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recensione di Miccoli, G., L'Indice 1993, n.10

Nel Natale 1942, al chiudersi di un anno tra i più foschi della seconda guerra mondiale, Pio XII, in un radiomessaggio rivolto all'umanità intera, tracciava le linee maestre per la costruzione di un "ordine interno degli Stati e dei popoli" tale da assicurare al mondo un futuro ordinato e pacifico. Proponendo la Chiesa e la sua suprema gerarchia quale maestra e guida per i governanti e le nazioni, egli si contrapponeva al "lungo processo di secolarizzazione del pensiero, del sentimento, dell'azione, che venne a staccare e sottrarre la città terrena dalla luce e dalla forza della città di Dio". Stava in tale processo infatti la radice delle sciagure che affliggevano la società. Portavoce, interprete e guida in terra della "città di Dio", Pio XII reclamava perciò la "restituzione" di un ruolo di suprema guida anche nei confronti della "città terrena" per poterne avviare la ricostruzione e garantirne la salvezza.
Non erano un'analisi n‚ una rivendicazione nuove. Da oltre un secolo il magistero di Roma e il pensiero politico cattolico le proponevano con varietà di sfumature e di accenti ma con una sostanziale unità di fondo. Il fatto che Pio XII le riproponesse come risposta e antidoto a una vicenda così sconvolgente quale fu la seconda guerra mondiale dà la misura dell'importanza che egli attribuiva loro e del consenso di cui godevano nel mondo ecclesiastico e nella cultura cattolica.
Secondo tale analisi la ribellione luterana aveva dato inizio a un tragico "divorzio" che nell'arco di alcuni secoli e per progressive tappe doveva sottrarre gli uomini, le società e gli Stati al magistero esclusivo della Chiesa. Frutto di un atto di orgoglio - dell'"orgoglio" di un frate laido avevano parlato da subito i polemisti cattolici -, era al peccato satanico per eccellenza che quel processo veniva così ricondotto. Di esso la rivoluzione francese aveva rappresentato la tappa fondamentale: distruggendo lo Stato cristiano aveva tolto alla Chiesa lo strumento per modellare il corpo sociale secondo le proprie norme, aprendo nel contempo la strada, con l'affermazione delle libertà moderne (di coscienza, di culto, di opinione ecc.) al dilagare di ogni genere di errori.
Alle domande che non potevano mancare sui perché di una simile catastrofe la cultura cattolica rispose ancora una volta rinviando all'azione di Satana: ma il carattere collettivo e insieme improvviso di essa le suggerì l'idea di una lunga, sotterranea cospirazione, giunta solo allora allo scoperto. E fu alla luce di questa idea che anche le vicende successive (rivoluzione del 1848, scomparsa dello Stato pontificio, rivoluzione russa, ecc.) continuarono a essere lette. Privata della propria "madre e maestra" l'umanità si era avviata così a una lenta rovina: quella rovina di cui gli sconvolgimenti sociali, i movimenti rivoluzionari, due guerre mondiali venivano di volta in volta chiamati a dare ripetuta attestazione.
Da ciò la costante rivendicazione: si restaurasse quanto era stato distrutto, si restituisse alla Chiesa il posto che già era stato suo. I contenuti stessi di tale rivendicazione dettarono l'ottica che la guidava: si guardava ai secoli che avevano preceduto la ribellione luterana, al rapporto che la Chiesa e i papi avevano stabilito allora con la società e gli Stati, come al modello cui gli uomini dovevano ispirarsi se volevano salvarsi dal baratro in cui stavano precipitando.
Il processo di distacco da Roma trovò la sua espressione sintetica nel concetto di "secolarizzazione" (ma non mancano le varianti: "laicismo", "secolarismo", ecc.); il modello cui tendere, in contrapposizione e alternativa ad essa, in quello di "cristianità" (o "società cristiana"). Formatosi gradualmente tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento - ma servendosi di materiali elaborati anche in precedenza -, tale complesso di idee e di giudizi costituì il nucleo ideologico forte di quella cultura intransigente, di drastica contrapposizione alla "civiltà moderna", cui magistero ecclesiastico e pensiero politico cattolico continuarono a riferirsi per più di un secolo e mezzo. La varietà estrema di situazioni cui si dovette di volta in volta far fronte, la diversità di orientamenti e di prospettive che sovente ne scaturirono per i movimenti e le organizzazioni che si richiamavano al magistero ecclesiastico, non scalfirono mai n‚ misero realmente in discussione - anche quando si ritenne di dover criticare o abbandonare altri aspetti dell'intransigentismo - tale nucleo fondamentale e comune. Per strade, con approcci, metodi e strumenti diversi, spesso radicalmente diversi, la prospettiva era e restava quella di rendere nuovamente cristiani lo Stato e la società, di ricostruire la "cristianità".
