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Ramon Carande

Traduttore: M. Cipolloni, F. Bardelli
Editore: Marietti
Collana: Saggistica
Anno edizione: 1987
Pagine: 948 p.
  • EAN: 9788821165900

recensione di Doria, G., L'Indice 1988, n. 5

I lettori italiani potranno finalmente conoscere un grande personaggio della cultura europea, uno storico per certi versi anomalo. Ram¢n Carande, nato nel 1887 in una piccola città del Le¢n e laureatosi in giurisprudenza, si impegna tra 1911 e 1914 negli studi di economia a Monaco, Berlino, Vienna e Londra: ha come maestri Schmoller, Wagner, Brentano, Weber, von Below, e come colleghi Somary e Schumpeter. Poi insegna per quarant'anni economia politica e scienza delle finanze, è amministratore di una grande banca, ricopre la carica di consigliere di stato dal 1931 al 1933. Nonostante questo 'curriculum' riesce a scrivere diversi importanti libri di storia medievale e moderna, che proprio grazie ad esso sono profondamente innovativi, solidi nella struttura, di ampio respiro e ricchi di intuizioni originali.
Le 950 pagine del volume pubblicato dalla Marietti rappresentano l'edizione "concentrata" (curata nel 1977 dallo stesso autore) di un'opera in tre tomi alla cui stesura Carande aveva dedicato trenta anni di ricerche. Già con il suo primo lavoro ("Sevilla, fortaleza y mercado. Las tierras, las géntes y la administraci¢n de la ciudad en el siglo XIV") apparso nel 1924 don Ram¢ si era cimentato con un tema nuovo per allora: una storia urbana in cui si realizzava con perfetta metodologia la integrazione dei vari aspetti demografici, economici, sociali, giuridici e istituzionali di un dato contesto, così da farne emergere quel famoso quadro globale, che è diventato poi per tanti "storici della città" obiettivo concreto o aspirazione non raggiunta, ma comunque un costante indirizzo di ricerca. Poi Carande prende il volo dalla Siviglia del Trecento all'impero planetario di Carlo V. La scena si allarga dalle Americhe a quel vasto arco dei margini del dominio, che parte dalle Fiandre, attraversa il mondo germanico, passa per le pianure ungheresi, per piegare verso l'Italia meridionale e giungere al Magreb; e al centro della scena sta la Castiglia.
Con una logica ferrea che deriva dagli studi giuridici ed economici e con la vivacità dello scrittore di temperamento si snoda una analisi articolata nella tripartizione del libro: la vita economica in Castiglia 1516-1556 (pp. 9-295); la "hacienda real" di Castiglia (pp. 299-615); i percorsi dell'oro e dell'argento (pp. 619-888). Si parte dal cuore pulsante del sistema imperiale, la Castiglia appunto. Le risorse del settore primario (lana, seta, minerali) sono utilizzate solo marginalmente dall'industria spagnola, debole e asfittica; vengono per lo più esportate come materie prime e il loro commercio è in gran parte nelle mani di mercanti stranieri. La condizione deficitaria dell'economia iberica, inevitabile conseguenza di tale situazione, è compensata dall'imponente afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo, in particolare dalla seconda metà degli anni "trenta".
L'autore analizza da esperto economista il funzionamento di tutti i complessi meccanismi della politica monetaria, della circolazione del denaro, delle fiere dei cambi e dei diversi strumenti del credito: sono i temi che tanta rilevanza avranno nei successivi studi di Braudel, Kellenbenz, Gentil Da Silva, Vazquez de Prada, Ruiz Mart¡n, Dominguez Ortiz, Vilar e di altri illustri storici. Ancora una volta Carande è un anticipatore: non va dimenticato infatti che la prima edizione di questa parte dell'opera comparve nel 1943. Si ripercorre poi, ma da un diverso osservatorio, la struttura economica spagnola attraverso l'esame accurato dei modi e dei tempi con cui viene messo a punto il sistema fiscale destinato a finanziare una monarchia e un impero. Appare in tutta evidenza il travaglio per costruire (e anche per inventare) uno stato nuovo che, partendo da una prospettiva di "imperialismo universale", è costretto poi a solidificarsi su una più concreta piattaforma di "imperialismo spagnolo". Questi capitoli di Carande offrono elementi basilari di valutazione per comprendere fino in fondo gli studi di Vicens Vives, Reglà, Nadal, Elliott, Lynch e Loenigsberger che hanno contribuito a chiarire quale fosse stato il processo di formazione e la vera natura di quella "egemonia spagnola" in cui compariva "il primo organismo amministrativo di tipo imperiale in Europa dai tempi di Roma" (come afferma Vicens Vives).
