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John Davis

Curatore: A. Cagidemetrio
Editore: Marsilio
Anno edizione: 1995
Pagine: 160 p. , Brossura
  • EAN: 9788831762977
GARNETT, DAVID, Pocahontas, Mondadori

DAVIS, JOHN, Il capitano Smith e la principessa Pocahontas

BIAGIOTTI, CINZIA (A CURA DI) / COLTELLI, LAURA (A CURA DI), Figlie di Pocahontas. Racconti e poesie delle indiane d'America
recensione di Bartocci, C., L'Indice 1996, n. 4

Contemporaneamente all'uscita nelle sale cinematografiche italiane del film di Walt Disney "Pocahontas", sono apparse in libreria, oltre alle numerose edizione per bambini della favola disneyana, due opere di narrativa dedicate alla principessa indiana. Scritti a più di cento anni di distanza l'uno dall'altro, i romanzi di Davis e Garnett sono molto diversi tra loro, ma presentano, ad esempio, la curiosa analogia di essere stati entrambi composti da autori inglesi e non americani.
Il testo di John Davis può vantare il merito di essere stato la prima rielaborazione in chiave romanzesca di certi eventi legati alla fondazione della colonia di Jamestown (1607), che, descritti a più riprese anche se con "inquietanti" varianti dallo stesso protagonista, John Smith (1580-1630), erano stati accettati da storici e biografi successivi e facevano parte del passato ufficiale della giovane nazione.
Il capitano inglese, caduto prigioniero degli indiani e condannato a morte, era stato salvato dall'intervento della figlia poco più che undicenne del grande Capo Powhatan, la quale, proprio nel momento in cui le pesanti mazze degli esecutori della sentenza stavano per sfracellare la testa dell'uomo bianco, si era gettata sopra di lui facendo scudo del proprio corpo per sottrarlo alla morte (la veridicità di questo mitico "salvataggio" è stata messa in dubbio a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, visto che Smith non ne aveva mai fatta menzione nelle sue opere precedenti, inserendone, invece, una breve descrizione solo nella "General History of Virginia" del 1624).
In seguito, Pocahontas si era dimostrata ben disposta verso i nuovi arrivati, fornendo loro cibo e avvertendoli persino delle congiure ordite a loro danno dal suo stesso popolo. Nel 1609, Smith fu costretto a tornare in Inghilterra perché ferito accidentalmente dallo scoppio di un sacchetto di polvere da sparo.
Nel 1612, il capitano Argall, con la complicità di alcuni indiani, riuscì a prendere prigioniera Pocahontas, tenendola in ostaggio. A Jamestown la giovane principessa, ormai diciassettenne, si convertì al cristianesimo, ricevette il significativo e, per molti versi ironico, nome di Rebecca (madre di due nazioni, in quanto madre di Esaù e Giacobbe, il primo dei quali vendette la propria discendenza per un piatto di lenticchie!) e nell'aprile 1614 si sposò con John Rolfe (noto anche per essere stato il primo inglese a dedicarsi intensivamente alla coltura del tabacco). L'anno successivo diede alla luce un figlio di nome Thomas, che la coppia portò con sé a Londra nel 1616, dove Pocahontas venne ricevuta con tutti gli onori dovuti a una donna di sangue reale. Nel marzo 1617, Lady Rebecca Rolfe, ammalatasi gravemente, morì prima di poter rivedere la sua terra, mentre suo figlio, tornato più tardi in America, divenne capostipite di una stirpe alla cui ascendenza si rifanno orgogliosamente molte famiglie del Sud.
Davis, "poligrafo giramondo" - come lo definisce la Cagidemetrio nell'accurato saggio introduttivo il cui fitto apparato di note rende molto utile questo volumetto a chi voglia approfondire l'argomento -, si era recato negli Stati Uniti negli anni in cui la giovane repubblica si apprestava a celebrare il secondo centenario della nascita di Jamestown.
Cercando soprattutto un pubblico per i suoi libri, l'autore inglese pensò bene di rielaborare la storia sfruttando il motivo della sempre vagheggiata concordia tra le due razze, che si favoleggiava fosse esistita nel passato e sempre si auspicava potesse essere possibile nel futuro quando, per la verità, non aveva mai avuto un presente. Come nota la curatrice, l'intento celebrativo delle virtù repubblicane è affidato nell'opera a un personaggio fittizio, Nantaquas, fratello di Pocahontas, il quale non solo difende l'operato della sorella che ha salvato lo straniero, ma convince il padre a ridare la libertà all'uomo bianco proclamando una frase degna di un Thomas Jefferson, "La vita senza la libertà non è che un fardello!", e auspicando un avvenire di fratellanza e pace tra i due popoli che avrebbe permesso agli indiani di imparare ogni utile arte dei bianchi.
