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Non ho capito tutto di questo libro, dato che Consolo usa tante parole siciliane e parole desuete: ne ho cercate alcune, ma di centinaia di esse ho intuito tutt’al più il significato. Ho invece capito che lo scrittore predilige fino all’abuso la figura retorica dell’enumerazione, e ogni tanto anche l’inversione siciliana del verbo, più qualche originalità sintattica. È necessario dire tutto questo perché, in ogni libro di Consolo, quello che affascina e un po’ disorienta è la sua prosa aspra e corrusca, né si può giudicare un libro senza anzitutto accettarla a occhi chiusi e a orecchie aperte. Decenni fa ho letto con grande piacere “Il sorriso dell’ignoto marinaio” e più tardi sono rimasto folgorato dalla bellezza di “Retablo”, per me una rivelazione. E anche questa volta ho accettato ogni difficoltà di lettura per apprezzare questa storia (tanto adatta alla penna di Consolo) sull’occultista Aleister Crowley, adepto di costumi sessuali scandalosi e gran consumatore di droghe. All’inizio del fascismo, Crowley, la “Bestia dell’Apocalisse”, come lui stesso si faceva chiamare, sbarca a Cefalù con il suo seguito per fondarvi un tempio, ma dopo qualche tempo viene espulso. Innestandosi su questa storia, scorrono eventi che riguardano vari personaggi, il giovane maestro Petro Marano, figlio di un “luponario” (lupo mannaro) e fratello di una pazza, il pastore Janu che viene coinvolto nei riti orgiastici della setta, il vendicativo barone Nené Cìcio, Grazia la Piluchera. Il breve romanzo ha un po’ la forma di racconti a sé, incentrati su una sorta di tema da mettere di volta in volta in evidenza, ma l’unità del tutto è creata con maestria dallo stile prodigioso di Vincenzo Consolo.
Romanzo che mi è piaciuto molto per la pluralità dei punti di vista, la rappresentazione asciutta e precisa dell' ascesa del fascismo, accompagnata da tante ombre, tanti presagi di notte a venire. La specificità di tanta letteratura siciliana di valore: di Verga, Pirandello, Sciascia, Bufalino ma anche più di recente Buttafuoco; opere di grande puntiglio ed inventività soprattutto linguistica; di precisione e fantasia. Un bel romanzo, profondo ed evocativo.
E’ da anni che volevo leggere qualcosa di Vincenzo Consolo, mi era stato consigliato da amici siciliani e non, e son partito da Nottetempo, casa per casa che gli valse Il Premio Strega nel 1992. Un viaggio onirico e indimenticabile nella terra piena di pathos e magia come Cefalù. Non voglio dire nulla del romanzo di cui lascio due stralci per me indimenticabili. Sicuramente leggerò altro di Consolo, come il suo più famoso, Il sorriso dell’ignoto marinaio (Einaudi, 1976) e Retablo (Sellerio, 1987). «Quindi per gradi, per lenti processi discendiamo in spazi inusitati (dimenticammo l’ora, il punto del passaggio, la consistenza, la figura d’ogni altro, dimenticammo noi sopra la terra, di là della parete, al confine bevemmo il nostro lete). Ora, in questa luce nuova – privazione d’essa o luce stessa rovesciata, frantumo d’una lastra, rovinìo di superficie, sfondo infinito, abissitade -, in nuovi mondi o antichi, in luoghi ignoti risediamo. O ignote forme, presenze vaghe, febbrili assenze, noi aneliamo verso dimore persone, la fonte ove s’abbevera il passero, la quaglia, l’antica età sepolta, immemorabile. In questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichìo di quell’oro, è possibile ancora la scansione, l’ordine, il racconto? E’ possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all’ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono? E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo luogo, di questa emozione. […]
Recensioni
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