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Quello che ancora mi stupisce della Némirovsky - dopo quindici suoi titoli letti, con una media di giudizio raramente sotto le quattro stelle - è l'incredibile maturità psicologica e relazionale che esprime fin dai suoi primissimi romanzi neanche ventenne. Purtroppo ha avuto vita breve, ma la profondità, l'abilità narrativa, il valore letterario che ha saputo rappresentare nella prolificità dei suoi scritti, fanno di lei una scrittrice di razza, come poche altre: per me, una delle migliori della storia della Letteratura. Brillante, acuta, lucida, ironica, equilibrata e senza fronzoli, mi sento di accostarla ad un'altra grande scrittrice, che per la capacità di sezionare l'animo umano senza concessioni al sentimentalismo (cosa rarissima nella scrittura femminile) sono entrambe da me apprezzatissime. Una narrazione dall'incedere lento e inesorabile, ma mai noioso. In particolare, ma quanto è abile nel rendere l'indolenza e l'apatia esteriori del protagonista che invece cela, dentro di sé, una pena infinita? È una spirale che avvolge il lettore e lo risucchia in quell'animo saturo di frustrazione e tormento. « - Tu dormi invece di vivere - disse lui. - Anche tu, anche tu va... Christophe mormorò: - Perché continuiamo a vivere? - Abitudine, suppongo.» Sempre brava Némirosky!
Non si possono non amare i libri di Irene Nemirovsky, e questo no fa eccezione, certo non è il suo capolavoro, ma è comunque un romanzo dingran pregio. La storia si sviluppa in pochi mesi e segue le vicende di un figlio "di", Christophe, un uomo mediocre e inerte, che non ama la vita e le opportunità che gli si offrono. Un'opera cupa, in cui sembra di essere sempre in ambienti bui o in penombra,col sottofondo di un uomo che tossisce, e il caminetto acceso in salotto, dove siedono i protagonististi, la tensione palpabile,che può tagliarsi con un rasoio.
Ho letto tutto della Nemirovsky,ma questo romanzo non mi è piaciuto. Un romanzo senza speranza con un protagonista inerte e arido,ingrato nei confronti della vita e di coloro che lo amano,nonostante tutto.
Recensioni
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La bruciante eredità di un magnate dell'acciaio pesa sulle fragili spalle di un uomo nauseato dalla vita.
«I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati»: così è scritto nella Bibbia. All’èra dei pirati della finanza e dell’industria, degli imperi economici costruiti sui campi di battaglia, dello sperpero e dell’abiezione (quella che nei suoi appunti Irène Némirovsky chiama «l’èra Golder») è succeduto lo scenario desolante degli anni Trenta: «Disoccupazione... Crisi... Svalutazione del dollaro... Deficit di bilancio...» e «tutti quegli scandali infami, quei processi, quelle bancarotte indecorose» in cui sprofonda la finanza internazionale... Modesto impiegato nell’azienda un tempo appartenuta a suo padre – «il Bohun dell’acciaio, il Bohun del petrolio», una sorta di «re misterioso e malefico» di cui si diceva: «Sui suoi passi nascono la rovina e la guerra» – e poi passata nelle mani di colui che era solo un faccendiere e un prestanome, Christophe Bohun non ha né ambizioni, né speranze, né desideri, né nostalgie. Si lascia svogliatamente amare da una moglie di irritante perfezione e da una cugina da sempre infatuata di lui. «È la pedina» annota ancora la Némirosky sulla minuta del romanzo «che viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tremila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita». Alla morte del padre, però, Christophe trova in un cassetto, ben in evidenza, una busta sigillata: dentro, una lista di parlamentari, giornalisti, banchieri che, all’epoca del crac finanziario, avevano ricevuto dal vecchio Bohun somme ingenti per convincere il governo a incentivare i preparativi bellici. Riuscirà questa potenziale arma di ricatto, e di riscatto, a scuoterlo dal suo «molle torpore»? Difficile trovare un romanzo così puntualmente applicabile a temi e fatti di ottant’anni dopo.
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