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Cent'anni di solitudine. Nuova ediz. - Gabriel García Márquez - copertina
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Descrizione

«Le cose hanno vita propria,» proclamava lo zingaro in tono aspro «è solo questione di risvegliarne l'anima.»

Da José Arcadio ad Aureliano, dalla scoperta del ghiaccio alla decifrazione delle pergamene di Melquíades: sette generazioni di Buendía inseguono un destino ineluttabile. Con questo romanzo tumultuoso che usa i toni della favola, sorretto da un linguaggio portentoso e da una prodigiosa fantasia, Gabriel García Márquez ha saputo rifondare la realtà e, attraverso Macondo, creare un vero e proprio paradigma dell'esistenza umana. Un universo di solitudini incrociate, impenetrabili ed eterne, in cui galleggia una moltitudine di eroi.

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Dettagli

2017
Tascabile
13 giugno 2017
378 p., Brossura
9788804675983
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Indice


L'incipit di Cent'anni di solutidine

Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l'aveva portato a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di fango e canne costruite sulla riva di un fiume dalle acque diafane che si precipitavano su un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente che molte cose erano senza nome, e per menzionarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, nel mese di marzo, una famiglia di zingari straccioni piantava la tenda vicino al villaggio, e con gran chiasso di fischietti e timbales veniva a far conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con una barba selvatica e mani di passero, che si presentò col nome di Melquíades, diede una truce dimostrazione pubblica di quella che chiamava l'ottava meraviglia dei sapienti alchimisti di Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti si spaventarono vedendo che paioli, padelle, pinze e fornelli cadevano in terra, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiodarsi, e anche gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano là dove più erano stati cercati, e strisciavano in un turbolento fuggifuggi dietro ai ferri magici di Melquíades. «Le cose hanno vita propria,» proclamava lo zingaro in tono aspro «è solo questione di risvegliarne l'anima.» José Arcadio Buendía, la cui smisurata immaginazione andava sempre oltre l'ingegno della natura, e addirittura più in là del miracolo e della magia, pensò che fosse possibile servirsi di questa invenzione inutile per sviscerare l'oro dalla terra. Melquíades, che era un uomo onesto, lo avvisò: «Per quello non funziona». Ma José Arcadio Buendía all'epoca non credeva nell'onestà degli zingari, così scambiò il suo mulo e una partita di capre con i due lingotti calamitati. Úrsula Iguarán, sua moglie, che contava su quegli animali per accrescere lo stentato patrimonio domestico, non riuscì a dissuaderlo. «Ben presto avremo tanto oro da lastricare la casa» replicò il marito. Per vari mesi si impegnò a dimostrare la validità delle sue congetture. Esplorò palmo a palmo la regione, compreso il fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando a voce alta la formula magica di Melquíades. L'unica cosa che riuscì a dissotterrare fu un'armatura del Quattrocento, con tutti i pezzi saldati insieme da una crosta di ruggine e che all'interno suonava vuota come un'enorme zucca piena di sassi. Quando José Arcadio Buendía e i quattro uomini della sua spedizione riuscirono a disarticolare l'armatura, trovarono uno scheletro calcificato che appeso al collo aveva un reliquiario di rame con un ricciolo femminile.
A marzo tornarono gli zingari.

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Anna
Recensioni: 5/5

Questo è uno di quei libri che, quando arrivi in fondo, vorresti ricominciarlo da capo. È un libro in cui nulla viene lasciato al caso, è pieno di simboli e di mistero, come se la magia delle pergamene di Melquíades riecheggiasse tra le pagine, portandoti fuori dallo spazio, fuori dal tempo e dalla logica comune e catapultandoti a Macondo, un luogo che esiste solo dal primo all'ultimo capitolo. La storia di Macondo, quella dei Buendía, altro non è che la storia del mondo intero: una storia di resistenza e accettazione, che sembra ripetersi eppure non è mai uguale, e che si esaurisce in se stessa in una struttura circolare. Ma, se è vero che Márquez non concede ai Buendía una seconda opportunità, da lettrice non posso negare che un altro viaggio tra quelle pagine lo farei volentieri, anche solo per rincontrare uno dopo l'altro, nella casa che odora d'origano, tutti quei meravigliosi personaggi, così simili eppure tutti diversi, e sempre dipinti con incredibile maestria, sia che abbiano attraversato l'intero romanzo, sia che si siano mossi qua e là in punta di piedi. Non è solo un libro molto bello, è uno dei libri più belli che io abbia mai letto.

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_manu
Recensioni: 5/5
Intrigante

Consigliato per chi è ha una lettura molto attenta , da non perdere il filo e leggere tutto d’un fiato

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patti
Recensioni: 5/5

Classico intramontabile che non si può evitare di leggere.

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Gabriel García Márquez

1927, Aracataca - Macondo (Colombia)

Scrittore colombiano Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.Come giornalista ha soggiornato in Francia, Messico e Spagna; in Italia è stato allievo del Centro sperimentale di cinematografia. Ha esordito con un breve romanzo, dove più evidente è l’influenza di Faulkner: Foglie morte (La hojarasca, 1955), cui sono seguiti Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quién le escriba, 1961); i racconti raccolti ne I funerali della Mamá Grande (Los funerales de la Mamá Grande, 1962), nei quali, soprattutto in quello che dà il titolo al volume, è già tratteggiato il mondo mitico e paradossale del narratore; La mala ora (La mala hora, 1962), altro romanzo, dove si narra una storia spietata di lettere anonime che coinvolge...

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