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Traduttore: B. Amato
Editore: Feltrinelli
Collana: Serie bianca
Anno edizione: 2005
Pagine: 250 p., Brossura
  • EAN: 9788807171079
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Il titolo dell'edizione italiana tradisce l'originale. Con quel tratto fiabesco illude il lettore che il libro di Anna Funder possa essere il pendant dell'ironica e malinconica pellicola Good by, Lenin! , che ha avuto un buon successo anche in Italia. Il titolo dell'edizione originale in inglese è invece Stasiland , il paese della Stasi, cioè del famigerato servizio di sicurezza della Repubblica democratica tedesca, la Ddr appunto. Questo è un libro sulla Stasi e contiene ben poco di nostalgico.
La Ddr è stata definita come il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi. In un paese di diciassette milioni di abitanti la Stasi disponeva di 97.000 dipendenti e di 170.000 informatori fra la popolazione. Se nel Terzo Reich c'era un agente della Gestapo ogni duemila cittadini e nell'Urss di Stalin un agente del Kgb ogni seimila, nella Ddr c'era un agente o un informatore ogni sessantatre. Nella centrale della Stasi, presa d'assalto dai berlinesi dopo il crollo del Muro, lavoravano quindicimila burocrati, sovrintendendo alla vigilanza su tutto il paese con quattordici uffici regionali. La Stasi era uno stato nello stato, come si dice in questi casi e come vuole attestare il titolo di questo libro, e incuteva timore agli stessi dirigenti del partito con i suoi potenti strumenti di controllo e di ricatto. Tutto questo è noto da tempo. Com'è nota la vicenda della montagna di dossier che riportavano le informazioni dei delatori, spesso costretti dalla Stasi con maniere abiette, sul vicino di casa, ma anche sul collega di lavoro, sull'amico, perfino sul coniuge, dossier in parte dati alle fiamme dagli stessi agenti nelle poche ore che ebbero a disposizione, in parte fatti dagli stessi a pezzettini (pezzettini raccolti in un archivio di Norimberga, dove occorreranno trecentosettant'anni per ricomporre i puzzle) e in parte recuperati e offerti alla consultazione degli interessati.
La Stasi non incuteva solo timore, esercitava anche terrore. La posta veniva letta a quasi tutti, quasi tutti avevano il telefono sotto controllo, le pareti degli appartamenti celavano talvolta sofisticati sistemi di ascolto. La menzogna e la calunnia erano armi usuali. Tutti sospettavano di tutti. A quale perfidia la Stasi potesse arrivare, spiando, pedinando, perseguitando, torturando, umiliando, ricattando i cittadini, spesso innocui dissidenti, altrettanto spesso ignari innocenti, risulta dai drammatici resoconti di questo libro.
L'autrice, un'australiana, prima studentessa poi giornalista a Berlino, incontrò nell'inverno 1996-97 nella stessa Berlino, a Lipsia e a Dresda, alcuni ex cittadini della Ddr, quattro vittime della Stasi e quattro ex agenti della stessa.
Miriam Weber, la figura più tragica del gruppo, con la quale la giornalista australiana ha intrecciato un intenso rapporto protrattosi negli anni, aveva da giovanissima diffuso volantini e tentato di scalare il Muro. Dopo il carcere aveva tentato di farsi una vita, ma le era stata resa impossibile dalle varie forme di pressione della Stasi, fino alla morte del marito, probabilmente massacrato a botte in una cella di prigione. Della fine del marito, e della scomparsa dei suoi resti, Miriam nel 2002 non era riuscita ancora a sapere alcunché.