È questa, qui brevemente riassunta, la storia che Daniele Menozzi indaga e ricostruisce magistralmente attraverso i sei saggi raccolti in questo libro: la storia appunto del formarsi del modello di "cristianità" - ideologia politica e insieme fascinoso mito politico-religioso -, del suo permanere, mutare e adattarsi alle diverse situazioni, del suo scindersi e spezzarsi in filoni e tendenze diversi (spesso duramente contrapposti ma tali pur sempre da conservare nel profondo quella comune prospettiva, quella comune idea, refrattaria a sconfitte e smentite, che erano la Chiesa e il patrimonio di sapienza cristiana conservato nella sua tradizione a poter offrire essi, ed essi soltanto, i criteri e gli indirizzi decisivi per la costruzione di una società più umana e più giusta), fino ai più recenti tentativi di un suo effettivo superamento: inizialmente di piccoli gruppi soltanto, anche se di grande impatto per la stessa opinione pubblica cattolica, come fu nel secondo dopoguerra l'esperienza dei preti operai in Francia, bruscamente interrotta da Roma nel corso degli anni cinquanta; più avanti di voci numerose e diffuse, che trovarono nel pontificato di Giovanni XXIII e nel Concilio Vaticano II un'inaspettata occasione per esprimersi.
È la storia dunque, questa che Menozzi ci offre, delle relazioni della Chiesa con la società moderna: ma analizzata e studiata dal punto di vista particolare dell'ideologia, delle idee guida che per un secolo e mezzo (si potrebbe dire: dalla condanna di Pio VI della "grande rivoluzione" a tutto il pontificato di Pio XII) pretesero di indicare i criteri che dovevano inquadrarle e regolarle. L'approccio è quanto mai fecondo. Coglie un aspetto essenziale, vorrei dire fondante, del modo di porsi della Chiesa verso la società, scoprendo i sostanziali elementi di continuità che ne caratterizzarono la pur profonda evoluzione.
Menozzi non nega n‚ elude le differenze, spesso radicali differenze, presenti nelle elaborazioni dottrinali di pensatori e ideologi, come nel variegato disporsi delle forze cattoliche, e nemmeno i profondi cambiamenti intervenuti anche nel magistero ecclesiastico nel corso di quei centocinquant'anni. Tra un Gregorio XVI, tetragono nel sostenere l'alleanza trono-altare e nel condannare le agitazioni dei popoli contro l'"autorità legittima", fossero pure dei cattolici polacchi o irlandesi, e un Leone XIII, che benedice nella "democrazia cristiana" e nel movimento cattolico il nuovo strumento di presenza sociale della Chiesa - uno strumento che provvidenzialmente supplisce gli Stati e i governi venuti meno ai loro doveri e ai loro compiti - e insieme teorizza l'indifferenza della dottrina cattolica verso le diverse forme statuali purché rispettose dei diritti della Chiesa, vi è un abisso non solo apparente.
Egli avverte però tutti i rischi di deformazione insiti nel privilegiare esclusivamente tali differenze, pur così vistose. Troppo spesso gli studiosi di storia della Chiesa si fermano nelle grandi teorizzazioni generali, fitte di distinzioni e sottodistinzioni meramente astratte, o si concentrano sull'immediato operare quotidiano, realisticamente attento alle forze in campo e ai rapporti di potere, a danno delle poche fondamentali idee guida e delle prospettive che mettevano in atto, per dir così, quelle teorizzazioni e ispiravano quell'operare. L'approccio e la conseguente serrata analisi di Menozzi evitano tali svianti separatezze e permettono una visione unitaria e insieme articolata dei diversi elementi del quadro. Ciò gli dà modo di precisarli nelle loro caratteristiche e di situare le rispettive differenze nei loro limiti. Le une e le altre comportano mutare di alleanze e di strumenti, variare di metodi e di articolazioni organizzative, non un sostanziale cambiamento nell'analisi e nel giudizio di Fondo sulla situazione n‚ nelle prospettive che la Chiesa doveva porsi rispetto alla società.
