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Collana: La memoria
Anno edizione: 2011
Pagine: 159 p. , Brossura
  • EAN: 9788838925504

Nella memoria collettiva, di Chernobyl rimangono molte immagini: la ruota panoramica nel sobborgo industriale di Pripjat', la centrale ormai deserta, i casermoni invasi dalle erbacce, gli occhi sbarrati dei bambini senza capelli, vittime delle radiazioni. Tutte, però, sono state scattate dopo il disastro. Del momento dell'esplosione, nel 1986, non esistono fotografie, perché furono censurate dal morente regime sovietico o furono bruciate dalla stessa radioattività. Rimangono le testimonianze di un fuoco che non ha fiamme, un bagliore color lampone, o azzurro intenso, una luminescenza mai vista, persino bella, che tinge gli alberi, annerisce il volto delle persone, riemerge dalla terra a pezzetti iridescenti. Francesco Cataluccio torna sul luogo della più grande catastrofe ambientale del secolo scorso con un tour organizzato, che alterna momenti di angoscia e di funesta rimembranza ai segnali di una prossima trasformazione dei luoghi in una Disneyland, dove il dolore si vende senza troppa convinzione. Cataluccio, però, naviga a più livelli, fra memorie personali del 1986, quando era a Varsavia e tutto rinviava alla minaccia nucleare, e memorie storiche di una Chernobyl settecentesca, sede di una feconda comunità ebraica, tra rimandi letterari e visioni apocalittiche, come la stella infuocata raccontata da Giovanni nell'Apocalisse, che cadde sulla terra avvelenando un terzo delle sue acque. Chernobyl è stata territorio conteso fra russi e polacchi, teatro di pogrom contro gli ebrei, vittima dell'Holodomor, la carestia indotta da Stalin negli anni trenta del XX secolo e della furia nazista un decennio dopo. Oggi, però, Chernobyl è sinonimo di immane tragedia, è un non detto sussurrato. Cataluccio lo scoprì tre anni prima dell'esplosione, in una libreria di Parigi, durante un casuale quanto misterioso incontro. Il suo interlocutore gli spiegò che il toponimo derivava dall'incontro profetico di due parole: chornyi (nero) e byllia (steli d'erba o gambi). Nero stelo d'erba, in sintesi, forse un riferimento alla parola ucraina con cui si nomina l'assenzio, erba nera e amara. Ma Assenzio, se ne ricorderà Cataluccio anni dopo, è anche il nome della stella infuocata narrata nell'Apocalisse.
Donatella Sasso  

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    Patrizia e Max

    27/08/2012 11.59.48

    Come fosse la naturale appendice di "Vado a vedere se di là è meglio", nel quale Cataluccio abbracciava in modo molto ampio il panorama culturale dell'Est europeo, ora l'Autore concentra il proprio sguardo in un luogo che è in realtà un non luogo. La recente catastrofe nucleare risulta infatti essere (forse) l'ultimo degli eventi funesti che hanno colpito Chernobyl, profondo buco nero della Storia, nel quale sembra essersi concentrata la follia e la malvagità dell'essere umano. E nonostante la scrittura venga sviluppata con estremo rispetto e pudore, ciò che emerge è un prolungato urlo di dolore, assordante e lacerante, allo stesso tempo incredibilmente, totalmente muto, come totalmente muti risultano oggi i luoghi devastati che circondano Chernobyl, a conferma che il Male non è mai una semplice fatalità.

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    Hit_Man

    26/07/2011 22.01.24

    Parlare di un luogo così tristemente famoso rimanda alla memoria il momento in cui, d'improvviso, la mia generazione si scoprì più fragile ed esposta ai capricci del fato, anche se abbondantemente aiutato dall'imperizia umana. Quando il reattore numero 4 esplose, ero un adolescente preso da tutt'altro. Le immagini che successivamente giunsero dall'ex Unione Sovietica, inizialmente del tutto "addomesticate", e poi lentamente, dovendo attraversare il vaglio di innumerevoli e secolari apparati burocratici, sempre più nitide nel loro agghiacciante impatto, mi lasciarono non meno inebetito del crollo delle Twin Towers. Mi confrontavo, per la prima volta in modo così drastico, con la fallibilità su vasta scala delle opere di matrice umana. Si sa quanto tempo ci impiega a perdere il suo potere radioattivo l'uranio, ed infatti Chernobyl dal momento della tragedia è una città fantasma, in cui ancora si possono vedere masserizie e suppellettili nelle case come fossero appena state abbandonate. Nonostante il rischio potenziale, oltre 1500 turisti la visitano annualmente: il fascino del lager colpisce anche qui, guardare dentro l'abisso è una calamita per l'uomo. Accanto a una sorta di interessante e circostanziato diario di viaggio, l'autore srotola una lunga narrazione sugli albori della città sin dal 1100, sul passato storico e il succedersi di dominazioni, soffermandosi dolorosamente sulle stragi in Ucraina che Stalin promosse e realizzò per dare linfa al suo folle desiderio di controllo, genocidi di nessuna invidia a quelli Hitleriani. Anche il triste destino degli ebrei dell'est non deviò da quello antonomasico di martiri storici: non si tralasciò di accusarli d'ogni nefandezza allo scopo di deportarli e assassinarli, con lo Stato sobillatore e plaudente. Eventi che, per noi Italiani, sono sempre rimasti un po' nell'ombra della tragica ascesa del Terzo Reich, ma che, lo ribadisco, sono stati altrettanto cruenti e pieni d'orrore.

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