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La mite. Racconto fantastico
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La mite. Racconto fantastico - Fëdor Dostoevskij - copertina
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mite. Racconto fantastico

Descrizione


«Immaginate un uomo la cui moglie, suicidatasi alcune ore prima gettandosi dalla finestra, sia stesa davanti a lui su un tavolo» scrive Dostoevskij nel presentare ai lettori questo racconto perfetto, che di quell'uomo restituisce, con stenografica precisione, il soliloquio delirante e sconnesso, tutto esitazioni, ripetizioni, contraddizioni, pause, balbettii, ripensamenti. Di lui sentiamo i gemiti, e perfino l'eco dei passi che tornano in continuazione al cadavere steso sul tavolo. L'uomo, quarantuno anni, ex capitano cacciato da un illustre reggimento con l'accusa di viltà e ora titolare di un banco dei pegni, non è un giusto, ma nemmeno un inveterato criminale. È semmai parente stretto dell'Uomo del sottosuolo, con cui ha in comune la rabbia dell'individuo rifiutato dalla società, l'istinto dell'animale braccato. Sragionando ad alta voce, cerca di capire e ricostruire le cause della catastrofe. Ha amato la Mite, ma torturandola con le parole e ancor più con il silenzio, con il perverso «sistema» ideato per vendicarsi di un'antica offesa e ritrovare la dignità perduta. E ora continua a chiedersi: «Perché questa donna è morta|». Genio guastatore, maestro nel far saltare i ponti dei legami causali, Dostoevskij gli nega – e lo nega ai lettori – il sollievo di una spiegazione univoca, definitiva. E il monologo si sgretola in un dialogo con immaginari interlocutori: giudici? avvocati d'ufficio? fantasmi?
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Dettagli

2018
22 maggio 2018
112 p., Brossura
9788845932687

Valutazioni e recensioni

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Baud
Recensioni: 5/5
Un viaggio al termine della notte

È da notare, innanzitutto, secondo una mia personale interpretazione, come la “mite” del titolo si riveli, in realtà, tutt’altro che docile e mansueta se non addirittura rassegnata; se è vero, infatti, che alla fine sceglie il suicidio, questo gesto estremo non è per rassegnazione, bensì per sottrarsi all’assurdità dell’esistenza, indipendentemente dalle condizioni dalle quali proviene e nelle quali si trova a vivere. La “mite” e l’io narrante (il proprietario del banco dei pegni, che molta parte della critica, etichetta erroneamente come “usuraio”) sono gli unici a non avere un nome; l’Autore, contrariamente a tutti gli altri personaggi di contorno, non li “battezza” mai, come fossero ombre o anime destinate all’anonimato, chiuse nei loro soliloqui interiori, divorate dal tarlo dell’inquietudine e della speranza frustrata e, al tempo stesso, intrisi di sensualità, di corporeità, di desiderio di vita. Dostoevskij, come sua prerogativa, non fa concessioni al lettore convenzionale: il monologo dell’allucinato e, contemporaneamente, assai lucido protagonista è un articolarsi incoerente, contraddittorio ma non irrazionale, emotivo ma non passionale, deprimente ma non privo di una sua vitalità. Non sono date certezze: il piano dei sentimenti è continuamente ribaltato, le meschinità possono spesso trovare una giustificazione, bontà e cattiveria non sono dimensioni separate. Insomma, tutta l’ambiguità dell’essere umano prende forma nell’incedere del racconto. Le cose accadono nel divenire dell’agire umano. L’irreparabile si dischiude nella normalità. L’onda del destino – inteso come vuoto d’intenzionalità – sommerge ogni cosa e ognuno. Non c’è né “delitto” né “castigo”, piuttosto vite di uomini, esistenze che a volte bastano a chi le vive e altre volte no. Uno degli elementi di grandezza di Dostoevskij, io credo, sia nell’intento di rappresentare l’inspiegabile, l’inafferrabile, l’altro da sé e il sé che non risponde a logiche sensate. Insomma, un capolavoro!

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luciano
Recensioni: 5/5
Un'anima sofferente

La Mite, di cui non si conosce il nome, ha sedici anni e va sposa ad un quarantunenne, un ex-ufficiale, dimessosi dall'esercito per una questione d'onore e che per vivere gestisce un banco dei pegni, di sua proprietà. Il racconto è un lungo soliloquio di quest'uomo, che riflette sulla sua vita, attuale e passata, soffermandosi sulle casualità che l' hanno intralciata. Dalle sue ruminazioni apprendiamo che la Mite era rimasta orfana di genitori a tredici anni e che era stata accolta da due zie, una zitella e l'altra vedova con sei figli, che la trattavano come una sguattera. Una volta sposata la sua vita non conosce alcuna gioia; niente feste, niente teatro, un marito silenzioso, mancanza di dialogo. Si potrebbe parlare di incomunicabilità tra i due. Insomma, una vita deprimente per una sedicenne, nel fiore della gioventù. Aveva tentato di fuggire da questa atmosfera soffocante, ma la sua ribellione era stata fermata dal marito e la Mite aveva accettato di essere fedele alla volontà del marito. L'unica via d'uscita da questa vera e propria prigione, sia materiale, morale e affettiva, era il suicidio. E, allora, si getta dalla finestra, stringendo a se un'icona con la Vergine Maria e il bambino. Il suo corpo resta intatto; solo "un pugno di sangue", le esce dalla bocca. Il marito, disperato, guarda il corpo della Mite e mormora: "Domani la porteranno via e come farò quando rimarrò da solo?"

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Lucia
Recensioni: 5/5
Da leggere assolutamente

Un piccolo grande capolavoro che ho letto tutto d'un fiato. Molto interessanti le note al termine del racconto.

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Recensioni

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Conosci l'autore

Fëdor Dostoevskij

1821, Mosca

Fëdor Dostoevskij è stato un autore russo, considerato uno dei pensatori e romanzieri più influenti dell'Ottocento. Figlio di un medico, un aristocratico decaduto stravagante e dispotico, crebbe in un ambiente devoto e autoritario. Nel 1837 gli morì la madre, da tempo malata, e Dostoevskij venne iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, istituto che frequentò controvoglia, essendo i suoi interessi già risolutamente indirizzati verso la letteratura (risalgono a quegli anni le sue prime letture importanti: Schiller, Balzac, Hugo, Hoffmann). Diplomatosi nel 1843, rinunciò alla carriera che il titolo gli apriva e, lottando con l’indigenza e con i disagi di una salute cagionevole, cominciò a scrivere: il suo primo...

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