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Descrizione

Nel cuore di Roma, il palazzinaro Sasà Chiatti organizza nella sua nuova residenza di Villa Ada una festa che dovrà essere ricordata come il più grande evento mondano nella storia della nostra Repubblica. Tra cuochi bulgari, battitori neri reclutati alla stazione Termini, chirurghi estetici, attricette, calciatori, tigri, elefanti, il grande evento vedrà il noto scrittore Fabrizio Ciba e le Belve di Abaddon, una sgangherata setta satanica di Oriolo Romano, inghiottiti in un'avventura dove eroi e comparse daranno vita a una grandiosa e scatenata commedia umana. La comicità di Ammaniti sa cogliere i vizi e le poche virtù della nostra epoca. E nel sorriso che non abbandona nel corso di tutta la lettura annegano ideali e sentimenti. E soli, alla fine, galleggiano i resti di una civiltà fatua e sfiancata. Incapace di prendere sul serio anche la propria rovina.
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Dettagli

2009
27 ottobre 2009
328 p., Brossura
9788806191016

Valutazioni e recensioni

2,99/5
Recensioni: 3/5
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Francy
Recensioni: 1/5

Ambientato a Roma a Villa Ada dove è stata organizzata una festa grandiosa che ha l’obiettivo di passare alla storia per la sua unicità e originalità. Una festa che però ad un certo punto diventa quasi un film dell’horror, con personaggi improbabili e scene da film in stile Tarantino. Talmente irreale che sfocia nel ridicolo. Purtroppo non mi è piaciuto per niente.

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Nicole
Recensioni: 4/5

Il libro di Ammaniti che ho amato di più (sinceramente non sono una grande fan delle atmosfere un po' arrangiate dei suoi altri romanzi). Divertentissimo ed intelligente, un ritratto del meglio e soprattutto del peggio della nostra società.

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marco
Recensioni: 3/5

Libro divertente che ti fa fare qualche risata!Consigliato a chi vuole una lettura leggera e spensierata per passare il tempo.

