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Anno edizione: 2018
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È da notare, innanzitutto, secondo una mia personale interpretazione, come la “mite” del titolo si riveli, in realtà, tutt’altro che docile e mansueta se non addirittura rassegnata; se è vero, infatti, che alla fine sceglie il suicidio, questo gesto estremo non è per rassegnazione, bensì per sottrarsi all’assurdità dell’esistenza, indipendentemente dalle condizioni dalle quali proviene e nelle quali si trova a vivere. La “mite” e l’io narrante (il proprietario del banco dei pegni, che molta parte della critica, etichetta erroneamente come “usuraio”) sono gli unici a non avere un nome; l’Autore, contrariamente a tutti gli altri personaggi di contorno, non li “battezza” mai, come fossero ombre o anime destinate all’anonimato, chiuse nei loro soliloqui interiori, divorate dal tarlo dell’inquietudine e della speranza frustrata e, al tempo stesso, intrisi di sensualità, di corporeità, di desiderio di vita. Dostoevskij, come sua prerogativa, non fa concessioni al lettore convenzionale: il monologo dell’allucinato e, contemporaneamente, assai lucido protagonista è un articolarsi incoerente, contraddittorio ma non irrazionale, emotivo ma non passionale, deprimente ma non privo di una sua vitalità. Non sono date certezze: il piano dei sentimenti è continuamente ribaltato, le meschinità possono spesso trovare una giustificazione, bontà e cattiveria non sono dimensioni separate. Insomma, tutta l’ambiguità dell’essere umano prende forma nell’incedere del racconto. Le cose accadono nel divenire dell’agire umano. L’irreparabile si dischiude nella normalità. L’onda del destino – inteso come vuoto d’intenzionalità – sommerge ogni cosa e ognuno. Non c’è né “delitto” né “castigo”, piuttosto vite di uomini, esistenze che a volte bastano a chi le vive e altre volte no. Uno degli elementi di grandezza di Dostoevskij, io credo, sia nell’intento di rappresentare l’inspiegabile, l’inafferrabile, l’altro da sé e il sé che non risponde a logiche sensate. Insomma, un capolavoro!
La Mite, di cui non si conosce il nome, ha sedici anni e va sposa ad un quarantunenne, un ex-ufficiale, dimessosi dall'esercito per una questione d'onore e che per vivere gestisce un banco dei pegni, di sua proprietà. Il racconto è un lungo soliloquio di quest'uomo, che riflette sulla sua vita, attuale e passata, soffermandosi sulle casualità che l' hanno intralciata. Dalle sue ruminazioni apprendiamo che la Mite era rimasta orfana di genitori a tredici anni e che era stata accolta da due zie, una zitella e l'altra vedova con sei figli, che la trattavano come una sguattera. Una volta sposata la sua vita non conosce alcuna gioia; niente feste, niente teatro, un marito silenzioso, mancanza di dialogo. Si potrebbe parlare di incomunicabilità tra i due. Insomma, una vita deprimente per una sedicenne, nel fiore della gioventù. Aveva tentato di fuggire da questa atmosfera soffocante, ma la sua ribellione era stata fermata dal marito e la Mite aveva accettato di essere fedele alla volontà del marito. L'unica via d'uscita da questa vera e propria prigione, sia materiale, morale e affettiva, era il suicidio. E, allora, si getta dalla finestra, stringendo a se un'icona con la Vergine Maria e il bambino. Il suo corpo resta intatto; solo "un pugno di sangue", le esce dalla bocca. Il marito, disperato, guarda il corpo della Mite e mormora: "Domani la porteranno via e come farò quando rimarrò da solo?"
Un piccolo grande capolavoro che ho letto tutto d'un fiato. Molto interessanti le note al termine del racconto.
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