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José Saramago

Traduttore: R. Desti
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 345 p. , Brossura
  • EAN: 9788807887345


«Lì rimasero per più di due ore il cane e il suo padrone, ciascuno con i propri pensieri, ormai senza lacrime piante dall'uno e asciugate dall'altro, chissà, forse in attesa che la rotazione del mondo rimettesse tutte le cose ai loro posti, senza dimenticarne qualcuna che fino ad ora non è ancora riuscita a trovare il proprio.»

Si conclude con questo romanzo la trilogia iniziata nel 1995 con Cecità e proseguita nel 1997 con Tutti i nomi. Tre opere dure e drammatiche che indagano a fondo la natura umana, i sentimenti, la difficoltà di rapportarsi con un sistema sociale burocratico, insofferente, inattaccabile.

Non un pessimismo universale pervade questo romanzo, con un finale aperto alla speranza, ma una critica decisa e diretta alla globalizzazione, all'omologazione, alla chiusura intellettuale che porta alla discriminazione, all'emarginazione, all'egoistica grettezza che purtroppo sappiamo quanto circondi tutti noi in questi anni.

È un'opera dall'andamento sinuoso e rallentato, che svolge la storia tra dialoghi e descrizioni, tra pensieri e azioni. I protagonisti si presentano con discrezione al lettore, senza fretta: ci sarà molto tempo per tratteggiarli, per approfondire la conoscenza del loro animo. La scrittura fluida e armoniosa è quella che già conosciamo e che gli ha valso il Premio Nobel nel 1998.

Un furgone viaggia ai margini della città. Emarginazione, miseria, degrado accompagnano lungo la strada i due passeggeri del piccolo camion: Cipriano Algor, il suocero, e Marçal Gacho, il genero. Parlano poco, osservano in silenzio i campi e le case, temono di essere assaliti da una banda di disperati intenzionati a rubare la merce che stanno trasportando. È un carico modesto, ma per loro prezioso. La Fornace Algor (costruita in un piccolo paese di campagna) produce vasellame da cucina che viene venduto al Centro, una struttura "privilegiata" autosufficiente che si trova all'interno della città. Il Centro è un luogo altamente controllato, organizzato e isolato, in cui abitano, lavorano, fanno gli acquisti necessari, si divertono e muoiono molte persone; Marçal Gacho vi svolge l'attività di guardiano. Vive lì molti giorni al mese, ma ogni tanto torna in campagna dalla moglie e dal suocero che nel frattempo mandano avanti il lavoro della Fornace. La moglie di Cipriano Algor è morta e la figlia ha deciso di non abbandonare il padre per trasferirsi al Centro, ma di aspettare. Ma aspettare quanto e cosa? Cipriano non vuole avere rapporti con il Centro se non di tipo commerciale. Se la figlia si trasferirà lì, lui non la seguirà. Eppure quel mattino, quando lo incontriamo sul suo camioncino, Cipriano ancora non lo sa ma il suo destino verrà cambiato da un fatto nuovo e grave. Pronto a scaricare come sempre la merce nel magazzino, viene avvisato che la sua produzione ha subito un arresto delle vendite e che di conseguenza il Centro (spietatamente legato alle indagini di mercato) sospenderà i suoi rifornimenti. Ancora mezzo carico potrà essere consegnato, ma sarà l'ultimo fino a nuovo ordine. Per Cipriano questo fulmine a ciel sereno è l'inizio di una ricerca fuori e dentro di sé che lo porterà a fare scelte fondamentali. Come intraprendere una nuova produzione (passando dalle stoviglie alle statuette) per tentare di non chiudere definitivamente la Fornace.

Figura positiva del romanzo è il cane Trovato, un essere sensibile e intelligente, dotato di quell'"umanità" assente in tanti esseri umani. Saramago descrive intensamente anche i pensieri di questo cane eccezionale che si intersecano con quelli dei padroni in un miscuglio di incomprensioni e di tentativi di comunicazione, più efficaci e più soddisfacenti di quelli con molti altri compagni di strada. E quando si scoprirà che nel Centro non sono ammessi animali... Qui si vive e si muore, il Centro fagocita ogni cosa e ogni persona, trasformandosi agli occhi di Cipriano in un mostro enorme e pericoloso "ogni qualvolta guardo il centro da fuori - pensa - ho l'impressione che sia più grande della stessa città, cioè, il centro sta dentro la città, ma è più grande della città, come parte è più grande del tutto". La strumentalizzazione dell'essere umano, l'inquadramento in canoni predefiniti al di fuori dei quali nulla è possibile, che di contro fornisce sicurezza e certezze e difende dagli "imprevisti" della quotidianità e dai pericoli di una vita non strutturata, è la filosofia che sta alla base del Centro. "Ti venderemmo tutto quello di cui tu hai bisogno se non preferissimo che tu abbia bisogno di ciò che vendiamo" è scritto in un brillante cartellone sulla facciata. L'elogio dell'alienazione e la mercificazione dei sentimenti arriva sino a far fruttare le sensazioni più intime e profonde, le idee primordiali, la verità assoluta. Sino al punto di sfruttare commercialmente la Caverna di Platone, casualmente rinvenuta nelle fondamenta dell'enorme agglomerato urbano.

