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Anno edizione: 2015
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Una grande fabbrica come tante sta per essere venduta ad una multinazionale. Le operaie attendono con trepidazione il verdetto. Il Consiglio di fabbrica si riunisce e attende che la portavoce, dopo essere stata per ore in colloquio con "le cravatte", ritorni con la sentenza. La fabbrica non chiude, nessuna operaia sarà licenziata, gli stipendi non verranno toccati, c'è soltanto una piccola "richiesta": che la pausa giornaliera di quindici minuti venga ridotta di sette. Le undici donne iniziano a discutere. Che opera pregna di pensieri stupendi e umani. Massini ha scritto un libro piccolo, un testo di dialogo intenso, dal ritmo veloce e ritmato, che si legge in un'ora e riesce a far riemergere in noi tutta quella voglia di lottare contro le ingiustizie, o semplicemente per ciò che è giusto. Cosa sono sette minuti, di fronte all'idea di ritrovarsi senza lavoro? Quanto pesano in una giornata sette minuti? Quanto valgono davvero sette minuti? Testo particolarmente calzante in questo momento della mia vita: mi dispiace averlo letto subito dopo il primo maggio, perché sarebbe stata un'ottima lettura in onore di quella giornata, e al tempo stesso sono felice di averlo letto due giorni dopo aver dato le dimissioni, perché mi ha permesso di osservare le cose con occhio diverso, e di capire immediatamente come sarebbe stato il mio voto, se avessi fatto parte del Consiglio. Se avessi letto quest'opera dieci anni fa, lo ammetto, probabilmente avrei pensato "sette minuti sono pochi, se messi a confronto con la sicurezza di un lavoro". Oggi non la penso così, e non credo più nelle rinunce personali (piccole o grandi che siano) per un meccanismo per ci schiaccia e ci trita e ci sputa via senza pietà. Fatevi del bene: leggetelo, ci vuole davvero pochissimo, e non è tempo sprecato, non vi rubo sette minuti che potreste dedicare a qualcosa di più importante. Questo è importante. Cosa siamo disposti a perdere pur di lavorare? Recensione sul blog "Lego, Legimus"
"Chi sarebbero loro senza le mie mani sui telai?". Non c'è altra frase a sigillare meglio il nervo e l'ossatura di questo testo teatrale, splendido manifesto civile che ha già le stimmate di un vero classico. Lo scontro tra libertà e sopravvivenza, amarissimo alterco, lo scontro tra un respiro umano che qualcuno vuole accorciare, mozzare, e il dramma di alcune donne a tenerlo alto, innegoziabile, o cedere con rassegnazione al morso del padrone. La posta sono sette minuti in meno tolti alla loro pausa pranzo e ovviamente dati alla produzione. I dialoghi fra le operaie sono serratissimi, impregnati di rabbia lucidissima e insieme senso solidale, ma anche di polemiche dure fra generazioni a confronto. Diffidenza, paura, ricatti eventuali, le esperienze si intrecciano ognuna col proprio romanzo umano, con le proprie ferite e cadute, in un quadro sociale che mostra il capitalismo nelle sue orride purulenze, spogliandolo di ogni minima impronta etica. Le donne potrebbero lo stesso perdere il lavoro anche votando si, niente è deciso o tranquillo in questa tortuosità aziendale. Privazione e inquietudine vibrano nelle viscere contro la retorica di un quesito odioso: "Cosa sareste disposte a fare pur di lavorare?". Atroce fardello e chiave per toccare ancora un senso di dignità. Finirà tutto ai voti, ma intanto si accavalleranno ripensamenti, opportunismi, litigi e smarrimenti, e un silenzio pesante come la vita attorno a questi destini. Massini scende fino ai nervi più scuri della necessità, smuovendone ogni piega e ogni angolo come un abilissimo chirurgo interiore. Si esce intristiti da questo libriccino, per quel che potrebbe essere il futuro o quello che già è, da qualche parte nel mondo o sotto casa. Sono tremende logiche in grado a volte di sconvolgere senza ritorno, di annientare fino alla crudeltà di una schiavitù appena velata, ma vera, stritolante, lenta e definitiva. Magnifico!
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