La bustina di Minerva

Umberto Eco

Editore: Bompiani
Collana: I Lemuri
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
In commercio dal: 6 giugno 2001
Pagine: 345 p.
  • EAN: 9788845248627
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Descrizione
"La bustina di Minerva" è una rubrica iniziata sull'ultima pagina dell'"Espresso" nel marzo del 1985 e continuata con regolarità settimanale sino al marzo 1998, quando è diventata quindicinale. Ora le "Bustine" sono state selezionate e raccolte in questo libro. Si spazia da riflessioni sul mondo contemporaneo, alla società italiana, alla stampa, al destino del libro nell'era di Internet, sino ad alcune caute previsioni sul terzo Millennio e a una serie di "divertimenti" o raccontini. La raccolta dà il senso alla rubrica che, come vuole il titolo, intendeva raccogliere quegli appunti occasionali e spesso extravaganti che talora si annotano nella parte interna di quelle bustine di fiammiferi che si chiamano appunto Minerva.

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    Carlo

    06/04/2018 14:11:06

    Non di rado capitava di acquistare l’Espresso unicamente per le rubriche di alcuni autori, i decani Biagi e Bocca, lo spassoso Serra, Travaglio, nel novero di queste brillanti penne rientrava ovviamente Umberto Eco con la sua “Bustina di Minerva” , spazio prima settimanale (se la memoria non m’inganna…) e poi quindicinale, in alternanza con “Vetro soffiato” di Scalfari. In tale rubrica il grande semiologo e romanziere poteva sbizzarrirsi, affrontare qualsiasi argomento sezionandolo da par suo, trovando letture originali di qualsiasi avvenimento avesse catturato la sua attenzione, arricchendo il tutto con riferimenti di elevato livello culturale e senza dimenticare l’ironia, venante ogni suo scritto. Classico libro da tenere sempre ben posizionato nella libreria e pronto all’uso, molte “Bustine” manterranno freschezza e attualità per anni e una rilettura, anche (o soprattutto) in ordine sparso, sarà immancabilmente istruttiva e piacevole.

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    Cristiano Cant

    26/02/2016 10:23:15

    La fluviale curiosità di un uomo, le mille sponde divertite del suo cosmo sensibile, il suo estro lessicale, tutto e tanto altro è dentro questa raccolta di paesaggi sociali, umani, culturali che ormai valgono un compendio di storia italiana, di autentica coscienza nazionale. Un vero dizionario intellettuale di profondità e di sberleffi, sguardi dietro le cose e attorno alla materia più innocua che le riveste e le disfa, un lungo disordinato spartito di voci e di strida maneggiato con l'umore e l'umorismo di una penna geniale, la nostra corrispondenza col mondo, coi costumi e i difetti di una vita impazzita consegnati alle mani di un capriccioso istrione...come pochissimi. Omaggiarlo così, nelle stanze della sua ricerca vastissima, del suo spirito sommo, è appena un mozzicone d'accenno rispetto a quanto davvero meriterebbe. Riavvolgersi in queste pagine è una gioia, un continuo sorridente sussulto, una paga finalmente degna contro i soprusi e le miserie di un vivere sotto smacco. Le scelte si perdono...dai viscerali misteri che smuovono il tifo calcistico all'elogio commosso di Ginger Rogers, dal confronto Derrick-Colombo alla Corrida come specchio supremo di un'identità patria. Ma è ovviamente nell'amore per i libri che germoglia a perfezione ogni parola e ogni tratto, libri sentiti e vissuti come uomini migliori, soffi e resti autentici della civiltà senza tempo, esseri da amare, lodare, curare, come una sapiente vita della memoria che nessuno e nulla potranno mai scalfire. E il vertice della goliardia e dell'intellligenza in questo caso si perde in una pagina presa da "Dell'importanza delle lettere maiuscole", quando l'autore, sfogliando un libro di estetica, scopre che all'indice dei nomi egli è più citato del suo maestro Pareyson; per poi però aggiungere:"Ahimè, non mi ci son trovato..cioè..in tutte le pagine citate appariva sì la parola eco, ma con la lettera minuscola". Questa era Umberto Eco, un uomo e uno scrittore maiuscolo che non dovremo mai dimenticare.

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    Alessandro

    15/07/2013 17:16:14

    Non è il grande capolavoro letterario, è semplicemente il più godibile divertimento intellettuale che si possa trovare sulla piazza. La risata di Eco quando scrive è sublime.

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    Gianluca

    17/01/2005 14:55:21

    Si tratta di un'operazione commerciale stucchevole e poco interessante. Alcune bustine sono piccole chicche letterarie, ma tutte insieme fanno venire la nausea. Per leggerle bisogna essere poveri bulimici narrativi.

