La casa sul canale

Georges Simenon

Traduttore: L. Frausin Guarino
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
In commercio dal: 26 ottobre 2005
Pagine: 161 p., Brossura
  • EAN: 9788845920219
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Descrizione
Rimasta orfana a sedici anni, Edmée arriva alle Irrigations, l'immensa proprietà dello zio materno a Neeroeteren, nella provincia belga del Limburgo: "terre basse, con filari simmetrici di pioppi interrotti qua e là dalla macchia nera di un bosco di abeti"; anche il cielo è basso e grigio, e in fondo, lungo i canali, scivolano lentamente le chiatte. Edmée è graziosa, minuta, pallida, quasi anemica e non parla una parola di fiammingo - ma ha una volontà di ferro, ed è abituata a farsi obbedire. Non ci vorrà molto perché entrambi i cugini si lascino ammaliare dal fascino acerbo, ambiguo, di quella creatura inquietante e dominatrice, così diversa da loro. E il dissidio tra i fratelli rivali non potrà che sfociare in tragedia.

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Recensioni dei clienti

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    gianma79

    17/12/2018 21:20:54

    Uno dei migliori Simenon. Un capolavoro per atmosfere ed indagine psicologica dei personaggi .

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    Andrea

    03/11/2018 20:10:52

    La nebbia, i canali, i marinai ed i caffè. Un classico che difficilmente manca nell'ambientazione sublime di questo autore.

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    rosanna robbiano

    10/09/2016 11:23:01

    Ancora un capolavoro di drammatica indagine psicologica,con questa storia della strana Edmée e dei suoi cugini. Un altro libro notevolissimo, narrato in modo così vivido che sembra di vedere un film.

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    Renzo Montagnoli

    11/09/2015 20:29:04

    Edmée, già orfana della madre, alla morte del padre si trasferisce nella regione del Limburgo, ospite della zia in una grande tenuta agricola, una terra bassa, coltivata a pioppeti e a erba da fieno. Vi giunge che è appena deceduto, all'improvviso, lo zio e quindi rivive il lutto, qui più marcato e stretto, proprio di una società rurale, immobile nel tempo, ligia a rituali monotoni e ossessivi, cupa e patriarcale. Sembra che lì la gioia e la vita siano bandite, in un grigiore quotidiano a cui non poco contribuisce il tempo atmosferico, dai rari cieli azzurri e dagli infiniti giorni di pioggia e di umidità, di neve e di gelo. Per Edmée è una sistemazione scioccante, lei che è un tipo esile e abituata alla vita della città, lei che è poco più di una ragazzina che è solo da poco che comincia a scoprire la sua femminilità. Nella nuova famiglia, oltre ad alcune cuginette, ci sono anche due maschi, il bel tenebroso Fred e lo zotico Jeff; Edmée, che ha una personalità contorta e sovente contrapposta, sperimenterà su di loro le sue sottili doti ammaliatrici ed è inutile che dica che l'effetto sarà devastante. Non voglio aggiungere altro, ma mi preme evidenziare come ancora una volta l'abilità di Simenon di sondare l'animo sia del tutto inarrivabile. Edmée, in quell'atmosfera quasi gotica in cui il grigio scuro sembra il colore predominante e dove il tempo scorre sempre uguale, è un elemento nuovo, quello destabilizzante, che il sistema non riesce a respingere perché in fondo lei ha saputo cogliere la debolezza dello stesso. La casa sul canale è uno dei tanti capolavori di Georges Simenon.

