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In un paesino sardo, dove il paesaggio malinconico ha “una serenità di cimitero”, sorge la casa ormai fatiscente delle nobili “dame” Pintor: sono tre zitelle, Ruth, Ester e Noemi, ma anni prima c'era una quarta sorella, Lia, fuggita sul continente gettando il disonore sulla famiglia. Con il tempo, le sorelle Pintor si sono impoverite, dopo aver venduto man mano tutti i loro beni, tranne un podere, che è coltivato dal vecchio servo Efix, “attaccato alla famiglia come il musco alla pietra”. E infatti, se le sorelle non sono completamente in miseria, lo devono appunto alla fedeltà di Efix, che è il loro unico sostegno e, non essendo pagato, è anche un muto creditore. La sorella fuggiasca si è sposata e ha avuto un figlio, Giacinto, il quale, rimasto orfano e privo di una posizione sociale, ora scrive alle parenti per venire a trovarle. Ed eccolo un giorno arrivare: sarà la consolazione delle vecchie zie?... L’allegoria delle canne al vento, ampiamente ripetuta nel romanzo, illustra bene questi personaggi piegati dalle sferzate della sorte. Accanto alla bella e orgogliosa Noemi, che si consuma nella tetra casa in rovina “come un fiore al buio”, è soprattutto il vecchio Efix, nume tutelare della famiglia ma roso dal rimorso di una colpa, il vero protagonista di un romanzo molto bello, a mio giudizio.
Scriveva Carlo levi che “nel mondo dei contadini non si entra senza una chiave di magia” (da “Cristo si è fermato ad Eboli”) e questo romanzo di Grazia Deledda, senza questa “chiave”, rischia di essere inaccessibile al lettore. Infatti, quest’opera, pubblicata nel 1913, è ambientata nel vecchio mondo rurale di Galtellì, in una Sardegna arcaica, pre-moderna, dominata da una religiosità caratterizzata da elementi, cristiani e pagani, che finiscono per mescolarsi conferendo una mentalità superstiziosa ai personaggi in esso presenti. Si racconta di una famiglia nobile ormai decaduta ed ulteriormente disonorata dal comportamento dell’ultimo erede maschio della Baronia: Giacinto. Il filosofo Pascal ha affermato che” L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante” e il titolo dell’opera allude proprio alla fragilità dell’essere umano, che si trova in balìa della tragicità della vita che, con i suoi tiri mancini, lo sferza come il vento, piegandolo e, a volte, riesce persino a spezzarlo. Altro tema fondamentale è quello dell’espiazione: il servo Efix, vero protagonista del romanzo, è un’anima tormentata da un grande senso di colpa. Sarà solo attraverso un personale viaggio di “redenzione” che egli riuscirà a riscattarsi, a perdonare sé stesso e a farsi perdonare dall’Onnipotente, ritrovando così la pace, quella eterna. In questo romanzo è possibile riscontrare alcuni elementi tipici del verismo, altri del decadentismo e persino alcuni del genere gotico. Ai tempi del ginnasio, veniva spesso citato dalla mia insegnate di Lettere ed oggi, a distanza di oltre trent’anni, l’ho letto con piacere. Le sono grato per aver seminato nella mia mente curiosa quel piccolo seme che oggi è germogliato.
Una Deledda magistrale che ci porta nelle terre aspre della Baronia e nella vita di un fedele servo di una famiglia nobile. L’onore è un tema ricorrente nell’opera così come la fedeltà che caratterizza il servo Efix. Un breve viaggio in una terra meravigliosa fatta di persone meravigliose
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