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    Elisa F.

    20/06/2004 13:29:21

    Da leggere e rileggere, senza soluzione di continuità!

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    Maurizio Froldi

    05/11/2001 23:48:22

    Un modo per leggere questo libro è quello di aprirlo a caso e leggere una sola Bustina. Un altro è quello di scorrere i titoli (palesemente di Eco) e fermarsi dove si sente il trillo. Per esempio su “Un trattato sugli stuzzicadenti” o “Chopin contro Vianello”, “Quella schifezza della Quinta“ o “Alcune buone ragioni per mettere una bomba”. In prefazione l’autore dice di avere omesso le bustine sui “giochini”. Non preoccupatevi: i giochi di parole ci sono. Il migliore a pagina 235, dove ci si chiede a quale noto autore italiano del Novecento appartenga il soffice incipit "Turbata libertà degli incanti". Non è Ungaretti. Neppure Quasimodo e neppure il verosimile Cardarelli. La rivelazione è tremenda: possibile che sia davvero un articolo del codice Rocco sulla turbativa d’asta? Ho controllato: è l’articolo 353. Grande!

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"Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull'argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia."

Umberto Eco è sicuramente il nostro maggior intellettuale, l'unico che possiamo esportare con orgoglio dal Giappone a Cuba, essendo notissimo in tutti i paesi del mondo. Ma, caso davvero raro, sa rendere la lettura delle sue opere talmente divertente e interessante, da far sì che anche il lettore meno preparato compri ogni nuovo libro che pubblica, sia anche il difficilissimo Kant e l'ornitorinco, certo di non annoiarsi. Le Bustine di Minerva, è la raccolta delle famose "Bustine" che compaiono nell'ultima pagina dell'Espresso dal marzo 1985, per i primi anni con cadenza settimanale e dal 1998 quindicinale. Alcune erano già state pubblicate ne Il secondo diario minimo, ma è un'idea davvero felice averle qui raccolte in modo compiuto, suddivise in capitoli tematici e possibili da leggere anche seguendo nell'indice il titolo di ciascuna e il proprio interesse in quel momento. Brevi, in genere di poche pagine, spesso legate all'attualità, ma altrettante volte capaci di trattare temi che non perdono forza col passare degli anni, ci propongono l''ecopensiero" con molta più vivacità di un trattato o di una conferenza. E il termine "ecopensiero", vuole anche indicare come le riflessioni qui riportate rappresentino davvero una forma di ecologia del pensiero, liberato da ogni tipo di inquinamento, da mode e da ovvietà, senza timori di dire cose che possano apparire sgradevoli o sgradite, con in dote solo una brillante intelligenza e una straordinaria capacità di utilizzo della lingua.

Si parla di migrazioni e di guerra (ed è da leggere, per approfondire un po' queste riflessioni, il piccolo volume uscito per i pasSaggi Bompiani, Cinque scritti morali), si coglie l'orrore per la pena di morte, si irride al culto esasperato del politically correct e allo stravolgimento che può portare non solo nei rapporti interpersonali, ma nel giornalismo o nella critica; a questo proposito va ricordato il recente volume di David Denby, Grandi libri, che testimonia come nelle università americane anche i classici della letteratura vengano sottoposti al vaglio del "politicamente corretto" (e si arriva condannare l'Iliade perché esalta la violenza...). Si parla di processi e di politica, di trasmissioni televisive e di film, di cronaca rosa e di calcio, del mondo dell'informazione e di quello della cultura, il tutto sempre con una incredibile capacità di spiazzare e divertire il lettore attraverso nonsense e giochi linguistici, riflessioni per assurdo, esempi e "parabole" di certo geniali. Ma non manca la riflessione più pensosa, che tocca e colpisce per l'acutezza e la puntualità dell'osservazione, o lo sguardo attento alle trasformazioni culturali di questi ultimi anni che mostrano come si può vivere una vera e propria rivoluzione, come quella tecnologica, senza esserne travolti e senza perdere il senso della realtà (quella vera e non solo quella virtuale).

Citerei ad esempio la chiusura di una "bustina" del 1997 centrata su un tema di grande attualità e dal titolo significativo: Uno scienziato pazzo ha deciso di clonarmi. "Clonare esseri umani sarà un pessimo investimento per chiunque. Quale grande personaggio vorrebbe correre il rischio di perpetuarsi attraverso una caricatura? Tutto sommato è ancora più ragionevole fare figli col vecchio sistema. E poi, se fosse vero che in una cellula c'è già tutto il nostro destino, perché varrebbe la pena di vivere?".