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    claudio

    01/03/2015 11:51:13

    E' sempre un piacere leggere il Simenon che non scrive solo di Maigret. I suoi personaggi ti colpiscono tutti, pur essendo sempre diversi gli uni dagli altri. Qui siamo in Belgio, nella campagna fiamminga: in una famiglia proprietaria di molti ettari arriva un'inaspettata ospite: è una loro parente, una ragazza rimasta orfana dopo la morte del padre (la madre era morta dandola alla luce), medico a Bruxelles. Lei parla francese, la zia e le cugine piccole solo fiammingo. Solo i due cugini più grandi e la loro sorella maggiore parlano francese. La ragazza arriva proprio nel giorno in cui muore improvvisamente lo zio, il capofamiglia che lascia un'eredità non esaltante, piena di debiti, a cui non riesce a far fronte il figlio maggiore, Fred, innamorato subito della cugina. Ma anche l'altro fratello, Jef, si innamora subito. E continua a piovere, l'acqua e l'umidità la fanno da padroni per tutto il libro. Il finale è tragico, come sempre in Simenon.

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    Marco

    26/01/2015 18:23:55

    Per gli amici lettori rimasti insoddisfatti per il loro primo approccio al Grande Maestro, consiglierei di iniziare con altri romanzi come Luci nella Notte o L'Uomo che guardava passare i treni o Gli intrusi. Per chi non è un simenoniano navigato effettivamente questo libro può apparire deludente ma, a parer mio, è comunque una bellissima lettura invernale.

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    Giacomo

    11/02/2014 14:28:10

    Ancora una buona conferma di Simenon. Libro molto veloce da leggere. Il finale mi è sembrato forse un pochino affrettato. Consigliato.

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    Michele

    09/10/2013 19:41:40

    bella ambientazione, mi è molto piaciuto. ma ormai Simenon è una garanzia. non so se esiste un suo libro brutto!

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    Costanza

    12/07/2013 21:03:15

    Una noia mortale. E' il primo libro di Simenon che leggo e, purtroppo, non mi ha fatto venire la voglia di approfondire questo autore. Scorre pochissimo, nonostante sia molto breve. La storia è piuttosto scontata.

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    Simone

    09/04/2010 16:36:29

    Bastano una fine descrizione del paesaggio e una protagonista psicologicamente ambigua a fare di un libro un capolavoro? A quanto pare sì e Simenon ce lo dimostra. "La casa sul canale" è tutta qui: pioggia e umidità in terra fiamminga ed Edmée, una giovane ragazza dal comportamento insolito, controcorrente ed autodistruttivo. Alcuni passaggi del libro sono veramente belli, ma a colpire di più è la velata sensazione di morbosità che la storia lascia addosso.

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    claudia

    24/08/2009 14:59:38

    Questo è il primo Simenon che leggo ma ho fatto una fatica enorme a terminarlo nonostante la piccola mole...atmosfere tetre,deprimenti...la protagonista,una ragazzina viziata odiosa e insopportabile...un finale sbrigativo e campato in aria come se non avesse piu avuto tempo di scrivere! Mi stupisco nel leggere tanti commenti positivi...forse non è il mio genere ma sta di fatto che sono scoraggiata all'idea di tentare con un altro 'Simenon'!

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    Simone

    27/07/2009 10:07:17

    Uno splendido Simenon racconta una storia torbida, ambientata nel Belgio fiammingo. La protagonista, Edmée, viene introdotta in un ambiente chiuso e primitivo, dove ben presto scatenerà amori e gelosie. Come da manuale, tutto è accompagnato dalla tragedia. Il finale è un po' affrettato, ma riesce a coronare il senso di disgrazia che incombe su tutto il romanzo. Sottolineo i commenti, piuttosto cattivi, che il vallone Simenon riserva ai suoi connazionali fiamminghi.

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    Emanuele

    08/03/2009 21:50:53

    Un bel libro con cui ho rivalutato Simenon dal clichè "Maigret".Descrizione scrupolosa delle emozioni intense e viscerali,con una scrittura semplice,diretta e scorrevole.L'adolescente Edmée Dea incantatrice risulta la dominatrice del destino dei propri cugini e allo stesso tempo vittima del turbine folle che lei ha innescato.I neo evidente è nel finale, scritto tempestivamente perdendo la lucidità che lo ha preceduto.

