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Che bella sensazione: arrivati a fine libro, si ha l'impressione di averne letti due. Uno lo si è letto di certo: da p. 11 a p. 58 apre le danze un bel saggio - dotto ma non pedante - sul concetto di "classico", spiegato a partire dall'etimo latino del termine e che si chiude con alcune considerazioni di Pontiggia sui classici nel mondo odierno, tra le quali condivido in particolare la seguente, con buona pace di chi pensa che stravolgerli e "modernizzarli" sia la strada giusta da seguire, anche a scuola: "Non sono nostri contemporanei, siamo noi che lo diventiamo di loro." (p. 58) Da p. 59 a p. 262 arriva il secondo libro: una sequenza di novantanove recensioni ad altrettanti classici pubblicate nel corso di numerosi anni su "Panorama" e sul "Corriere della Sera", disposte in ordine non cronologico ma casuale, a rendere l'impressione di una passeggiata senza itinerario e senza meta tra le meraviglie della letteratura occidentale, da Omero a Teofrasto, da Catullo ad Agostino, da Petrarca a Voltaire e via scoprendo. Forse, però, nei primi due libri se ne nasconde un terzo, cioè il modo con cui Pontiggia si avvicina ai classici: con grande rispetto ma senza timori reverenziali e, soprattutto, con un'autentica passione per i classici "minori" (se non "minimi"), talvolta non inferiori ai "grandi" ma semplicemente meno celebrati. "I contemporanei del futuro" è poi, da ultimo, anche la dimostrazione di come la recensione sia, se nata da una penna felice, un vero e proprio genere letterario: uno strano ibrido tra l'autobiografia, l'aforisma e il trattato filosofico. "Si sa che le battaglie contro l'ottusità non sono mai vinte, anche se, per fortuna, mai perdute." (p. 254)
“I contemporanei del futuro” è uno di quei libri che sembrano leggeri e invece colpiscono in profondità. Pontiggia ha uno sguardo lucidissimo, a tratti ironico, sulle piccole ambizioni e illusioni umane. Si legge in fretta, ma lascia una sensazione strana, come se avesse detto qualcosa di molto vero senza mai alzare la voce.
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