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Migrazioni

Martedì scorso, mentre tutti i giornali dedicavano numerosi articoli alle tensioni fiorentine, su la Repubblica appariva una vignetta di Bucchi: rappresentava due silhouette, un'Africa enorme e incombente, un'Italia minuscola; accanto, una Firenze che non era rappresentabile neppure con un puntino (e sotto c'era scritto "Dove vogliono più polizia"). Sul Corriere della Sera si riassumeva la storia delle mutazioni climatiche sul nostro pianeta dal 4000 a.C. a oggi. E da questa rassegna emergeva che a mano a mano la fertilità o l'aridità di un continente provocavano immense migrazioni che hanno cambiato il volto del pianeta e creato le civiltà che oggi conosciamo o per esperienza diretta o per ricostruzione storica.
Oggi, di fronte al cosiddetto problema degli extracomunitari (grazioso eufemismo che, come è stato già notato, dovrebbe comprendere anche gli svizzeri e i turisti texani), problema che interessa tutte le nazioni europee, continuiamo a ragionare come se ci trovassimo di fronte a un fenomeno di immigrazione. Si ha immigrazione quando alcune centinaia di migliaia di cittadini di un paese sovrappopolato vogliono andare a vivere in un altro paese (per esempio gli italiani in Australia). Ed è naturale che il paese ospitante debba regolare il flusso di immigrazione secondo le proprie capacità di accoglienza, come va da sé che abbia il diritto di arrestare o espellere gli immigrati che delinquono - così come d'altra parte ha il dovere di arrestare, se delinquono, sia i propri cittadini che i turisti ricchi che portano valuta pregiata.
Ma oggi, in Europa, non ci troviamo di fronte a un fenomeno di immigrazione. Ci troviamo di fronte a un fenomeno migratorio. Certo non ha l'aspetto violento e travolgente delle invasioni dei popoli germanici in Italia, Francia e Spagna, non ha la virulenza dell'espansione araba dopo l'Egira, non ha la lentezza di quei flussi imprecisi che hanno portato popoli oscuri dall'Asia all'Oceania e forse alle Americhe, muovendosi sopra lingue di terra ormai sommerse. Ma è un altro capitolo della storia del pianeta che visto le civiltà formarsi e dissolversi sull'onda di grandi flussi migratori, prima dall'Ovest verso l'Est (ma ne sappiamo pochissimo), poi dall'Est verso l'Ovest, iniziando con un movimento millenario dalle sorgenti dell'Indo alle Colonne d'Ercole, e poi in quattro secoli dalle Colonne d'Ercole alla California e alla Terra del Fuoco.
Ora la migrazione, inavvertibile perché assume l'aspetto di un viaggio in aereo e di una sosta all'ufficio stranieri della questura, o dello sbarco clandestino, avviene da un Sud sempre più arido e affamato verso il Nord. Sembra una immigrazione, ma è una migrazione, è un evento storico di portata incalcolabile, non avviene per transito di orde che non lasciano più crescer l'erba dove sono passati i loro cavalli, ma a grappoli discreti e sottomessi, e però non prenderà secoli o millenni, ma decenni. E come tutte le grandi migrazioni avrà come risultato finale un riassetto etnico delle terre di destinazione, un inesorabile cambiamento dei costumi, una inarrestabile ibridazione che muterà statisticamente il colore della pelle, dei capelli, degli occhi delle popolazioni, così come non molti normanni hanno installato in Sicilia dei tipi umani biondi e con gli occhi azzurri.
Le grandi migrazioni, almeno in periodo storico, sono temute: dapprincipio si tenta di evitarle, gli imperatori romani erigono un vallum qua e uno là, mandano le quadrate legioni in avanti per sottomettere gli intrusi che avanzano; poi vengono a patti e disciplinano le prime installazioni, quindi allargano la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell'impero, ma alla fine sulle rovine della romanità si formano i cosiddetti regni romano-barbarici che sono all'origine dei nostri paesi europei, delle lingue che oggi orgogliosamente parliamo, delle nostre istituzioni politiche e sociali. Quando sulle autostrade lombarde troviamo località che si chiamano italianamente Usmate, Biandrate, abbiamo dimenticato che sono desinenze longobarde. D'altra parte, da dove venivano quei sorrisi etruschi che ritroviamo ancora su tanti volti dell'Italia centrale?
Le grandi migrazioni non si arrestano. Ci si prepara semplicemente a vivere una nuova stagione della cultura afroeuropea.

1990