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    Benedetta

    30/03/2008 11:57:35

    Impareggiabile descrittore di atmosfere, Simenon sa preludere al dramma pur nell’apparente inazione. La tensione dei personaggi, l’erotismo che si risveglia, la paura, l’autolesionismo erompono dalle righe con effetti letterariamente magistrali

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    Franco

    13/01/2008 09:02:50

    Una storia torbida, personaggi in qualche modo tutti tarati e un'atmosfera inquietante alla Lynch (senza ovviamente sbalzi nel surreale, Simenon è sempre un grande realista).

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    francesca70

    22/10/2007 12:21:10

    Decisamente un bel libro.Simenon non ci delude mai.Il finale mi è sembrato un pò sbrigativo e scontato.Comunque un libro che vale la pena di leggere.

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    Leonardo Banfi (Novate Milanese)

    30/05/2007 14:51:29

    Un racconto lungo che appassiona fino all'ultima pagina. Georges Simenon, anche in questo libro, riesce a trascinare la curiosita' del lettore, pagina dopo pagina, con quel velo di mistero che avvolge i personaggi ben delineati, fatti di emozioni, paure, invidia, odio, amore, malvagita', immersi in una societa' contadina povera. Scritto con un linguaggio semplice, preciso, scorrevole. Un libro da leggere.

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    Greta

    08/05/2007 17:17:16

    Eccomi con Gorge Simenon, finalmente ho trovato il tempo e la voglia di leggere uno dei suoi tantissimi libri, ma ho preferito iniziare da qualcosa di diverso della saga di Maigret. Non me ne sono pentita; pagina dopo pagina mi sono ritrovata nell’inverno fiammingo e soprattutto ho scoperto che questo autore, senza molti virtuosismi, riesce con abili frasi brevi a descrivere con successo i caratteri e le sembianze dei vari personaggi, senza essere scarno nei dettagli, ma solo sintetico nel racconto. E’ uno stile che può forse non piacere e sicuramente non pensavo piacesse a me, perché amo molto gli “orpelli” linguistici. Forse Simenon non si dilunga molto, ma è bravo, bravissimo nel centrare l’anima del personaggio con una descrizione che parte già dal suo punto debole o forte, togliendo le mezze misure. Per esempio Edrnèe in poche frasi viene descritta come bella e eterea e con altrettante poche frasi mirate il suo carattere viene delineato benissimo: come da bambina viziata quale è. Altrettanto fa con il paesaggio: brevi descrizioni, ma fatte con eleganza e realismo, scritte in modo che quando il personaggio ha freddo, tu scrittore hai freddo, quando è malato tu sei malato, e vedi nitidamente la scena come osservando un quadro appeso in salotto.

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    Giulia

    15/01/2007 00:31:36

    Davvero notevole la capacità di Simenon di creare atmosfere suggestive e contrastanti; si riesce a percepire il freddo, il vento e il ghiaccio delle terre fiamminghe, che paralizza cose, persone e sentimenti e le emozioni profonde, violente che covano dentro ed esplodono in maniera irrazionale. Inquietante e reale al tempo stesso, davvero una prova di alto livello.

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    fabio

    30/08/2006 17:02:15

    Tipicamente Simenon. Il Simenon i cui personaggi viaggiano lentamente ma inesorabilmente verso una fine che non sorprende. Non é questo che si deve cercare, ma la loro lenta "agonia" narrata magistralmente.

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«Rivedeva tutte le facce intorno al tavolo: le labbra troppo grosse di Fred, il suo volto irregolare; la fronte deforme di Jef; Mia con il suo eczema che, nonostante il seno e il resto, a diciannove anni non era ancora donna; lo strabismo di una delle bambine.»

Aidmée ha sedici anni quando rimane orfana ed è costretta a lasciare Bruxelles per vivere nelle Fiandre presso degli zii materni che neppure conosce. Qui si ritrova in una casa con abitudini di vita del tutto diverse da quelle da lei praticate fino a quel momento: noia e fatica, solitudine e rudezza nei costumi e nelle relazioni.