Julia Behrend, sospettata per avere avuto un fidanzato italiano (la loro corrispondenza veniva regolarmente letta), non aveva trovato lavoro e non sarebbe stata liberata da una sorveglianza soffocante finché non fosse stata disponibile a fornire informazioni sulle persone che facevano parte della sua vita. Essendosi rifiutata, dieci anni dopo continuava a pensare di aver subito un danno psichico irreversibile.
Per rivedere il figlio appena nato, rimasto in un ospedale di Berlino Ovest per l'improvvisa costruzione del Muro, Sigrid Paul, pedinata a lungo, poi rapita in pieno centro dalla Stasi, avrebbe dovuto diventare l'esca per far catturare un giovane occidentale, colpevole di aver aiutato a fuggire alcuni cittadini orientali. Sottoposta a mesi di carcere duro per non aver accettato lo "scambio", Sigrid Paul si era convinta di essere una criminale. Quasi quarant'anni dopoQQ1Q, divenuta ormai un rottame umano, il rifiuto del 1961 - "contro mio figlio" - continuava a tormentarla.
Il quarto interlocutore della Funder, Klaus Renft, un cantante di musica rock espulso a suo tempo dalla Ddr, ma tornato a mietere successi nell'Est, era l'unico ad aver letto il fascicolo che lo riguardava ed era l'unico che si divertisse a leggere come le vicende della propria vita fossero presentate dagli agenti della Stasi.
Anche uno dei quattro ex agenti della Stasi intervistati da Anna Funder, Hagen Koch, ricorda che il padre insegnante era stato costretto a iscriversi al partito per evitare l'internamento in un campo sovietico. Gli stessi agenti della Stasi erano sottoposti infatti a ricatti e minacce. In qualche modo, però, gli ex della Stasi incontrati dall'autrice trovavano giustificazione per il loro operato, o per l'intatta fede nel "sistema socialista" o per la necessità di avere un lavoro ben remunerato. Un paio erano orgogliosi dell'efficacia della "ditta", come tutti chiamavano la Stasi. Sembra che nel 1997 costoro non se la cavassero male, avendo trovato una sistemazione nel nuovo stato e potendone parlar male con i colleghi di una volta negli incontri nella solita osteria. Di certo non sembravano soffrire il peso del passato. Le vittime invece si portavano dentro i postumi di una gioventù distrutta e di un'esistenza travagliata. Soffrivano, e soffriranno forse per sempre, di disturbi psichici, di incubi, di paure ricorrenti.
Pur dotato di una cornice di informazioni sulle vicende della Germania della seconda metà del secolo, il libro non è che un reportage con qualche ambizione letteraria (efficaci, ad esempio, le frequenti descrizioni del grigiore ancora dominante in Germania orientale, dove il colore del cielo si confonde con quello degli scalcinati casermoni di stile sovietico). Ma è un testo di grande utilità. Di queste testimonianze di anonimi individui, raccolte prima che la loro memoria si spenga e la loro scomparsa porti all'oblio, abbiamo bisogno oggi per capire che cosa fosse lo Stasiland . Ne avranno bisogno domani gli storici, ai quali non potranno bastare i documenti e gli atti d'archivio per ricostruire dalle pieghe più nascoste degli animi e dal chiuso dei sentimenti la follia di un regime. "Per far capire un regime come quello della Ddr è necessario raccontare le storia della gente comune", disse all'autrice una delle sue interlocutrici.

