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Arnaldo Bagnasco, Nicola Negri

Editore: Liguori
Anno edizione: 1994
Pagine: 148 p.
  • EAN: 9788820723392
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recensione di Gallino, L., L'Indice 1995, n. 1

"Spazio e azione sociale. Studi su una dimensione trascurata nella costruzione della teoria sociologica": così suonava il titolo d'un libro (del tedesco E. Konau) di qualche anno fa. Era un modo efficace di riassumere il problema della posizione d'una categoria come "spazio" nella ricerca e nella teoria sociale. Per un verso, è vero che l'interesse a studiare come si distribuiscono nello spazio i processi e le strutture sociali ha alimentato nel corso del Novecento intere scuole sociologiche (per tacere delle scuole "geografiche" del secolo precedente), e certo non delle minori. Basti pensare alla Scuola di Chicago degli anni venti e trenta con le sue analisi (dette allora "ecologiche" in un senso molto diverso da quello che il termine avrebbe oggi) delle strutture che le comunità locali assumono attraverso il loro attrito con lo spazio; o anche a molti studi più recenti (alcuni dei quali bellissimi: ricordiamo, uno per tutti, "Lewittowners" di H.J. Gans) sulla dinamica sociale dei suburbi residenziali che contornano le metropoli americane. Oppure si guardi alla morfologia sociale francese, che sulla scia di Durkheim è stata coltivata nei decenni da autori come M. Halbwachs, P. Chombart de Lauwe, J. Cazeneuve e tanti altri. Quanto all'Italia, allo studio dello spazio, del territorio, delle strutture urbane si dedica da tempo un folto gruppo di sociologi particolarmente attivi in sedi come Milano, Torino, Bologna, Roma, Bari e altrove. Di spazio, insomma, la letteratura sociologica internazionale appare davvero repleta.
Per un altro verso, invece, come ricorda il titolo citato all'inizio, sembra essere accaduto allo spazio quel che è accaduto al corpo, un altro anello mancante della teoria sociologica. Si coltiva intensivamente la sociologia dello spazio (così come si coltiva la sociologia del corpo) definita come lo studio delle modalità onde i fenomeni sociali si riflettono nello spazio (o nel corpo); però lo spazio (al pari del corpo) non compare quasi mai come dimensione intrinseca di tutti i fenomeni sociali a partire dall'azione sociale e dalla sua teoria. E ciò non quadra. Perché il concetto di azione è "spaziale" (come è corporale: se mi si permette un ultimo accostamento tra spazio e corpo) per la sua stessa natura, dato che implica comunque qualche tipo di motricità, di movimento, di essere in un luogo e volersi portare in un altro. Per questa ragione lo spazio dovrebbe far parte dei fondamenti teorici della teoria dell'azione sociale allo stesso titolo in cui ne fan parte i concetti di scopo, norma, interesse, rappresentazione e simili; ma così non è.
Attirare con forza l'attenzione su tale anello mancante della teoria sociale e mostrare nel contempo come si potrebbe in alcuni casi costruirlo, è il meritorio intento di questi "Esercizi di analisi sociale localizzata" di Bagnasco e Negri. Nei due primi capitoli Bagnasco rivisita debitamente i classici, Weber e Simmel, mostrando come la dimensione spazio abbia in realtà parecchie dimensioni, in ciascuna delle quali il ricercatore rischia di perdersi, e che per di più si intersecano tra loro a diversi livelli. La struttura sociale di una città, come si ricava perspicuamente da Weber, riflette quella della società in cui è inserita, ma ogni viltà possiede caratteri propri non desumibili dai caratteri di questa; approfondendo i quali con l'occhio alla loro collocazione nello spazio si può però scoprire che riflettono più i caratteri generali della società globale che non quelli specifici della città osservata...
Non è probabilmente questa l'ultima delle cause del delirio lessicale in cui sembrano essere caduti molti studiosi della povertà, richiamato da Negri citando un divertente passo del sociologo francese S. Milano. Quando si perde letteralmente la bussola parlando di povertà da esclusione che è tutt'altra cosa dalla povertà per emarginazione, e beninteso, dalla povertà precarietà, di povertà tradizionali e di nuove povertà e di povertà persistenti, la confusione non è soltanto linguistica ma anche - e in un senso molto preciso - spaziale. È infatti possibile che il ricercatore non abbia cercato gli spazi adatti in cui trovare gli indicatori della povertà, oppure non abbia trova to gli spazi giusti in cui cercarli.
Al fine di restituire allo spazio i suoi diritti, e metterlo per così dire al suo posto, Bagnasco traccia nella prima parte del libro un agile saggio di spazializzazione delle classi e dei ceti, facendo rilevare come di città in città una classe sociale o un ceto di analoga denominazione possano palesare in effetti composizione e comportamenti molto diversi. Vi sono città medie di ceti produttori e città medie di ceti consumatori; che non devono però essere intese, mette in guardia l'autore, come luoghi dove pensionati o vacanzieri spendono le loro risorse, e nemmeno come città di soli produttori amministrativi. "Sono invece società locali dove la strutturazione secondo classi di consumo è importante, quale che sia la base produttiva", e ciò orienta in modo diverso che non nelle città di produttori la cultura e l'agire politico in ambito urbano di tali ceti.
Ricorrendo a un raggio più circoscritto di osservazione Negri documenta invece nella seconda parte, introducendo numerosi dati statistici, come la collocazione in uno spazio definito permetta di innovare, e talvolta di ribaltare, l'analisi di fenomeni come la povertà e la salute, la devianza e l'anemia, i bambini in affidamento e gli anziani a rischio. Impressionanti sono, riguardo ai primi due temi, i dati attinenti alle 25 circoscrizioni più deprivate e alle 25 meno deprivate di Londra; scorrendo le quali si può scoprire, ad esempio, che il tasso lordo di mortalità per mille persone tra i 45 e i 64 anni varia dal 18,9 nel quartiere povero di West Wickam North (municipalità di Bromley) al 4,7 del quartiere ricco di St. Marys (municipalità di Tower Hamlets) il che vuol dire una probabilità di morire in quella fascia di età superiore di quattro volte rispetto al quartiere più benestante.
Ma l'autore mette subito in guardia dallo stabilire una connessione diretta tra povertà e tasso di mortalità. Quel che i dati dicono è soltanto che dove vive un maggior numero di poveri si registra un maggior numero di decessi, ma non permettono "di sostenere che le persone più deprivate sono le stesse che si ammalano di più". Chi lo fa cade nella cosiddetta "fallacia ecologica": le proprietà di un aggregato non sono direttamente imputabili ai suoi singoli componenti. Per evitarla occorre passare all'osservazione degli individui dentro i gruppi, utilizzando le tecniche e le cautele dell'analisi sociale localizzata. Un contributo significativo all'auspicato reinserimento dello spazio nel nucleo centrale della teorizzazione sociologica; e anche, sebbene in modo indiretto, alla teoria dell'attore, il cui programma metodologico ha alla base proprio l'invito a osservare direttamente le caratteristiche degli individui, piuttosto che desumerle da aggregati statistici.