Esile, delicata, pallida ed elegante nei pur poveri abiti che ha portato con sé da Bruxelles, prova quasi ribrezzo nei confronti di ciò che la circonda (cose e uomini). Anche nell’aspetto esteriore Aidmée si sente diversa, e superiore, ai parenti che l’hanno accolta in casa in un momento per altro difficile della loro esistenza. Quando la ragazza giunge al villaggio è infatti appena morto (improvvisamente e del tutto inaspettatamente) lo zio, un possidente agricolo con moglie e figli di diversa età. A intrattenere rapporti con la cugina sono i due figli maschi Fred e Jef, i maggiori, e la più grande delle figlie, Mia, anche perché la zia e i bambini più piccoli non parlano il francese, ma solamente il fiammingo.

Quella casa stessa, mal riscaldata e piena di infiltrazioni d’acqua, le suscita disprezzo, come la rozzezza dei modi e dei vestiti dei parenti o il loro aspetto fisico, l’asimmetria dei volti, la testa troppo grande del cugino Jef, lo strabismo della più piccola, il viso contadino e scialbo della cugina, la volgarità del corpo e del volto di Fred, il cugino maggiore, verso il quale vive sensazioni contrastanti di attrazione e di repulsione.

Piano piano però Aidmée diventa consapevole della sua femminilità e del desiderio che sa suscitare negli altri, in particolare del potere che ha acquisito sui due cugini. Lei stessa vive pulsioni che non domina del tutto, in un risveglio dei sensi torbido e ambiguo.

La tensione narrativa cresce sempre più, in modo parallelo al pericoloso gioco che la ragazza crede di poter gestire, lei cittadina, lei colta e raffinata, rispetto ai rozzi e primitivi cugini ai quali rifiuta di concedersi, ma che costringe a “prove d’amore” sconcertanti. Eppure il dolore, il rancore sordo che domina Aidmée e che le impedisce un autentico rapporto con tutti coloro che la circondano (compreso lo zio Louis che lei reputa l’unico essere accettabile in quel posto primitivo e che tradirà, calunniandolo), si trasforma in una specie di ossessione, una rabbia chiusa che fa agire quella ragazzina infelice con sempre maggiore perfidia e le fa approntare un piano di seduzione che inevitabilmente sfocerà in tragedia. La terribile, ma ineluttabile, conclusione di questo romanzo, così come avviene in altre opere narrative non poliziesche di Simenon (ad esempio lo straordinario Fidanzamento del Signor Hire, o il contemporaneo Colpo di luna), vede la morte intrecciata inestricabilmente alla passione amorosa, che è tanto più accecante e devastante quanto più ne sono preda i deboli e i brutti, incapaci di difendersi da donne rabbiosamente infelici e, nella loro disperazione, davvero devastanti.

Aidmée non corrisponde allo stereotipo della femme fatale: giovanissima, malata e fragile, eppure è dalla sua femminilità che nasce il potere che esercita non solo sugli uomini ma su tutta la misera e rozza umanità che la circonda.