Dal punto di vista artistico l'opera è decisamente mediocre. Davis tratteggia una Pocahontas pudica e sensuale al tempo stesso, non bambina, ma procace giovanetta dai seni prorompenti e dalla fluente chioma d'ebano, i cui occhi scuri irradiano "quel senso morale che [si noti] infonde malia ad ogni sguardo". Infiammata da un amore a prima vista per il bel capitano, amore che trascende ogni motivazione razionale, ella è pronta a donare non solo se stessa, ma anche tutto ciò che possiede. Piuttosto goffamente viene superato un punto nevralgico della storia che da sempre disturba il subconscio dei suoi fruitori: il passaggio dal grande amore di Pocahontas per John Smith al suo matrimonio con John Rolfe. Davis risolve il problema attribuendo all'inventiva dell'abile capitano e grande seduttore, che mai peraltro aveva approfittato del sentimento della giovane indiana, lo stratagemma di farsi credere morto per essere dimenticato più facilmente e poter tornare in Inghilterra senza offendere la sensibilità della principessa. L'incontro fatale tra Pocahontas e Rolfe può avvenire quindi, di colpo, al chiaro di luna, nei pressi di quella che lei crede essere la tomba dell'amato.
Molto lontano dal tono melodrammatico e dalla retorica celebrativa della narrazione di Davis, è il romanzo di David Garnett, ristampa dell'edizione Mondadori del 1937 avente il meno esplicito titolo "La bella selvaggia della Virginia", che è ora preceduta da una breve nota sull'autore. Garnett esprime fin dalla prefazione la difficoltà incontrata nel tener fede ai documenti storici e farne nel contempo una creazione artistica; tuttavia la sua ricostruzione dell'ambiente e della psicologia dei personaggi è convincente e molte sono le osservazioni frutto di quel relativismo culturale che si era ormai fatto strada nella coscienza degli europei. L'interesse per i luoghi esotici e lontani era anzi tornato di moda in quegli anni e alla condanna della società industriale e capitalistica, della guerra, delle sovrastrutture e ipocrisie della civiltà occidentale, si era accompagnata una rivalutazione del "primitivo". La Pocahontas di Garnett, restituita alla sua età di bambina nel momento del suo salvataggio di John Smith, vive il periodo dell'adolescenza nella stupita ammirazione dell'uomo bianco da lei "adottato", ne ascolta i racconti ed è attratta dalla sua diversità.
Crescendo, però, si sente sempre più combattuta tra amore e odio nei confronti degli stranieri e anche quando, nella cattività di Jamestown, si lascia facilmente convertire preparandosi a sposare Rolfe, cui ha insegnato nel frattempo il modo di coltivare il tabacco, prova momenti di rimpianto per la sua infanzia. La vita nella colonia le insegna che, contrariamente alla sua gente, i bianchi non sono mai paghi di ciò che hanno e si affannano a "trasformare il volto della natura, sostituendo ad esso qualcosa di interamente diverso che non finiva mai". Malgrado l'invito dell'ambiente circostante, non vi è tempo per ascoltare "le voci selvagge della foresta, e adoperare le forze del corpo per danzare tutta la notte intorno a un grande fuoco". Anche a Londra, la cui aria malsana sarà letale per Pocahontas, il ricordo della Virginia suscita in lei alterni sentimenti di repulsione e di nostalgia, e la sua preghiera di guarire rivolta in segreto alla Grande Lepre si unisce all'immagine di un Cristo torturato e ucciso alla maniera degli indiani con cui si chiude la sua esistenza terrena.
Può essere di qualche interesse a questo punto vedere in quale chiave nel film di Walt Disney sia stata oggi riproposta per il grande pubblico questa vicenda delle origini. Infatti, se in Garnett il motivo ideologico dell'ineluttabile superiorità della civiltà dei bianchi viene già stemperato e contrastato dalla presa di coscienza di Pocahontas dalla positività dell'"Indian way of life", improntata dall'armonica simbiosi dell'uomo con il creato, nel cartoon disneyano è dato di assistere a una sorprendente parificazione, se non inversione, del ruolo "didattico" esercitato reciprocamente tra bianchi e indiani, in evidente consonanza con le esigenze dell'egemonia del canone multiculturalista attualmente imperante nella società americana.
