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Agota Kristof

Traduttore: E. Rasy
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 48 p.
  • EAN: 9788806150631

scheda di Schenardi, D. L'Indice del 2000, n. 02

Di Agota Kristof, profuga ungherese da anni residente nella Svizzera francese, sono finora stati tradotti in Italia due romanzi: Ieri e Trilogia della città di K. (cfr. "L'Indice", rispettivamente 1997, n. 6, e 1998, n. 8). Si aggiungono ora, sempre nel catalogo einaudiano, due pièce teatrali: La chiave dell'ascensore, scritta nel 1977, e L'ora grigia o l'ultimo cliente, del 1984. In entrambe la tensione drammatica scaturisce non dall'azione (pressoché assente e racchiusa in due spazi limitati e circoscritti) ma da una narrazione e un dialogo nei quali le trame di una dolorosa mistificazione del reale vengono lacerate da affilati frammenti di verità. Da squarci non più rammendabili emergono così vissuti di un'estrema povertà umana. In entrambe le pièce, rituali di violenza e sopraffazione vengono brutalmente smascherati da vittime che non possono tacere. Nella Chiave dell'ascensore, una donna racconta dell'esistenza che, come una castellana nella torre, ella trascorre in attesa di un principe fedele che ogni sera giunge a farle visita. Ma l'idilliaca messinscena di un'esistenza gratificata dall'amore protettivo del marito-principe si rivela progressivamente un rituale di tortura che si ritorce infine contro il carnefice. Nella seconda pièce, L'ora grigia, assistiamo al fallimento del rapporto, oramai non più fisico ma solo verbale, tra un'anziana prostituta e il suo ultimo cliente. Nemmeno pagando l'uomo potrà costringere la donna a un "gioco" che nasconda o almeno trasfiguri l'insopportabile evidenza della loro storia. Dalle menzogne, anzi, la verità uscirà ancora più chiara e crudele.

(D.S.)

Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    10/09/2015 17.50.13

    Al limite di una segregazione senza rivolta, strangolate e perse in un tempo privo di domani, due assenze piegate in due attese gridano la loro versione, due femminili ancora fortissimi in una biografia che subisce. Sognare giorni migliori, scrivere interiormente un passato e un futuro più dolci, consolanti, a bendare in una verità più passabile le folli torture del presente. Storie di corpi ingiuriati da bisturi cattivi, dolosi, di forza maschia sempre fragilissima e dominante che alla fine mostra il fianco a morali stranote: il non saper perdere, il non riuscire ad avere controllo quando i caratteri che hanno di fronte rovesciano il tavolo della pazienza e aprono alla mossa che sorprende, che sradica un potere scontato, fino alla soppressione del nemico, liberazione e verdetto. Due quadri estremi e senza il minimo scampo, spinti in un disumano che nessuna legge può far passare, e che si leggono e si partecipano come in una specie di apnea opprimente da cui si vorrebbe subito fuggire. Il male ha senz'altro in sé delle cartucce malvage quando agisce, ma ce n'è un altro che ha proiettili benigni per tutta risposta, persino in quei fiori sublimi che la follia può generare su un brullo terreno malato. Come a dire che il crudele può di colpo trovarsi di fronte il suo opposto e ricevere da questo una lezione di rivolta che è grido anche giustificato. Bravissima Kristof, dignità e asciuttezza scandite ad arte, e un ritmo calibratissimo a narrare due episodi da cui non c'è e non può esserci ritorno.

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    spaggio

    12/03/2014 21.34.54

    Raro trovare tanta potenza racchiusa in sì breve composizione, parlando de "La chiave dell'ascensore" (l'altra pièce teatrale, "L'ora grigia", non mi è piaciuta). Se vi è capitato mai di tagliarvi accidentalmente con un foglio di carta, ecco, avrete netta la sensazione di una ferita di cui non si poteva avvertire il pericolo, è carta dopotutto; una ferita che non sanguina ma è molto dolorosa, una ferita di cui stupirsi per l'amicale perfidia. Ecco, siete avvertiti su quali sensazioni vi porterà il leggere "La chiave dell'ascensore": dolorose, ma imperdibili.

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    Rob

    21/01/2007 20.49.59

    La chiave dell’ascensore è agghiacciante. Qui la Kristof è degna di Poe, ma ancora più amara, più semplice, meno teatrale e proprio per questo sconcertante. Ne L’Ora Grigia (o L’Ultimo Cliente), l’amarezza si intreccia all’ironia nera, mano a mano che fa capolino l’ineluttabile verità. Gioielli queste pièces, come tanti altri di cui è seminata la bibliografia della Kristof. Gioielli anneriti dalla vita, dalle lacrime e dal dolore. Pietre indurite dalla dignità, dove narrazione e rivelazione sono l’unica priorità. La speranza nella Kristof sembra apparentemente non trovare posto. Eppure c’è; prende la forma della marcia in avanti, del rifiuto categorico della disperazione e dell’abbandono, della consapevolezza più scabra e bruciante.

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