Lo spazio non permette di insistere sulla ricchezza di apporti che questo libro di Menozzi reca a una più precisa conoscenza di questo aspetto fondamentale del pensiero politico cattolico, delle sue diverse correnti, del pensiero e degli orientamenti dei papi che via via ne indirizzarono il cammino. Sorretto da una robusta erudizione, che sa valorizzare anche scritti e autori minori, generalmente poco letti e ancor meno conosciuti, per cogliere in tutta la loro concretezza i percorsi e i complessi risvolti dell'idea di cristianità, la ricerca di Menozzi dedica un'attenzione particolare alle correnti culturali e agli scambi tra Francia e Italia (ma non mancano sondaggi e riferimenti significativi alla cultura cattolica inglese e tedesca, soprattutto del primo Ottocento), perché è tra Francia e Italia che l'idea di cristianità come modello di risposta all'incipiente secolarizzazione e alla crisi rivoluzionaria fece le sue prime prove e trovò le sue più significative e ricorrenti manifestazioni; anche se, come Menozzi opportunamente ricorda, fu un poeta e pubblicista tedesco, Novalis, proprio al chiudersi del secolo, nel 1799, a darle, con il suo "Christenheit oder Europa", la sua più fascinosa e mitica illustrazione.
Il volume non a caso si chiude con due saggi di argomento molto circoscritto. Il primo è dedicato al "caso Lefebvre", ossia al vescovo francese che, dopo aver fatto parte al Vaticano II della minoranza conciliare, ne rifiutò negli anni successivi i deliberati, accusò il Concilio di aver tradito l'intero magistero precedente e Roma di non averne sconfessato i deliberati, e diede vita perciò a una Chiesa scismatica tradizionalista. Il secondo analizza tappe e aspetti del "caso Lazzati", della polemica cioè che all'indomani del sinodo dei vescovi, convocato a Roma nell'ottobre 1987 per discutere il problema dei laici nella Chiesa, contrappose il settimanale "Il Sabato", organo culturale e politico di Comunione e liberazione, ed alcuni esponenti dell'Azione cattolica e del movimento dei cattolici democratici. Tema del contendere l'interpretazione e il giudizio sulla figura e sull'opera di Giuseppe Lazzati, prestigioso esponente dell'associazionismo e della cultura cattolici negli ultimi decenni, morto nel 1986, e accusato dal "Sabato" di aver "protestantizzato" il cattolicesimo italiano, per aver ristretto l'esperienza religiosa alla sola sfera individuale, contribuendo in tal modo alla secolarizzazione del paese.
Menozzi giunge così a trattare aspetti e questioni di una storia ancora pienamente in corso per cogliere alcune almeno delle sue linee di tendenza, e vi giunge nell'unico modo possibile quando si voglia restare fedeli a un metodo rigoroso di ricerca, fondato su riferimenti e attestazioni precise: non con un tentativo di sintesi a tutto tondo, assolutamente improponibile, ma appunto attraverso alcuni approfonditi sondaggi circoscritti. Il "caso Lefebvre" gli permette infatti di illustrare non solo una vicenda particolare, che, per ciò che riguarda il rapporto Chiesa-società, ripropone, con il modello della "città cattolica", la tradizione più rigidamente intransigente del cattolicesimo di questo secolo, ma di mettere in luce anche un aspetto significativo del magistero papale e dell'attuale linea di presenza della Chiesa di Roma, quale emerge dalle stesse reticenze e collusioni che hanno caratterizzato e caratterizzano i tormentati rapporti e la lunga trattativa della Santa Sede con il vescovo ribelle e i suoi seguaci: la tendenza cioè, proprio nel momento in cui si erge a paladina dei diritti umani, a rimuovere dalla propria memoria storica l'intera lunga vicenda che nel passato, per oltre centocinquant'anni, l'aveva vista schierata a negarli e a conculcarli. Una tendenza alla rimozione che attesta tra l'altro l'estrema difficoltà della Chiesa a superare realmente quel passato. La piena conferma di ciò è offerta dal "caso Lazzati": le accuse contro di lui nascono infatti da criteri di analisi e di giudizio e da rivendicazioni tipici del modello di cristianità.
Ma l'esame di quella discussione offre anche a Menozzi l'occasione per rilevare la persistenza di un costume intellettuale che, piegando fatti e situazioni alle proprie esigenze propagandistiche, conduce e utilizza il lavoro storico con criteri e finalità meramente ideologici e controversistici. È un atteggiamento questo peraltro che va ben oltre gli studi di storia della Chiesa contemporanea: buona parte della nostra ricerca contemporaneistica continua infatti ad esserne variamente inficiata.
È un discorso che condurrebbe lontano. Un ultimo rilievo forse non è del tutto superfluo. Nefasta per la ricerca e gli studi, la difficoltà di affermare vittoriosamente certe elementari distinzioni risulta nociva per la stessa cultura politica del paese. Ma scarsi ancora sono i segni di un reale cambiamento di rotta.