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Benedetto Croce amava circondarsi di spiriti inquieti, almeno finchè la sua inquietudine (quella "strutturale", per intendersi, che gli dettò le terribili immagini della Fine della civiltà ), non divenne tale da rendergli insopportabile l'inquietudine altrui. Perché allora il rapporto di amicizia e stretta collaborazione con Adriano Tilgher (spirito certo non quieto), iniziato nel 1906 e fattosi intensissimo dopo il 1908, si esaurì già nel 1911? É questa la domanda che sorge spontanea al primo sguardo sul Carteggio Croce-Tilgher . La risposta che offrono le lettere (e i documenti inediti scoperti dalla curatrice), al di là delle contingenze, contribuisce a definire i connotati di un "intellettuale" tra i più curiosi del Novecento italiano, offrendo anche qualche nuova prospettiva su anni cruciali per la cultura europea. Quelli in cui il carteggio si intensifica, gli anni della "Voce" e della "riscoperta" dell'idealismo; ma anche quelli successivi, nei quali comunque i due continuano saltuariamente a dialogare.
A proposito di Gentile, verso il quale entrambi condivideranno una decisa benché dissimile avversione ( Lo spaccio del bestione trionfante: stroncatura di Giovanni Gentile è il titolo forse più celebre fra quelli di Tilgher); e a proposito del fascismo, cui Tilgher (pur tra i firmatari del manifesto antifascista redatto da Croce) finì più tardi per aderire. La risposta al perché un rapporto, così denso di aspettative da parte di entrambi, si interruppe così bruscamente, ha poco a che vedere con la politica (che li dividerà a cose già fatte), e anche con l'insofferenza crociana per l'intermittente produttività di Tilgher (legata, come si sarebbe visto di lì a poco, a un suo momentaneo stato di precarietà). La risposta ha a che vedere con qualcosa di meno evidente, e mi pare vada connessa a quella che dovrebbe darsi a un'altra domanda, più generale e ben più grave di contenuti: perché la filosofia dello spirito di Benedetto Croce non ha avuto, tranne rare eccezioni, altro che pedisseque divulgazioni o convulsi (e, appunto, inquieti) "superamenti"?. Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo, e oltrepasserebbe Tilgher, e perfino Croce.
Scavando con ammirevole zelo negli indici, e nel sobrio ma esauriente apparato di note (il che è in sintonia con la tradizione della ormai quasi quarantennale collana dell'Istituto italiano per gli studi storici, di cui questo carteggio fa parte), Stefano Miccolis ("Belfagor", 2005, LX/1, pp. 126-7) ha scoperto tre o quattro casi di omonimia e semiomonimia che hanno tratto in inganno la curatrice. Ci piace concludere questa nota spendendo due parole sull'ultimo tra quelli indicati dal valente recensore: un lapsus che ha trasformato, nell'indice dei nomi, il teorico del sindacalismo rivoluzionario Georges Sorel nel suo semiomonimo personaggio stendhaliano Julien. Un lapsus che forse ha una sua chiave nel titolo ( Rosso e Nero , 1995) del libro-intervista di Renzo De Felice (di cui la curatrice fu allieva). Ma che svela anche un insospettato, e "caldo", angolo letterario - una storica che legge romanzi! - nella fredda e lucida "scuola filologica" defeliciana. A tutti i discepoli della quale (e, perché no, agli storici tout court ) sarebbe forse da augurare un'altrettanto partecipe frequentazione dei classici della letteratura.

Maurizio Tarantino