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Recensioni

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Voce della critica

Si colloca ancora una volta al di là del bene e del male, oltre il confine tra fantastico e verosimile, nel solco dell'unica trasgressione ancora possibile, l'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Con il consueto (e molto cinematografico) montaggio parallelo alternato si avvicendano due storie: da un lato quella di una patetica setta di satanisti falliti, autobattezzatisi le Belve di Abaddon, di cui restano solo quattro elementi superstiti, e in particolare del loro leader, Saverio detto Mantos, in cerca di un riscatto della propria nullità mediante un sacrificio umano o un qualsiasi gesto di inaudita violenza che li porti alla ribalta cancellando l'onta di costituire "una realtà insignificante nel duro panorama del satanismo italiano"; dall'altro la storia del noto scrittore Fabrizio Ciba, amato soprattutto dal pubblico femminile per il suo aspetto da "bello e dannato", che vive della rendita degli incassi del suo romanzo best seller La fossa dei leoni. Senza che le due vicende arrivino mai all'incontro/scontro diretto, esse convergono – trascinandosi dietro una pletora di personaggi secondari e comparse – nel contenitore totalizzante che è la festa (da cui il titolo del romanzo) di Sasà Chiatti, un imprenditore immobiliare campano che ha acquistato Villa Ada dal comune di Roma per trasformarla in un megalomane mirabolante e surreale zoo safari.
Tuttavia, il nocciolo, lo zoccolo duro della tecnica di Ammaniti va al di là del plot, pur avvincente. C'è un'ossessione persistente che fa tendere all'unità, un basso continuo che ritma tutte le tappe del percorso narrativo di questo scrittore – da Branchie a Che la festa cominci – senza che nulla di quello che era vivo al principio si sia consumato, si sia impoverito strada facendo. Resta la stessa cruda violenza di una parola che testimonia e restituisce realtà umane, sociali, psicologiche borderline o anche oltre il confine; resta la stessa capacità di non indulgere in pietismi, ripiegamenti nostalgici, residui crepuscolari nel senso vieto del termine. La trasgressione non sta nell'ospitare mimeticamente – nei dialoghi – una lingua impoverita, infarcita di disfemismi e tópoi del gergo giovanile, ma nel porsi oltre il confine che separa i giusti dagli ingiusti, i pazzi dai normali, i buoni dai cattivi, e nella capacità di farci guardare la realtà con lo sguardo primitivo che viene prima o dopo (in ogni caso che sta al di fuori) l'elaborazione di strumenti logico-razionali con cui mediare le leggi sociali, la morale, l'etica. È uno sguardo disumanizzato, animale, decentrato (in quanto guarda la realtà secondo un'ottica rovesciata, invertita, carnevalesca, medievale), proprio dell'individuo che agisce sulla base di pulsioni istintuali, preda di reazioni primarie (che lo rendono innocente anche quando si macchia di crimini efferati). Questa condizione a metà tra umano e bestiale è del resto incarnata – anche in maniera letterale – in alcuni personaggi di Che la festa cominci, a cominciare dagli atleti russi fuggiti, durante le Olimpiadi romane del 1995, dal comunismo sovietico e rifugiatisi – come spettrali e grasse scimmie-Tarzan, feroci e tenere – sugli alberi della giungla di Villa Ada; per arrivare, nel finale, all'ultima metamorfosi del satanismo, la cui barbarie si placa e al contempo si legittima in un ritorno allo stato di natura: una vicenda che cessa di sembrare una gratuita trovata grottesca nel momento in cui la si pensa come metafora della regressione a cui è condannata un po' tutta l'umanità, che Ammaniti offre al lettore perché vi si specchi.
La mancanza di differenze (una coincidentia oppositorum in cui dal male può venire la più grande dolcezza e dal bene il più grande danno) è anche ciò che fa sì che non ci siano né redenzione né speranza per i personaggi e per il loro destino. Pasolini dichiarava di aborrire la speranza, cancro che paralizza e rende impotenti; nei romanzi di Ammaniti c'è una liberatoria morte della speranza e di ogni ripiegamento consolatorio. E non sembri un'eresia questo accostamento di un intellettuale "impegnato" con uno scrittore che, pur così lontano dall'impegno, ha però anche ottenuto il risultato di fare denuncia sociale o almeno satira di costume (come in una sorta di novello Satyricon).
Accanto alle innegabili doti narrative, Ammaniti ha mostrato di saper dire fino in fondo la congiuntura in cui viviamo: e non nel solito senso retorico di una damnatio del tempo presente. Perché in lui c'è l'amore dell'autore per le sue creature letterarie, c'è una vicinanza con l'ipocrita fratello lettore che sospende il giudizio, c'è la spietata tenerezza di chi torna da un viaggio nel sottosuolo per portare alla luce le ombre di una realtà malata.
Alla festa del mafioso palazzinaro – come a una nuova cena di Trimalcione – siamo tutti invitati: ci andremo lusingati come i vip o riluttanti e indolenti come lo scrittore Fabrizio Ciba, ma in qualche modo ci andremo; anzi ci siamo già. Siamo anche noi dove ha saputo portarci l'arte incantatoria di Ammaniti, oltre il confine tra reality e show: siamo già tutti nel reality show.
Elisa Tonani