Dalla contraddizione di fondo tra la vastità di un progetto e la relativa fragilità della sua base finanziaria scaturisce quindi la vicenda illustrata nella terza parte del volume. Alla incalzante sequenza delle imprese "imperiali" e delle guerre di religione con i loro alti costi fa ovviamente da contrappunto il dilatarsi del debito pubblico. Attraverso l'esame particolareggiato di 491 contratti di 'asiento' stipulati da Carlo V per oltre 38 milioni di ducati Carande documenta tutte le implicazioni di questo fenomeno. Si fa sempre più consistente il debito consolidato; si è costretti alla vendita di titoli, giurisdizioni, terre, si danno in concessione ai banchieri riscossioni di imposte, miniere, licenze di esportazione. La conquista del Messico e del Perù, la preponderanza in Europa e sul Mediterraneo hanno un prezzo: la penetrazione e il crescente predominio dei finanzieri tedeschi e genovesi nella penisola iberica.
È questa l'altra faccia della medaglia che l'autore ci presenta con pagine che affascineranno tutti i cultori di storia del mondo germanico, dei Paesi Bassi e dei vari Stati italiani. Viene infatti descritto lo scontro a livello europeo dei grandi gruppi finanziari privati per diventare i fornitori privilegiati dei prestiti a breve e, naturalmente, per goderne i conseguenti vantaggi diretti e indiretti. È una lotta che vede prevalere all'inizio i banchieri tedeschi, i quali si aggiudicano nel periodo 1520-1532 il 50% degli 'asientos' e dei relativi interessi, mentre spagnoli e italiani si spartiscono l'altra metà. Segue un periodo (1533-1551) in cui la quota di tedeschi è del 40%, quella degli italiani (ormai tutti genovesi) del 36%, mentre il resto è suddiviso tra prestatori spagnoli e fiamminghi. La conclusione, negli "anni difficili" tra 1552 e 1556, è il trionfo dei genovesi che raggiungono da soli il 57% delle somme dovute o pagate da Carlo V, mentre tedeschi (col 22%), spagnoli e fiamminghi restano in posizione nettamente subordinata. La Corona spagnola è ormai entrata nell'orbita dei finanzieri di Genova e vi resterà per un lungo ciclo, che si concluderà solo durante la fase centrale della Guerra dei Trent'Anni.
Al termine dell'avvincente lettura credo si debba fare una considerazione: in genere i grandi affreschi storici, le sintesi monumentali sono frutto di una rimeditazione sul patrimonio di studi lasciato dai predecessori. "Carlo V e i suoi banchieri" è invece una sintesi che scaturisce direttamente da una paziente e lunghissima operazione di scavo negli archivi di Simancas, Madrid, Siviglia, Vienna e fra le fonti manoscritte di tante biblioteche. La genialità di Carande ha saputo poi fondere, anche attraverso una completa conoscenza delle fonti a stampa, queste sue scoperte in un quadro unitario, così compiuto e così nitido da diventare un testo classico, punto obbligato di riferimento per chiunque studi l'età moderna.
L'edizione italiana è arricchita da un acuto saggio critico introduttivo sulla figura e sull'opera dell'autore, scritto dall'illustre storico spagnolo Felipe Ruiz Mart¡n e da due utilissimi strumenti, opera di Giovanni Muto (che è anche il curatore del volume): un glossario di una ottantina di termini spagnoli nel quale vengono puntualmente descritti strumenti fiscali, istituzioni, organismi amministrativi, monete e misure della Spagna del Cinquecento; una bibliografia aggiornata dal 1963 in poi (integrativa di quella citata da Carande), la quale offre con 162 titoli un panorama esaustivo della più recente storiografia che ha per oggetto la civiltà iberica del XVI secolo.