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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Marenco, F., L'Indice 1986, n. 6

Perché Forster, oggi? Cosa può dare al lettore italiano degli anni '80 questo scrittore così quintessenzialmente inglese, questo figlio di Bloomsbury e della cerchia intellettuale forse più esclusiva che l'Europa moderna abbia prodotto?
Con la crisi edilizia che ci ritroviamo, non pochi saranno attirati da un romanzo intitolato a una casa, come non pochi avranno letto il "Passaggio in India" pensando al loro prossimo viaggio esotico. Poi però ci accorgiamo che casa Howard è "vecchia e piccola", in aperta campagna, magari senza acqua corrente, insomma un pessimo investimento; e che l'India di Forster è sì misteriosa, ma di un mistero grigio e uggioso, nient'affatto turistico: anzi, i turisti te li rimanda in patria spiritualmente distrutti, se non te li fa morire. Come potranno interessarci ambienti così poco consumabili, così poco spettacolari e progressisti, a noi contemporanei del Bettino e della Raffa (per non parlare di Iohannes Paulus)?
Di ben altro abbiamo bisogno. Per esempio, occupati come siamo a distinguerci in ceti, generazioni, categorie, qualifiche, livelli potremo farci incuriosire da quello strano esergo, quasi un sottotitolo, che ci raccomanda only connect, ovvero ci offre il principio della connessione, della sintesi, della totalità come il primo fondamento civile. Ma cosa vuole connettere Forster? Due famiglie in "Casa Howard", due o meglio tre culture in "Passaggio in India". Famiglie e culture separate, antagonizzate dalla storia fra Otto e Novecento, che bisogna disperatamente provare a far coesistere se si vuole continuare a vivere comprendendo come e perché si vive. La famiglia Schlegel - di intellettuali che fanno le loro battaglie riformistiche un po' staccati dal mondo, all'ombra di una cospicua rendita - e la famiglia Wilcox - che il rapporto col mondo ce l'ha e come, nel senso che lo sfrutta senza scrupoli, ignorando principi e ideali, e disprezzando il culturame, gli intellettuali dei miei stivali, e via di questo passo.
La dicotomia è fra intellettualità e potere nel primo romanzo, e fra dominazione e servaggio, arroganza bianca e sensibilità indiana, ordine occidentale e disordine orientale, esclusività giudaico-cristiano-islamica e inclusività indù nel secondo. Sono questi i poli, i frammenti di storia che Forster vuole ricucire insieme, e a questa grande mediazione egli predispone la forma narrativa: al romanzo egli chiede di riunire, contenere, controllare la vita, secondo un disegno chiaro che alla fine ne riveli il senso. Lo strumento del connettere è nello stesso tempo qualcosa di meno e qualcosa di più dell'amore nel romanzo ottocentesco, è "il ponte d'arcobaleno il quale unisce la prosa che è in noi con la passione. Senza di esso siamo frammenti senza significato, metà monaci metà bestie, archi sconnessi che non si sono mai riuniti in un uomo. Con esso l'amore nasce e si posa sulla curva più alta, sfavillante contro il grigio, sobrio contro il fuoco".
Un ponte, dunque, a tutti i costi, che unisca tutto ciò che è diviso, fino alle due anime rivali della borghesia: la concretezza dell'affarista "che fa andare avanti l'Inghilterra" con il senso critico del riformatore, perché non diventino l'uno troppo spietato e l'altro troppo astratto. A costruirlo ci provano i più giovani, Helen Schlegel e Paul Wilcox, innamorandosi: ma è un fuoco di paglia. Ci provano i più maturi, Margaret Schlegel e Henry Wilcox, e si sposano; il matrimonio come metafora della conciliazione. La trama potrebbe concludersi come un teorema sociologico felicemente risolto, se la storia non intervenisse ancora nei panni del terzo incomodo, quel Leonard Bast rappresentante della borghesia più piccola e immatura, che si sta affacciando pericolosamente sulla scena del ventesimo secolo, forte di numeri se non di qualità. Essa è priva di tradizioni ma piena fin sopra gli occhi di aspirazioni, rivendicazioni, sogni; per le Schlegel un ideale terreno di caccia filantropica, per i Wilcox una riserva di manodopera a buon mercato.