Mario Caciagli

Recensioni dei clienti

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    Tullio Pascoli

    27/08/2012 10.34.19

    Considero oltremodo lodevole quest' opera: presenta concrete testimonianze di chi non solo ha subito il barbaro tentativo di imporre il disastroso modello marxista, ma anche di chi ha attivamente partecipato alla dolorosa realizzazione del tragico esperimento fallito. E lo sforzo dell'autrice, sotto il titolo originale di STASILAND è stato ampiamente premiato dall'enorme successo internazionale in oltre 20 Paesi in diverse lingue. E' utile raccomandarne la lettura anche a chi non si rassegna ad accettare la fine del comunismo o che continua ad esaltarlo, facendo finta che quell'incubo non è mai esistito. Fornisce numerose concrete evidenze di com'era la società della diffidenza. Qui dimostra che per mantenere insieme il regime dovevano ricorrere alla più becera repressione, stimolando tutti a spiare tutti, arrivando la Stasi ad inventare tradimenti coniugali pur di estorcere anche false confessioni da usare come ricatti ed inserire la gente nel sistema di spionaggio. Diciamo le cose come stanno: gli intervistati spiegano la dimensione degli archivi recuperati della STASI. Ora, per ricomporre la carta semidistrutta, in 40 rimettono insieme 400 pagine al giorno: 100.000 all'anno; a questo ritmo si impiegherebbero 375 anni per completarlo. Era questa, dunque, la tanto decantata società fraterna e giusta: quella della più stretta sorveglianza dietro i fili spinati e dei campi minati per evitare che la gente scegliesse la libertà? Ma se i racconti della Funder non bastassero a convincere dell'inutilità di tali metodi per realizzarla, agli ingenui fedeli nostalgici seguaci della dottrina bolscevica, possiamo raccomandare tante altre letture, e fra le quali SOCIALISMO di Ludwig von Mises è stata una delle prime in assoluto. Il grande liberale austriaco, infatti, già nel 1922 aveva profeticamente anticipato, da un punto di vista più strettamente economico, le ragioni per cui il delirio del sogno collettivista non avrebbe potuto resistere al severo giudizio della realtà.

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    nino

    30/11/2011 22.10.15

    Il libro ha il pregio di immergere il lettore nella vita quotidiana della DDR, anche in linea con la diffusa "Ostalgie" nella Germania contemporanea. E' pur vero che c'è un atteggiamento di preconcetta diffidenza ed ostilità dell'autrice verso la DDR, la cui realtà qui non si vuole indagare a fondo. Ma oggi è facile parlar male della Germania Est... Magari un giorno i nostri posteri useranno le stesse argomentazioni per giudicare la follia di oggi, dominato dal capitalismo finanziario che strangola gli stati e suoi cittadini...

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    Wally

    10/11/2011 12.09.37

    Il libro senz'altro manifesta una visione "occidentale" della Stasi, nel senso che parte con l'idea che la DDR fosse il regno del male e del controllo esasperato dei cittadini. Senza dubbio vero, ma un po' di parte. Ciononostante, le testimonianze sono molto intense, e danno uno spaccato di come realmente le cose stessero in quel Paese prima della caduta del muro. A mio parere, un libro da leggere.

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    Geordie

    27/09/2011 22.21.03

    Un libro interessante e pieno di frammenti di vite quotidiane, uno spaccato sulla DDR che raramente ho trovato in altri libri. Certo, la tesi della Funder è chiara fin dalle prime pagine, alcuni passaggi non sono eccelsi ma trovo il libro valido. Quello che cercavo erano elementi di quotidianità e qui li ho trovati. Ho letto altri libri o saggi sulla DDR e quello che mi è sempre mancato sono le storie. Prevalgono quelle negative ed è in risalto l'aspetto paranoico della Stasi, ma su questo il titolo originale non mente ("STASILAND"). E' deprimente il fatto che non si possa affrontare l'argomento senza creare una disputa tra comunisti e anti-comunisti. Chi la pone in questi termini non ha capito molto degli intenti del libro.

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    Emiliano

    09/02/2011 09.57.04

    Il libro é una discreta testimonianza di ció che accadeva all´interno della vecchia DDR da parte di chi quelle esperienze le ha vissute in prima persona. Tuttavia ho l´impressione che la funder non cerchi di capire che cosa fosse la DDR, piuttosto credo che lei abbia giá una sua idea preconcetta e cerchi solamente di trovare delle conferme alla sua tesi, abbandonandosi molto spesso a commenti del tutto personali (usa parole come orrore, ribrezzo anche quando chi racconta usa espressioni di malinconia nonostante la tragicitá del ricordo) ed ad accostamenti fuori luogo (che c´entra l´associazione giovanile socialista con la gioventú hitleriana??), senza contare che probabilmente dimentica che al di la del muro, a Berlino, negli anni 70 si moriva di eroina anche a 15 anni.