Potremmo concludere con una considerazione che Saramago scrive proprio in queste pagine: "Come in tutte le cose di questo mondo, e certamente di tutti gli altri, il giudizio dipenderà dal punto di vista dell'osservatore."

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

L'uomo che guida il camioncino si chiama Cipriano Algor, fa il vasaio di mestiere e ha sessantaquattro anni, anche se a vederlo sembra meno anziano. L'uomo che gli sta seduto accanto è il genero, si chiama Marçal Gacho, e ancora non è arrivato ai trenta. In ogni modo, con la faccia che ha, nessuno glieli darebbe. Come si sarà notato, sia l'uno che l'altro hanno appiccicati al nome proprio dei cognomi insoliti di cui s'ignorano l'origine, il significato e la ragione. La cosa più probabile è che si dispiacerebbero se mai giungessero a sapere che algor, algora, significa freddo intenso del corpo, preannuncio di febbre, e che il gacho è né più né meno che la parte del collo del bue su cui poggia il giogo. Il più giovane veste l'uniforme, ma non è armato. Il più vecchio indossa una giacca borghese e un paio di pantaloni più o meno decorosi, ha il colletto della camicia sobriamente abbottonato, senza cravatta. Le mani che manovrano il volante sono grandi e forti, da contadino, eppure, forse per effetto del quotidiano contatto con la morbidezza dell'argilla a cui le obbliga il mestiere, promettono una certa sensibilità. Nella mano destra di Marçal Gacho non c'è nulla di particolare, ma il dorso della mano sinistra presenta una cicatrice che ha l'aspetto di una bruciatura, un segno in diagonale che va dalla base del pollice alla base del mignolo. Il camioncino non merita un tale nome, è solo un furgone di medie dimensioni, un vecchio modello, ed è carico di stoviglie. Quando i due uomini sono usciti da casa, venti chilometri fa, il cielo stava appena cominciando a rischiarare, ma adesso il mattino ha ormai diffuso nel mondo abbastanza luce perché si possa osservare la cicatrice di Marçal Gacho e immaginare la sensibilità delle mani di Cipriano Algor. Stanno viaggiando a velocità ridotta per via della fragilità del carico, e anche per l'irregolarità del manto stradale. La consegna di merci non ritenute di prima o seconda necessità, come queste stoviglie rustiche, avviene, secondo gli orari fissati, a metà mattina, e se i due uomini hanno fatto una tale levataccia è perché Marçal Gacho deve timbrare almeno mezz'ora prima che le porte del Centro siano aperte al pubblico. Nei giorni in cui non accompagna il genero, ma ha delle stoviglie da trasportare, Cipriano Algor non ha bisogno di alzarsi tanto presto. Tuttavia, ogni dieci giorni, è sempre lui che s'incarica di andare a prendere Marçal Gacho al lavoro per passare con la famiglia le quaranta ore di riposo a cui ha diritto, ed è lui che, dopo, con o senza stoviglie nel bagagliaio del furgone, puntualmente lo riconduce alle sue responsabilità e ai suoi doveri di guardiano interno. La figlia di Cipriano Algor, che si chiama Marta di nome, e di cognome Isasca per parte della defunta madre e Algor per parte di padre, gode della presenza di suo marito a casa e nel letto solo sei notti e tre giorni al mese. La notte precedente a questa è rimasta incinta, ma lei ancora non lo sa.
Il paesaggio è fosco, sporco, non merita che lo guardiamo due volte. Qualcuno ha dato a queste vaste distese d'aspetto tutt'altro che campestre il nome tecnico di Cintura Agricola, e anche, per analogia poetica, quello di Cintura Verde, ma l'unico paesaggio che gli occhi riescono a cogliere ai due lati della strada, che copre senza soluzione di continuità percettibile molte migliaia di ettari, sono grandi fabbricati dal tetto piatto, rettangolari, costruiti con plastiche di un colore neutro che il tempo e la polvere hanno fatto digradare, a poco a poco, verso il grigio e il bigio. Sotto di essi, fuori dalla vista di chi passa, cresce la vegetazione. Da vie secondarie che vengono a sboccare nella statale, escono qua e là camion e trattori con rimorchi carichi di vegetali, ma il grosso del trasporto è stato fatto durante la notte, questi, o hanno un'autorizzazione espressa ed eccezionale a fare la consegna più tardi, oppure sono rimasti a dormire. Marçal Gacho ha scostato discretamente la manica sinistra della giacca per guardare l'orologio, è preoccupato perché il traffico si sta intensificando a poco a poco e perché sa che da qui in poi, quando entreranno nella Cintura Industriale, le difficoltà aumenteranno. Il suocero si è accorto del gesto, ma se n'è rimasto zitto, questo suo genero è un giovane simpatico, senza dubbio, ma nervoso, che appartiene alla razza degli esagitati per natura, sempre inquieto per il trascorrere del tempo, anche se ce ne ha d'avanzo, nel qual caso non sembra mai sapere cosa metterci dentro, dentro al tempo, intendiamoci, Come sarà quando arriverà alla mia età, ha pensato.