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Tra i migliori libri del 2025 secondo il New Yorker e il New York Times
Dall'autrice Premio Nobel per la Letteratura 2024
Apparso nel 2021, Non dico addio in Francia ha ricevuto il Prix Médicis étranger 2023 e il Prix Émile Guimet 2024
«Una scrittrice superiore.» - Deborah Levy
«Non dico addio è probabilmente il romanzo migliore della scrittrice coreana da quando ha esordito, a metà degli anni Novanta.» - Le Monde
« Il mare stava arretrando.
Anziché sommergere la costa, onde alte come falesie si ritraevano impetuose verso il largo. Un deserto di basalto si estendeva fino all’orizzonte. Coni vulcanici scintillanti di nero affioravano dall’acqua, simili a immensi tumuli. Decine di migliaia di pesci che non erano stati risucchiati dalla marea si dibattevano sul fondale asciutto in un luccichio di squame. Su quella distesa di roccia nera giacevano sparpagliati scheletri bianchi che sembravano di squali o balene, relitti di navi, barre di ferro lucenti, tavole di legno avvolte in vele a brandelli.
Il mare era scomparso alla vista. Non è più un’isola, pensavo contemplando l’orizzonte ».
Un vasto cimitero sul mare. Migliaia di tronchi d’albero, neri e spogli come lapidi, su cui si posa una neve rada. E intanto la marea che sale, minacciando di inghiottire le tombe e spazzare via le ossa. Da anni questo sogno perseguita la protagonista Gyeongha che, dopo una serie di dolorose separazioni, si è rinchiusa in un volontario isolamento.
Sarà il messaggio inatteso di un’amica a strapparla alla sua vita solitaria e alle immagini di quell’incubo: quando Inseon, bloccata in un letto di ospedale, la prega di recarsi sull’isola di Jeju per dare da bere al suo pappagallino che rischia di morire, Gyeong-ha si affretta a prendere il primo aereo per andare a salvarlo. A Jeju, però, la accoglie una terribile tempesta di neve e poi un sentiero nell’oscurità dove si perde, cade e si ferisce. È l’inizio di una discesa agli inferi, nel baratro di uno dei più atroci massacri che la Corea abbia conosciuto: trentamila civili uccisi, e molti altri imprigionati e torturati, tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949. Una ferita mai sanata che continua a tormentare le due amiche, proprio come aveva tormentato la madre di In-seon, vittima diretta di quel crimine. Tre donne, unite dal filo invisibile della memoria, che con determinazione si rifiutano di dimenticare, di dire addio e troncare il legame con chi non c’è più.
Con la sua scrittura al contempo lirica e implacabilmente precisa, fatta di « istanti congelati in volo che brillano come cristalli », Han Kang riesce a raccontare questa pagina buia della storia, non solo coreana, consegnando al lettore un romanzo doloroso, lucido e poetico – dove la frontiera tra sogno e realtà, tra visibile e invisibile sfuma fin quasi a svanire. Un romanzo che lei stessa ha definito « una candela accesa negli abissi dell’anima umana ».
Apparso nel 2021, Non dico addio è l’ottavo romanzo di Han Kang, scrittrice sudcoreana nata nel 1970 e divenuta famosa dopo aver ottenuto nel 2016 il Man Booker International Prize per La vegetariana (Adelphi, 2016). Nel 2024 è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura. Di lei Adelphi ha pubblicato anche Atti umani (2017), Convalescenza (2019) e L’ora di greco (2023).
In copertina: Fotografia di Lee Jeonglok, tratta dalla serie Private Sacred (2008). Courtesy of Pontone Gallery. © Lee Jeonglok
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Molto particolare, proprio come lo era stato *La vegetariana*. Una sorta di viaggio onirico attraverso la storia di due giovani donne, amiche, che ripercorrono, attraverso le parole di Han Kang, alcuni fatti davvero sconvolgenti della storia della Corea. Ci sono momenti in cui mi sono sentita profondamente angosciata e quasi sopraffatta dalle emozioni. Ma credo che, quando un libro riesce a trasmettere sentimenti così forti, meriti di essere letto e anche raccontato. Una lettura intensa, dolorosa e sicuramente non facile da dimenticare.
Ingredienti: una scrittrice coreana in preda agli incubi e all’insonnia, un uccellino di un’amica da salvare come spunto per uscire dal torpore, un progetto di lavoro comune per portare a galla una pagina triste di storia nazionale, un viaggio nella memoria di un crudele e silenzioso massacro di civili. Consigliato: a chi ha bisogno di ricominciare a vivere, a chi non vuole dire mai addio.
Arrivato al terzo lavoro, finalmente ho tra le mani una traduzione diretta dal coreano, senza la mediazione dell’inglese. Effetto Nobel, probabilmente. Il romanzo per molti aspetti è una summa dei due letti in precedenza: della ‘Vegetariana’ conserva la componente onirica e simbolica, capace di orientare le scelte dei protagonisti; di ‘Atti umani’ ha la medesima istanza di denuncia contro i misfatti della Storia, nella forma di stragi compiute dai governi coreani verso il loro stesso popolo nel tentativo di reprimere ogni dissenso politico. La vicenda ruota intorno a tre donne che hanno sperimentato diversi gradi di sofferenza e perdita, con la tentazione di dire addio all’esistenza, per isolamento e lenta consunzione più che con gesti eclatanti. Tutte a loro modo però rifiutano la resa, trovano nuova energia nei legami familiari e amicali, indagano dentro se stesse e cercano documenti e testimonianze nella Storia per affermare il diritto a una Verità da testimoniare e preservare. La seconda sezione del romanzo annulla progressivamente il confine tra reale e immaginario, evidenzia una sorta di doppia natura fantasmatica degli individui, al confine tra vita e morte. Il racconto si intreccia nel tempo e si fa sempre più suggestivo grazie alla qualità stilistica di Han Kang. Non c’è uno scioglimento razionale, il lettore resta con domande inevase, ma comprende il disegno tracciato dall’autrice, il suo tentativo di scandagliare l’animo umano alla flebile luce di una candela tremolante nel buio.
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