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    renzo stefani

    20/07/2009 16.32.51

    Il titolo italiano è fuorviante ma l'opera mi sembra sincera, a tratti commovente; le testimonianze sono tutte straordinarie, da una parte e dall'altra. L'atmosfera che si percepisce, anche nei colori, negli odori e nella descrizione del paesaggio, l'ho conosciuta bene, fatte le debite differenze, nella Romania degli anni '70, che ho frequentato a lungo. La locale stasi si chiamava securitate: meno raffinata, meno precisa e più brutale. L'incidente stradale era la fine di molti dissidenti: una fatalità, naturalmente. Storia non scritta, lì, come in Germania, meglio dimenticare, quasi per tutti. Così va il mondo, ma almeno qualcuno, come l'autrice, pensa che qualcosa vada ricordato, e trasmesso. Non servirà a molto, ma a qualcuno sì. Gli amanti dei carri armati, di Fidel, di Honecker, di Ceausescu ci saranno ancora per un po' Pietà per loro. Renzo Stefani

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    Riccardo P.

    29/11/2007 18.59.19

    E' interessante notare come ogni volta che si toccano certi argomenti sia sempre l'eterna diatriba politica locale tra Peppone e Don Camillo, vero esempio di moto perpetuo e di provincialissima chiacchera da bar, a prendere il sopravvento su ogni possibile tentativo di una seria ed equilibrata riflessione sulla politica e la storia: un mio parente per parte di madre(un ragazzino di neanche 14 anni!), fu preso dai miliziani di Tito e morì gettato in foiba; sapere che i miei parenti paterni furono invece perseguitati pesantemente dal fascismo non gli avrebbe certo reso meno dura la fine! Così l'eventuale libro sui crimini perpetrati dagli USA nella prigione di Juantanamo che spero vivamente prima o poi qualcuno scriva non sminuirà il peso storico di un testo come Arcipelago Gulag. A me il libro della Funder è piaciuto; con tutti i suoi limiti ed ingenuità eventuali resta un meritevole tentativo, attraverso l'esempio della Stasi, di far luce su uno dei più inquietanti effetti sulla vita sociale di ogni sistema politico che abbia bisogno della creazione e mantenimento in vita di un "nemico" per sopravvivere: l'elezione della paranoia a sistema di vita, la conseguente giustificazione di molti abusi nei confronti delle libertà personali e un certo gusto per un esercizio del potere più arrogante (quando non sadico) che illuminato; che dietro tutto questo ci fosse poi l'idea nobile di una società migliore poco importa ai perseguitati; ce l'avranno si o no il diritto oggi di far sentire liberamente la loro voce magari senza doversi preoccupare della "par condicio", dello stile narrativo o dei "titoli cruscanti" della loro intervistatrice?

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    Markus Hedorfer

    28/08/2007 22.14.01

    Il libro è molto bello anche se non condivido sempre tutte le prese di posizione dell'autrice. Trovo molto interessante il fatto che sia scritto da un'australiana o, meglio, da una non tedesca. Anna Funder dimostra di conoscere molto bene la Germania occidentale, l'essere tedeschi, ma guarda ad entrambe queste cose con un salutare e, a volte, simpatico distacco. Dimostra, poi, di saper apprendere umilmente la realtà della Germania orientale in molte delle sue sfaccettature. Non tutte, ma non ha nemmeno la pretesa dell'esaustività. È un libro molto utile per chi, come me, fa ancora oggi fatica a distaccarsi da certe idealizzazioni sul socialismo reale. Insomma: che lo vogliamo o no, la Stasi e le altre illibertà c'erano nella DDR, e l'unico modo per non avere problemi era adeguarsi e non aprire bocca più di tanto. Un altro consiglio: guardare il film "Le vite degli altri"; bello ovviamente anche "Good-bye Lenin" (che va però guardato un po' più "tra le righe" di quanto non lo si faccia solitamente). Mi piacerebbe proprio conoscere l'autrice e scambiare un po' di opinioni. Saluti.