I sensi turbati rappresentano insomma ciò che destabilizza il malsano ordine della vita di una comunità contadina capace di reggersi se non vi sono elementi di rottura e soprattutto elementi esterni e disgreganti.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Nel flusso di passeggeri che scorreva a ondate verso l'uscita, era la sola a non affrettarsi. Con la sacca da viaggio in mano, la testa eretta sotto il velo da lutto, aspettò calma il suo turno per porgere il biglietto all'incaricato, poi avanzò di qualche passo.
Quando aveva preso il treno a Bruxelles erano le sei del mattino e l'oscurità era impregnata di pioggia gelida. Anche lo scompartimento di terza classe era bagnato, bagnato il pavimento sotto le scarpe infangate, bagnate le pareti coperte di un vapore vischioso, e bagnati i finestrini, dentro e fuori. I passeggeri, pure loro con i vestiti bagnati, sonnecchiavano.
Alle otto, proprio all'arrivo a Hasselt, le luci del treno si spensero, e così quelle della stazione. Nelle sale d'attesa rivoli d'acqua colavano dagli ombrelli che emanavano un odore di seta fradicia. Alcuni viaggiatori si asciugavano accanto alle stufe ed erano tutti più o meno vestiti di nero, come Edmée. Un caso, oppure lei lo notava soltanto perché era in lutto stretto? Per la gente di campagna non è una sorta di uniforme, il nero?
12 dicembre. Il numero, che si stagliava a grandi caratteri anch'essi neri di fianco a uno sportello, la colpì.
Fuori la pioggia scrosciava, la gente correva o si rifugiava dentro i portoni, e una fitta nuvolaglia rendeva il ciclo così plumbeo che i negozi dovevano tenere le luci accese.
Davanti alla stazione c'era uno di quegli omnibus dipinti di verde e di nero che fanno servizio extraurbano. Era deserto: non si vedevano ancora né il manovratore né il bigliettaio. La scritta sul cartello indicava «Maeseyck», che si trovava proprio sulla strada per Neeroeteren, dov'era diretta Edmée.
Senza chiedere niente a nessuno, salì nella prima carrozza, divisa da un tramezzo a vetri. Di qua, sedili di legno e pavimento cosparso di mozziconi e sputi; di là, imbottiture di velluto rosso e una passatoia.
Dopo un attimo di esitazione, Edmée varcò la soglia della prima classe, sedette in un angolo, ben eretta, e sollevò il velo di crespo che le copriva il viso. Era minuta, pallida, anemica come possono esserlo le ragazze a sedici anni. Portava i capelli ripartiti in due trecce strette e arrotolate sulla nuca in un severo chignon.
Passò una mezz'ora. La seconda classe cominciava a riempirsi di gente per lo più contadine cariche di ceste, che parlavano a voce molto alta, com'è tipico dei fiamminghi. C'era chi, data un'occhiata a Edmée, tutta sola al di là del divisorio, sussurrava qualcosa scuotendo la testa in segno di compassione, e subito altri sguardi si posavano sulla ragazza.
Si udì un fischio, e l'omnibus cominciò ad avanzare lungo le strade della cittadina ancora sonnolenta. Le lampade dei vagoni si accesero come per caso, e così rimasero per tutto il viaggio.
La pioggia, il velo di Edmée, i pesanti scialli neri delle contadine, l'acqua che sgocciolava sul pavimento e sui sedili delle carrozze tutto si fondeva in un lugubre grigiore. La terra arata delle campagne era scura, le case costruite con mattoni di un bruno sporco. L'omnibus attraversò il distretto minerario del Limburgo, e addentrandosi nei quartieri operai costeggiò una fila di discariche.
Le carrozze erano vecchie, sicché i passeggeri continuavano a sobbalzare e, loro malgrado, a dondolare il capo. Edmée come gli altri. Ogni tanto le donne si scambiavano qualche parola. Il vetro divisorio non lasciava passare i suoni, ma permetteva di vedere l'espressione afflitta dei volti, le bocche che si aprivano in un sospiro e gli sguardi imbambolati che, a ogni pausa della conversazione, si fissavano sui finestrini appannati.
Il bigliettaio entrò nella prima classe e si rivolse in fiammingo a Edmée che, senza guardarlo, si limitò a porgere il denaro dicendo semplicemente:
«Maeseyck!».
L'uomo aggiunse qualcosa, ma lei si voltò dall'altra parte. L'omnibus si fermava in tutti i paesini, anche ai semplici incroci dove non c'era nemmeno una casa. Subito accorreva gente soprattutto donne, che si tiravano su le sottane e si facevano issare, ridenti e senza fiato, sul predellino. Il bigliettaio allora suonava la tromba, uno squillo comico, come di giocattolo, e la locomotiva fischiava.