Si scatenano il cinismo dei Wilcox, l'ingenuità delle Schlegel, l'arrivismo dei Bast, e il campo si riempie di vittime: eliminato Bast da un colpo apoplettico, spiritualmente vinti gli insolenti magnati, segnate dalla vita le idealistiche sorelle, cui va una vittoria amara. E la totalità, e il ponte d'arcobaleno? Sono ancora presenti, ma solo come tenue speranza: non appartengono all'oggi. Appartengono al figlio di Helen e Leonard, nato fuori del matrimonio, e per qualsiasi ragione si voglia immaginare fuorché per amore. Questo frutto del connubio dei valori altoborghesi con le attese della piccola borghesia erediterà casa Howard, che a noi può ancora sembrare un cattivo investimento ma che per Forster ha dalla sua ciò che pochi beni hanno al giorno d'oggi, una tradizione. Per apparire possibile la mediazione deve dunque istituirsi più che sul livello delle divisioni di classe, sul livello temporale del rapporto fra passato e futuro. Solo il rispetto della tradizione potrà consegnare al futuro una sua vivibilità. (Noi sappiamo ora ciò che Forster non sapeva nel 1910, e cioè che la discendenza di Bast sarebbe stata fascista, almeno a livello europeo, e che in Inghilterra qualcosa deve averla salvata: l'inveterato tradizionalismo, forse?).
A questo punto, il lettore anni '80 vuole saperne di più; per esempio vuole sapere dove sta, in tutto questo scontrarsi e abbracciarsi a tentoni di mentalità e generazioni, la cosiddetta base produttiva, e poi magari il rapporto uomo-natura, e poi la questione femminile. Sulle due ultime voci Forster dà risposte molto inglesi, molto inizio secolo, ma che non hanno perso il loro fascino, e forse neanche il loro vigore: casa Howard, i suoi prati fangosi, i suoi alberi inappariscenti, la sua decrepitezza devono essere salvati dalla città, "caricatura dell'infinito", le donne devono rivendicare i propri diritti contro "il branco" degli uomini. Sulla prima invece, silenzio: "Noi non ci occupiamo dei poverissimi. Questi sono inimmaginabili e li possono avvicinare soltanto gli esperti di statistica o i poeti. La nostra storia tratta della gente di buona famiglia, o di coloro che sono obbligati a far finta di esserlo". Per impostare le sue conciliazioni Forster ha dovuto prima sgombrare il campo di problemi troppo grossi, escludere qualcosa, venir meno lui stesso al dovere di connettere.
Un ponte ordinato e simmetrico ma angusto, il suo: come ben sapevano i contemporanei, la realtà non era più così facilmente dominabile dall'ordito del romanzo. Per esprimerla, l'equilibrio e l'antica organicità della forma letteraria dovevano essere spezzati, accettare la frammentarietà dello sperimentalismo. Forster non fu mai uno sperimentalista, e dopo "Passaggio in India", dove la conciliazione dell'amore si rivela impossibile, smise addirittura di scrivere romanzi. (Le ragioni che diede furono due: la concezione dell'amore troppo ristretta che aveva il pubblico, e che non gli consentiva di trattare l'omosessualità; e una realtà divenuta troppo disorganica, troppo aggressivamente disordinata. Due ragioni che oggi non potrebbero giustificare il silenzio di nessuno).
Il fatto che lo si torni a leggere, e tradotto così rispettosamente, può significare proprio la necessità di un salto all'indietro, al tradizionale letterario come al tradizionale ideologico - lui si definiva "un rimasuglio del liberalismo vittoriano", e i suoi maggiori interpreti sono stati intellettuali di scuola liberale, a cominciare da Lionel Trilling: tutti devoti a un'idea di arte come ultimo strumento che l'uomo possiede per imporre ordine all'esistenza. O forse sarà soltanto il manierismo della sua pagina, che fino agli anni '60 lo teneva relegato in una posizione di second'ordine nel canone del romanzo novecentesco. Purple patches, suonava l'accusa sulle labbra degli amici inglesi che lo toglievano senza pietà dalle letture prescritte. Come dire: pezzi di bravura, un po' voluti, un po' freddini. Ma esiste anche il piacere dell'inattualità.