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    Demic

    27/08/2007 12.41.26

    Visto che il libro sarebbe stato scritto col senno di poi e fermo restando che il modello capitalista occidentale presenta gravi storture (qui siamo d'accordo), vorrei chiedere ai nostalgici del socialismo reale: come mai in quegli anni, "col senno di mentre", nessuno fuggiva dall'ovest all'est? Come mai soltanto i berlinesi dell'est rischiavano la vita per saltare il muro e non anche quelli dell'ovest? I due regimi erano equivalenti, no? Equivalente avrebbe dovuto essere anche il numero di esiliati e di profughi, ma mi pare che così non fosse. Proprio per niente. Ci sarà qualche motivo.

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    Adriano Massimo

    15/11/2006 13.22.40

    Il libro è molto bello e spiega quale fosse la società costruita dai comunisti della DDR. J.Como è un vero asino, a dispetto delle sue millantate lauree, a difendere quel tipo di società. Il libro non vuole essere un trattato scritto in comunistese (come quelli che è solito leggere), farneticante ed incomprensibile ai più, ma una semplice descrizione di una delle società più liberticide del mondo. Dite quello che volete, comunisti, che qui ci sono i cheeseburger ed i loro obesi, che invece delle trabant ci toccano i SUV, che qui la CIA fa le stesse cose (falsissimo), ma intanto io sono libero di sceglier per la mia vita, di dire e fare tutto quello che voglio e penso (nel rispetto degli altri), e questo vuol dire libertà. Non potete dirmi "la libertà e la democrazia non si discutono, ma lì era meglio che qui", perchè mi allora mi piacerebbe che vostro fratello fosse giustiziato in un campo senza processo per vedere se la pensereste ancora allo stesso modo. Guardate che tutti i regimi comunisti sono sempre stati contro il popolo, che li ha sempre odiati. Provate ad andare a Cuba e chiedete alla gente di strada, poi vedrete. A proposito, J.Como, perchè non te ne vai in uno dei paesi di cui sei studioso appassionato, invece di sputare su chi ti paga lo stipendio e ti permette di sprecare così platealmente la tua vita?

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    Roberto Briozzo

    25/07/2006 09.56.46

    Visto dal paese - l'Italia - in cui servizi segreti, apparati dello stato, mafia e CIA hanno dato vita alle più bizzarre quanto efficaci promiscuità e hanno messo in atto una dello più crude ed efferate opere di repressione dell'occidente europeo (l'affaire Mattei e il caso Moro, creazione e gestione delle brigate rosse, bombe in piazze, banche, treni e stazioni ferroviarie, giusto i primi esempi che mi vengono in mente. Facciamo la somma delle vittime?) le strategie orwelliane e un po' "retro" della Stasi - viste con stupefacente ingenuità da una scrittrice occidentale - mi fanno sorridere come i film in cui Lando Buzzanca fa la parodia di James Bond. Certo, libertà e democrazia sono beni inestimabili. Ma, a 16 anni dal crollo del muro, non sono sicuro che vivere in uno stato che mi nega le speranze di partecipare al Grande Fratello, mi impone Trabant al posto di Smart e SUV della BMW, mi preserva dalle obesità da Cheesburger, mi dispiacerebbe. Non sono nemmeno certo che i palazzoni disegnati dagli architetti di regime siano meglio delle ville sulle nostre coste e degli ecomostri. E quando vedo le tonnellate di carne femminile dell'est sulle strade della mia città, o quando penso agli stipendi nelle filiali delle multinazionali che hanno preso d'assalto i paesi dell'ex patto di Varsavia, il cerchio si chiude. Anna Funder non risponde, nè si pone, una domanda che dovrebbe stare alla base della sua analisi. Meglio un regime imposto con i carri armati o un regime imposto con il dollaro, l'euro, il marco, il petrolio?