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La recensione di IBS

Il riso è amaro, dall'inizio alla fine del racconto. I personaggi sono grotteschi, ampollosi e tragici, e la storia nasce da una mente alterata e febbricitante. Le opinioni non possono che dividersi: la poetica di Niccolò Ammaniti o viene affrontata con un sorriso leggero, come una storia che non può stare in piedi, oppure si affronta per quello che è: il riflesso distorto della realtà, eccessivo, eccitato e funebre.
Dopo la consacrazione ottenuta da grandi successi come Io non ho paura, Ti prendo e ti porto via e Come Dio comanda, Ammaniti torna alle atmosfere grottesche e torbide di Fango (Mondadori, 1999), dove la metafora di una società marcescente seguiva il dipanarsi dei racconti che formavano la raccolta.
Qui il raccapriccio ricompare, ma viene ancora più stolidamente caricato di ironia, così come tornano gli altri argomenti tipici di Niccolò Ammaniti: i personaggi caricaturali, le descrizioni fumettistiche, e apocalittiche, gli occhi di brace e i rigurgiti delle viscere della terra. Per ottenere questo effetto lo scrittore si serve, però, di personaggi a dir poco esilaranti. Come Saverio Moneta, il leader della setta ormai in declino "Le Bestie di Abaddon". Mobiliere nel reparto cucine tirolesi del grande magazzino dell'ottuagenario e perfido suocero, Saverio, in arte Mantos, di giorno subisce le angherie di una moglie algida e di notte promette ai tre disadattati ancora rimasti nella sua setta un'azione memorabile che farà balzare le Bestie ai vertici dei cultori di Satana.
Non molto lontano dal quartier generale di Mantos, ad Oriolo Terme, un giovane scrittore romano cerca l'ispirazione durante noiosissime feste e surriscaldati auditorium. Salutato come una nuova promessa dell'editoria, dopo quattro anni di silenzio Fabrizio Ciba sta diventando una promessa mancata. Il suo editore lo sta per rimpiazzare, la sua agente ha smesso di giustificare i suoi continui eccessi, ed anche il pubblico, che fino ad ora lo ha idolatrato, inizia a contestare le sue uscite mondane.
La festa di Sasà Chiatti forse non è proprio il posto ideale per risollevare la sua reputazione, ma magari potrebbe fornirgli lo spunto per uno dei suoi corsivi al vetriolo sulla stampa nazionale. Chiatti è un palazzinaro di Monfalcone, sopraggiunto a Roma in cerca di approvazione e fama. Per ottenerli ha un solo mezzo, i soldi, con i quali riesce ad acquistare uno dei parchi più belli di Roma, Villa Ada, e ad organizzare la festa più spettacolare che la capitale ricordi. Il parco viene popolato da animali esotici, gru, ippopotami, elefanti indiani e tigri albine; per allietare i partecipanti vengono organizzate tre diverse battute di caccia in costume, ed infine, dopo l'immancabile "Amatricianata" di mezzanotte, il concerto live della mitica Larisa, la cantante rock del momento.
Tutti vorrebbero partecipare al rutilante programma, ma solo in pochi riusciranno a varcare i cancelli della villa e ad assistere all'evento più rovinoso e distruttivo che il mondo dello spettacolo ricordi. Un boicottaggio, o forse la natura, o Satana in persona, offuscheranno le luci scintillanti prodotte dai generatori di corrente elettrica. Una colata di acqua, fango, sangue e terrore, deturperà la scena e le umane sembianze.
Si potrà semplicemente ridere della situazione grottesca, ma, siamo certi, qualcuno tenterà di riflettere sul sottosuolo e l'inevitabilità dei suoi riflussi.

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Conosci l'autore

Niccolò Ammaniti

1966, Roma

Scrittore italiano. Ha esordito nel 1994 con il romanzo Branchie (1997). Nel 1995 ha pubblicato il saggio Nel nome del figlio, scritto con il padre Massimo, e nel 1996 la raccolta di racconti Fango. Suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale (1996) e Tutti i denti del mostro sono perfetti (1997). I suoi libri sono stati tradotti in francese, tedesco, spagnolo, greco e russo. È del 1999 Ti prendo e ti porto via, mentre nel 2001 pubblica per Einaudi Io non ho paura (diventato nel 2003 un film di Gabriele Salvatores).Niccolò Ammaniti ritorna al fumetto, genere che ha contribuito a formare lo stile narrativo dello scrittore. Fa un pò male è il libro pubblicato nel 2004 che contiene tre brevi romanzi a fumetti sullo sfondo di una Roma...

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