Chiodi - Agota Kristof - copertina
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Descrizione

Una raccolta di componimenti in cui si trovano i temi ben noti ai fedeli lettori dei romanzi e dei racconti di Agota Kristof: lo smarrimento, la perdita, l’esilio, il ricordo dell’amore, l’attesa, il desiderio.

«Si trova in tutte queste poesie un dolore stupito, una perplessità verso il male, che è pari soltanto alla certezza che quanto è reciso non tornerà.» - Roberto Galaverni, La Lettura – Corriere della Sera

Scritte in ungherese negli anni giovanili, queste poesie andarono perdute nel 1956, quando Agota Kristof fu costretta a lasciare l’Ungheria per ritirarsi in Svizzera, a Neuchâtel. Negli ultimi anni il dispiacere per la perdita di quei versi a lei così cari e fonte di ispirazione per tante prose scritte in anni più recenti spinse l’autrice a ricercarli nella memoria e a riscriverli in ungherese. A quelle poesie ne aggiunse altre, scritte direttamente in francese in età adulta.
Nasce così Chiodi, una raccolta di componimenti in cui si trovano i temi ben noti ai fedeli lettori dei romanzi e dei racconti di Agota Kristof – lo smarrimento, la perdita, l’esilio, il ricordo dell’amore, l’attesa, il desiderio – ma che qui, nell’immediatezza della poesia, sembrano raggiungere un grado di intensità ancora maggiore.
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Dettagli

2018
3 maggio 2018
100 p., Brossura
9788877137913

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cristinapatregnani
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Questa raccolta di poesie di Agota Kristof è pregiatissima. La Kristof, sfuggendo poco più che ventenne dall'Ungheria, si vede costretta a separarsi dai suoi quaderni di poesia. Le riscriverà, reinventandole, nella sua nuova patria, e continuando a scrivere nuove poesie, sia in ungherese che in francese. I temi sono quelli cari a tutta la letteratura della Kristof: il senso di smarrimento e di perdita, il ricordo, il desiderio di ricominciare una nuova vita, l'amore per gli affetti.

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alida airaghi
Recensioni: 5/5

Lo smarrimento di sé, l’inappartenenza e l’isolamento presenti nella narrativa della Kristof si riflettono in questi versi, in cui tornano i temi propri della sua prosa: l’esilio, l’attesa, il desiderio, la paura, la rabbia, il rancore. La voce dell’autrice si esprime in una lingua che occupa uno spazio intermedio tra due culture: quella nativa, della memoria e del dolore, dell’abbandono e del tradimento, e quella franco-elvetica, avvertita sempre come condizionante e alterata, imposta da necessità esteriori. Così, sospesa tra due tradizioni letterarie mai del tutto assimilate, la sua poesia rivela uno stile assolutamente personale, secco, ridotto all’essenziale, privo di punteggiatura e con scarsa aggettivazione. I titoli stessi manifestano mortificazione e avvilimento; i colori prevalenti sono il bianco e il grigio; la stagione più descritta è l’autunno, con la nebbia, la pioggia, il fango delle pozzanghere. Vuoto, abbandono, squallore caratterizzano ogni ambiente: finestre e porte chiuse, corridoi bui, panchine azzoppate, giardini deserti, vie polverose. La natura, vegetale e animale, nasconde qualcosa di minaccioso e violento. Anche le allusioni alla morte, e in particolare al suicidio sono frequenti: “E amo gli amici morti che / non sono riusciti a sopportare / la lontananza e bella è la corda / quando culla corpi freddi / e bello è il veleno il gas il coltello”. Alla desolazione e all’ingiustizia non ci si può ribellare, se non rifugiandosi nel sarcasmo, nella violenza rabbiosa; l’odio di classe è percepibile nei versi dedicati agli operai, agli emigranti, ai diseredati, solidali tra loro nella pretesa di rivendicazioni sociali, quasi presaga però di una futura inevitabile sconfitta, a cui ci si prepara con rassegnata indifferenza. Il destino di esiliata politica della Kristof, si riflette prepotentemente accusatorio in ogni riga della sua scrittura, in versi e in prosa: condizione esistenziale dell'erranza, di un risarcimento impossibile. .

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Agota Kristof

1935, Csikvánd (Ungheria)

Scrittrice ungherese. Nel 1956 è spettatrice dell’invasione del suo paese da parte dei carri armati sovietici. Fuggita con la famiglia in Svizzera, trova un impiego presso una fabbrica di orologi. Comincia a scrivere nella sua lingua di adozione, il francese, prima testi per il teatro, poi romanzi che la impongono all’attenzione del grande pubblico: Il grande quaderno (1987), La prova (1990), La terza menzogna (1992) – che nella traduzione italiana confluiscono a formare La trilogia della città di K (1998) – in cui le storie parallele di due gemelli, Klaus e Lucas, si dipanano in un labirinto di disperazione morale e bruciante dolcezza, sullo sfondo di una guerra divoratrice. Anche nelle opere successive (Ieri, 1995; L’analfabeta, 2004; Dove sei...

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