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    Antonio

    21/06/2006 00.12.23

    Ottimo e totalmente veritiero il libro di Anna Funder. Parlo con cognizione di causa, avendo conosciuto alcune persone fuggite dalla Germania Orientale ( DDR), e che, attualmente, abitano nella mia città. Ho inoltre visitato Berlino-Est, in pieno Regime comunista e successivamente , caduto il Muro, mi sono recato nella sede della famigerata Stasi, in Normannenstrasse. Vorrei, quindi, replicare al bi-laureato e ricercatore J.Como,certamente un ex-sessantottino, che ha mille ragioni il Presidente Berlusconi, quando afferma che la Sinistra egemonizza totalmente la Cultura in Italia.

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    Simone S.

    06/01/2006 18.20.52

    Libro prezioso, che restituisce la parola a un mondo dopo che per 40 anni è stato messo sotto silenzio. Non capisco perché si debba tirare fuori la CIA e Allende come pretesto per NON parlare invece di DDR così come era vissuta da dentro, in quei decenni. Comodo rovesciare i soliti discorsi (che comunque condivido) su Usa e Cia, appunto per continuare a tacere sulle pratiche poliziesche di una nazione che nella storia è stata in assoluto la più vicina a realizzare l'anti-utopia orwelliana... Bravissima la Funder.

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    Marco

    04/09/2005 19.36.41

    La parte interessante di questo libro è quella "giornalistica". Non avevo mai letto interviste agli ex-funzionari della Stasi o storie di singoli cittadini perseguitati dal regime. E anche gli accenni alla "vita al tempo della DDR" sono utili alla comprensione di ciò che è stato della Germania nel corso del ventesimo secolo. Quello che Anna Funder non riesce a fare è collocare storicamente e politicamente le storie che riporta nella cornice del luogo dove si trova. Forse perchè la Funder è nata nel 1966, quando il Muro di Berlino era in piedi già da 5 anni e condizionava già non solo la vita dei berlinesi, ma quella dell'Europa e del mondo intero. Forse perchè non è tedesca ma australiana e non riesce a penetrare la complessità della storia di un paese e di un continente. Mette insieme gli aspetti parziali raccontando le "storie della DDR", ma il fatto che molte persone in Europa e nel mondo nel corso di un secolo intero abbiano davvero creduto, magari sbagliando, nella possibilità di un mondo migliore non lo afferra proprio per niente. Perchè non lo afferra ? Perchè il tono della sua narrazione, le cose che fa nel libro tra una intervista e l'altra, i modi con cui evita di affrontare la complessità della storia fanno riferimento a uno stile, un "way of life" e un immaginario ormai troppo distante da una storia ... che è vera ... ma che sembra ormai lontana millenni.

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    Filippo

    01/06/2005 15.53.40

    Un libro semplicemente straordinario. Anne Funder è riuscita a squarciare la fitta nebbia che avvolge la realtà storica, e sopratutto umana, della Repubblica Democratica tedesca. Seguendo le vicende di alcuni suoi sudditi, ci si può finalmente rendere conto della tragedia vissuta da una parte della Germania, che, dopo aver vissuto il nazismo, si trovò immersa in un altro regime totalitario, di diverso colore politico, ma simile per l'esercizio feroce del potere. Il titolo originale in inglese del libro, "Stasiland", è più preciso di quello italiano. La DDR fu il regno assoluto di un' onnipotente ed onnipresente polizia segreta, la Stasi, che oltre a controllare i corpi, ambiva a scrutare l'anima delle persone attraverso una rete capillare di spie ed informatori. Chiunque abbia conosciuto il clima che per decenni si è respirato nella Germania orientale, non può non provare un sentimento di gratitudine e di riconoscenza per l'autrice. Spero che a leggere il libro siano soprattutto coloro che ancora si illudono che 'la patria socialista dei lavoratori tedeschi' fu qualcosa di più di un'orrida tirannia.

