo m.
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Un saggio lucidissimo che ci fa capire come l'Europa e l'Italia si siano progressivamente trasformate nel continente e nel paese del risentimento, dell'odio e del razzismo. Il tutto viene illustrato attraverso l'analisi di importanti documenti e studi nazionali e internazionali che individuano come punto di non ritorno il momento in cui la sinistra incomincia ad abbracciare le tesi della destra. Facendo questo si prepara il campo alla propaganda populista che eleva il decoro e la sicurezza a valori assoluti. Un libro da leggere e da far leggere in tutte le scuole.

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Elaprof
Recensioni: 5/5

Un libro che chiarisce in modo limpido l'origine e la diffusione della categoria di decoro, sempre più utilizzata (e strumentalizzata) a scopo politico contro delle precise categorie sociali. Una lettura indispensabile per affilare gli strumenti critici e gli anticorpi contro una narrazione del mondo escludente e a tratti violenta.

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Rossana
Recensioni: 5/5

Il libro ricostruisce la genealogia del “decoro”, una perversa invenzione politica, dai teorici della destra americana negli anni ’80 fino ai nostri attuali amministratori, sia nazionali che locali. Lo slogan portante all’inizio era che atti di trascuratezza o di semplice maleducazione, comportamenti legati alla marginalità urbana, come il dormire sulle panchine dei parchi o delle stazioni, e persino semplici ripieghi a volte necessari, come mangiare un panino per strada, siano un primo passo verso il deterioramento della vita associata e la crescita della criminalità: donde lo slogan della “tolleranza zero”, che ha prodotto guasti civili, aumento di uccisi dalla polizia e zero lotta alla criminalità, quella vera. Poi pian piano tali atti sono stati criminalizzati in sé, e oggi si moltiplicano le ordinanze di sindaci e assessori, o i trionfali proclami che iniziano con “promessa mantenuta” per esibire gesti insani come la sparizione di panchine o la loro sostituzione con panchine dotate di “divisori antibivacco” o retate contro i poveri averi degli homeless. Chi ha la sensazione di vivere in un film di fantascienza sui guasti di un autoritarismo fondato sul nulla trova qui ricostruiti tutti i passaggi storici e le responsabilità politiche, in un’analisi informata, ben costruita, limpida.

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Voce della critica

Molti e significativi, ancorché non visti dai più, sono stati i cambiamenti che hanno coinvolto il mondo della street-art negli ultimi anni. Non è solo questione di quadri di Banksy che si autodistruggono da Sotheby’s moltiplicando il proprio valore – o meglio, il passaggio al mainstream della corrente artistica per definizione sotterranea non è che il sintomo più evidente di questo cambiamento. Oggi, i segni della street-art, o almeno alcuni di essi, non sono più inintelligibili alla maggior parte della gente, anzi sono graditi: chi, come me, vive in una città turistica, è testimone ogni giorno di come il “pezzo” su uno sportellino del gas è più fotografato della basilica che gli sta accanto. Un fatto, questo, non privo di implicazioni: il proliferare di “street-artist per turisti”, che producono operucce ispirate alle più note icone pop, allo scopo di andare su Instagram e poi vendere i propri originali, o la distinzione tra “street art buona” (quella carina, o appunto riconoscibile, o ancora fatta su “muri legali”) e “street art cattiva” – tutto il resto, e in particolare le tag.

Street-art, quindi, che da spina nel fianco degli amministratori ossessionati da quella forma di autoritarismo a bassa intensità nota come “ideologia del decoro”, rischia di diventare un loro possibile alleato. Qualcuno ricorderà i due casi in cui Blu, oggi il maggiore street artist italiano, ha cancellato personalmente due propri murales: a Kreuzberg, perché la loro presenza era diventata, suo malgrado, una forza della gentrificazione, con l’aumento degli affitti nel quartiere berlinese; e a Bologna, dalla facciata del centro sociale XM24, per protesta contro una squallida mostra di street-art istituzionale organizzata in una città dove da due decenni è in atto una lotta ferocissima contro ogni forma di cultura dal basso.

Ci sono anche, tra i vari contributi, quelli dei due intellettuali che meglio hanno saputo inquadrare il dibattito, mostrando ai più ingenui che iniziative di ripulitura urbana quali “Retake” o “Angeli del bello” sono, oltre che frutto di un frainteso concetto di cittadinanza, ben più vandaliche di qualunque scritta. Si tratta di Tamar Pitch, che per prima, col cruciale saggio Contro il decoro (Laterza) ha messo il vero nemico nel mirino, e Wolf Bukowski, che col recentissimo La buona educazione degli oppressi – Piccola storia del decoro (Alegre) ha saputo declinare l’intera questione sotto una chiave politica, svelandone i reali scopi: spaventare i cittadini, alzare il valore degli immobili, cacciare gli abitanti poveri in favore di quelli benestanti e quelli benestanti in favore dei turisti – in tre parole, toglierti la città… Pensaci, la prossima volta che stai per non fare una tag.

Recensione di Vanni Santoni

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