Traduttore: A. Storti
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 28 febbraio 2017
Pagine: 554 p., Brossura
  • EAN: 9788806228262
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Recensioni dei clienti

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    Freedom

    27/08/2018 17:10:51

    Trama paludosa ed eccessivamente ingarbugliata. Personaggi pesantemente disegnati. C'è molto di meglio. Compreso Nesbo!

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    Marco

    23/10/2017 12:18:17

    Johnsrud ha imparato la lezione. Questa storia è un bel passo avanti confronto a "GLI ADEPTI" . Ribaltando quanto fatto nella sua prima opera, l'autore crea le giuste basi iniziali e poi le sviluppa in un crescendo di tensione adrenalinica di ottima fattura. Consigliabile.

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    Francesco

    19/09/2017 15:45:34

    confermo anche io le due recensioni precedenti. "Gli Adepti" mi aveva illuso facendomi credere di aver trovato il nuovo Jo Nesbo ma questo secondo romanzo è molto confusionario alternando presente a passato cercando di emulare appunto il maestro Nesbo..... trama lenta e contorta, confusa.... ci ho messo un eternità a leggerlo sino a metà e lo avrei "mollato" se non fosse per Fredrik e Kafa che sono due bei personaggi e poi, come sottolineato dalle recensioni precedenti, decolla nelle ultime 100/150 pagine.... quelle sono volate via in poche ore ma anche il finale è frettoloso e caotico.... non sono sicuro di leggere il terzo volume... vedremo prima le critiche....

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    Nino

    14/03/2017 14:43:49

    Confermo la critica di chi mi ha preceduto. Si fa fatica a seguire la trama e solo nel finale si fa un po' più interessante. Niente di che, Johnsrud ha scritto decisamente di meglio.

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    Luca D.

    11/03/2017 18:45:10

    Mah.... mi ha lasciato una gran confusione in testa .... troppo complesso... buona la parte finale piu' movimentata rispetto al resto ma sinceramente mi aspettavo una scrittura piu' fluida , meno ingarbugliata . Per me Jo Nesbo rimane il numero uno tra i norvegesi.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione
Le prime pagine del libro

Oslo, otto anni prima.

Succede tutte le estati. Certi giorni il Paese è lambito da una calura tale da far tremolare l’aria. L’asfalto stilla petrolio, il tram sprigiona vapori corporei, umani e il norvegese, dimenticandosi della latitudine a cui vive, impreca contro il caldo.
Ci pensa l’inverno, a pareggiare i conti.
C’era un tale freddo da far crepitare la pelle della giacca d’ordinanza, quando Fredrik Beier levò il braccio e bussò.
Dietro le finestre della villetta gialla di Galgeberg, lascito dell’epoca in cui la città si chiamava Kristiania e le fogne erano a cielo aperto, ampie tendine ostruivano la vista. Ma il comignolo fumava. Le urla erano cessate mezz’ora prima, secondo i vicini.
Fredrik si guardò alle spalle. Dietro aveva il collega Andreas Figueras. Si sentiva gli occhiali gelidi sul naso, e non appena fece spuntare la lingua all’angolo della bocca le perle ghiacciate che aveva tra i baffi si sciolsero. La villetta era gestita dal distaccamento locale dell’Ufficio per la tutela familiare, e vi abitava una donna russa insieme al figlio. Erano scappati dal padre del bambino, un farmacista che si chiamava Peder Rasmussen. Un nome troppo comune per restare impresso.
Il trottolino che venne ad aprire non dimostrava piú di sei anni, ma Fredrik sapeva che ne aveva otto. Alzando lo sguardo dal bimbo per scrutare il corridoio buio, venne investito da un vapore caldo.
Andreas doveva aver intravisto la figura sulla porta bassa della cameretta, e anche la rivoltella che l’uomo impugnava, e capito che le chiazze scure sulla camicia erano di sangue. E che il vapore proveniva dal bagno, dove c’era una doccia aperta. Ma Fredrik non vedeva nulla. Gli si erano appannati gli occhiali e, quando fece per toglierseli, una mano forte l’afferrò per il bavero e lo strattonò nell’ingresso. La mano di Andreas, che brancolava dietro di lui, sparí, e un colpo alla fronte, dato con l’impugnatura della pistola, lo fece cadere in ginocchio.
Fredrik sentí una porta sbattere, un piagnucolio, i respiri atterriti di un bambino, poi le pareti si chiusero su di lui.
Umidità. Una pellicola appiccicosa che dal capo gli scendeva giú per la gola, dove la camicia dell’uniforme tirava, e lungo la schiena. Piedi zuppi negli stivali invernali. Con un lieve singulto cercò di fare un respiro profondo; ottenne soltanto di risucchiare in bocca una sostanza scura, la tela del sacco che gli era stato infilato in testa, e di provare un senso di claustrofobia. Tentò di scalciare, ma i piedi erano legati insieme, e anche le mani, serrate da un nastro adesivo dietro la schiena. Le fibre rigide della moquette gli pungevano le dita. Si tese, si torse, inarcò la schiena e per poco non svenne. Poi riuscí a dominarsi, a vedere al di là dei lampi rossissimi che s’inseguivano davanti ai suoi occhi, a contare, contare lentamente, trattenere il fiato, respirare, trattenerlo di nuovo e respirare ancora. Attendere.
Il calcio della pistola doveva averlo colpito all’attaccatura dei capelli: le fitte s’irradiavano da lí. Ora che si era calmato sentiva un dolore piú intenso, ma poi la morsa intorno al cranio cedette un poco. I polmoni si riempirono. Non aveva controllo sul respiro, né sul corpo, né sulla mente. Il cuore rallentò.