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    bob

    16/05/2005 15.04.48

    forse il pluri-laureato-decorato J.Como ha preso un abbaglio: non è un libro di storia o presunta tale. L'autrice te lo spiega chiaramente e sin dall'inizio. E' un semplice reportage: una raccolta di testimonianze, punto e basta. E basta con questi saputelli alla J.Como!

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    Gianmarco

    03/05/2005 18.40.34

    L'autrice australiana Anna Funder,lavora alla "posta del telespettatore" presso il servizio televisivo per l'estero in quella che era Berlino ovest. Profondamente contraria alla politica attuata dall'ex DDR e ispirata da un'idea di un telespettatore,decide di intervistare (privatamente) ex uomini della Stasi (la temutissaima polizia della DDR) e persone che furono perseguitate da quest'ultima,in modo da avere un quadro ben definito di com'era la vita nell'est tedesco prima della caduta del muro.Ne esce uno scenario terribile.Uno stato in cui la popolazione era controllata a vista dai circa 265.000 tra agenti Stasi e collaboratori non ufficiali;uno stato in cui erano i potenti a decidere il futuro di ogni singolo cittadino,in base alla sua incondizionata obbedienza;uno stato in cui non si era liberi di vedere canali televisivi al di fuori di quelli che trasmettevano in continuazione propaganda pro regime,a tal punto che la polizia si era addirittura spinta a verificare che le antenne poste sopra i tetti delle abitazioni non fossero rivolte ad occidente. Ancora oggi,le volonterose "donne dei puzzle",che lavorano a Norimberga presso l'Ufficio dell'Autorità sui fascicoli Stasi,tentano di rimettere assieme i vari pezzi dei documenti segretissimi,che la polizia della DDR aveva tentato di distruggere nell'imminenza della caduta del regime,per far luce su sopprusi,torture e veri e propri omicidi di cui si macchiò la "Ditta",ai danni di persone la cui unica colpa era qualla di non condividere la politica della propria nazione. Probabilmente tutta la verità non verrà mai a galla,anche perchè nelle stanze del potere della Germania unificata sono ancora troppi gli individui che si macchiarono di crimini prima del fatidico 9 novembre 1989.

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    J.Como

    27/04/2005 16.45.41

    Sono uno studioso di filologia, biblioteconomia e storia (bi-laureato e dottore di ricerca) particolarmente interessato alla storia della DDR, dell'Europa Centrale e dell'Armenia. Penso di poter dire che si tratta di uno dei libri peggiori di storia, o presunta tale, che abbia letto. Scritto con il pathos di una romanziera alla Carolina Invernizio, il libro si struttura su frammenti di dialoghi e interviste degne di una rivista per massaie stemperate in una narrazione continua. Il panorama storico-politico di quegli anni è completamente assente e i pochi interventi personali dell'autrice sul tema brillano sempre per ovvietà e per senno di poi. La signorina Funder, certamente filoccidentale e banalmente ideologica nella sua scrittura, non sa dare nessuna 'credibilità' ai fatti: sembra infatti che il suo orizzonte finisca sui confini della DDR e la mancanza di relativizzazione derivante proprio dal non guardare oltre quei confini (al di là dei quali c'erano la CIA con i suoi assassinii politici, Allende, il Guatemala, il Nicaragua, gli esperimenti nucleari USA sulla popolazione inconsapevole e via dicendo) rende il libro fastidioso per la volontà evidente di accumulare gli aspetti peggiori di una società senza nessuna comprensione di essi. Sul livello di una malriuscita tesi di laurea travestita da libro: soldi spesi malissimo!

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