La vicenda si interrompe molto prima della conversione della donna indiana, e anzi di cristianesimo non si parla proprio: i coloni sono lì per l'oro. Pocahontas si fa dare la bussola, ma il vero cambiamento lo subisce Smith che ascolta i suoi insegnamenti e perfino quelli di Nonna Salice, e se l'indiana lo salva dalla morte per evitare la guerra tra i due popoli, lui compie un'azione ugualmente "altruista" intercettando il colpo di arma da fuoco diretto contro suo padre Powhatan (in seguito al quale sarà costretto a far ritorno in Inghilterra). La storia subisce nuove correzioni in nome della correttezza, correzioni e correttezza entrambe di natura politica.
Nessuna concessione, invece, alla cultura indiana sul piano musicale: le parole "educative" della canzone "Colors of the Wind" sono accompagnate da una melodia stereotipatamente disneyana, stridente sulla bocca di Pocahontas. Purché il messaggio sia efficace si possono anche adoperare gli strumenti dell'altro!
Ed è proprio questa, del resto, la posizione assunta da quella specie di "figli" di Pocahontas che sono gli scrittori indiani moderni e contemporanei, per i quali la scrittura, strumento della cultura bianca e arma tante volte usata contro di loro, diviene il mezzo per mantenere viva la memoria, salvare l'eredità culturale storica e mitologica del proprio popolo, prima trasmessa dalla sola tradizione orale tribale, e per fare nel contempo conoscere la propria testimonianza.
Se pensiamo alla Pocahontas di Garnett, tormentata e divisa tra due culture, e in che misura possa essersi acuito il problema per le sue discendenti per lo più di sangue misto, appare quanto mai appropriato il titolo, "Figlie di Pocahontas", scelto appunto da Cinzia Biagiotti e Laura Coltelli per l'antologia in cui presentano, in traduzione italiana, un'ampia e ben articolata selezione di racconti e poesie di scrittrici indiane contemporanee. Dalla lettura di opere di autrici già celebri, come Leslie Marmon Silko, Louise Erdrich, Linda Hogan, Paula Gunn Allen, Wendy Rose, e di altre affacciatesi più recentemente sulla scena letteraria, tra cui Beth Brant, Anita Endrezze, Nia Francisco, Debra Earling, Janice Gould, emerge un'immagine della donna indiana che contrasta decisamente con lo stereotipo della squaw, ora servile e sottomessa ora selvaggia e lussuriosa.
Laura Coltelli, nel saggio "Donne fatte di parole" che precede la raccolta delle poesie (stampate con testo a fronte) e ne mette in luce i temi e le immagini ricorrenti, ricorda che la donna ha occupato un ruolo di tutto rilievo nella società indiana, come dimostra ad esempio il fatto che presso molte tribù la discendenza sia matrilineare e che molte divinità, prima fra tutte la Mother Earth, siano rappresentate da figure femminili. E alla donna, quale generatrice di vita, attiene forse in modo particolare il difficile ma indispensabile compito di trovare una continuità fra tradizione e cambiamento, la cui frattura può essere sanata attraverso il recupero di parole che riflettano l'oralità passata. La ricerca di equilibrio e di composizione degli opposti è propria della cultura della comunità tribale cui risulta estranea sia l'idea dell'inferiorità femminile sia quella dell'indifferenziazione dei due sessi. "L'immagine del cerchio sacro" - scrive Cinzia Biagiotti nella sua introduzione ai racconti - nega la separazione, il dualismo, così come la concezione ciclica del tempo permette di abbracciare in un unico sguardo il mito, il passato storico e il presente. È ciò che avviene sia a livello della forma che del contenuto nel magistrale racconto della Silko, intitolato "Raccontare", dove l'attuale gestore dell'emporio paga con la vita le colpe di chi avvelen• anni prima i genitori della protagonista.
Analogamente, nella poesia "Pocahontas al marito inglese, John Rolfe" di Paula Gunn Allen, l'ingratitudine dell'uomo bianco che la donna indiana, dall'alto della sua superiorità e generosità, ha accolto e protetto come un bambino viziato, viene scontata ora dai suoi discendenti che muoiono a causa di quel tabacco che lei gli insegn• a piantare. I bianchi credono di dominare e controllare le forze della natura, ma non sanno che altri poteri, sconosciuti agli invasori che hanno profanato la terra, faranno loro un giorno incontrare un destino avverso e, a suo modo, riparatore.