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Jean-Jacques Nattiez

Traduttore: F. Magnani
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: XIV-399 p., Brossura
  • EAN: 9788806147013
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"Un'avventura dell'anima tra capolavori", questa era per Anatole France la migliore definizione della critica. L'eleganza di questa formula non si discute; la domanda riguarda il perdurare o meno della sua validità. Quando ad avventurarsi tra i capolavori è una grande anima, le pretese di obiettività si abbassano spontaneamente, e allora la risposta è sì. Eppure, lo sviluppo della critica nel Novecento è un continuo tentativo di allontanarsi da questa antica pratica: si tratti di letteratura o di musica, da sempre a pungolare la critica moderna sul suo travagliato cammino è il bisogno di punti di riferimento, procedure e leggi in grado di conferire un fondamento oggettivo ai giudizi.

In quest'ottica gli anni sessanta e settanta hanno segnato il punto di massimo splendore della disciplina: con lo strutturalismo si poteva finalmente disporre di un metodo scientifico per lo studio delle opere d'arte che garantisse, in un contesto culturale segnato dal materialismo, quel principio d'autorità che le vecchie categorie di tradizione, gusto e fede non potevano più offrire. Così le opere, liberate dai lacci che le legavano alla storia, potevano manifestare la loro essenza e il loro valore assoluto attraverso le strutture che le sostenevano: per dirla con Jean-Jacques Nattiez, Orfeo era riuscito ad avere la meglio su Crono.

Che questa vittoria della musica sul tempo fosse solo un'illusione lo ha dimostrato la storia, che dopo lo strutturalismo ha prodotto il postmodernismo, e lo dimostra ora Il combattimento di Crono e Orfeo. Il bel titolo scelto da Nattiez per la sua ultima fatica lascia intendere infatti che l'umana pretesa di annullare nell'universale il flusso della vita è una lotta senza fine. Sembra di capire che per Nattiez questa esigenza sia la molla che dà origine a ogni processo creativo: è ciò che spinge il compositore a voler creare l'opera eterna, il critico a trovare le ragioni del Bello e certi interpreti a cercare l'estasi col pubblico. Così, nonostante la varietà dei saggi raccolti, il libro si legge come un tutto organico, in cui è proprio la ricerca di verità oggettive a costituire il filo conduttore. Filo che Nattiez cerca con tutti i mezzi di riannodare in reazione al pensiero di oggi dominato da un eccesso di relativismo.

Oltre a riaprire il dibattito sulla complessità del giudizio estetico, il libro riesce anche a fissare dei punti fermi, verità magari parziali, ma dimostrabili. Nattiez, cioè, non si limita a porsi le giuste domande - il che, visti i tempi, sarebbe già meritorio - ma azzarda anche risposte in grado di farci orientare nel caos di valori in cui viviamo. Esemplari le pagine che smascherano le aporie della fede nelle esecuzioni filologiche e quelle che ricostruiscono il pensiero di Hanslick, finalmente restituito in tutta la sua modernità; sorprendenti l'indagine del personaggio Glenn Gould, che si rivela essere meno contraddittorio di quanto si creda, e lo svelamento del significato nascosto nel Canto delle Norne del Crepuscolo degli dei di Wagner; molto convincente, infine, l'analisi di Répons, "la grande opera classica che ci si poteva attendere alla fine del XX secolo", che restituisce a tutto tondo la figura di Boulez.

Ecco in breve il metodo proposto da Nattiez.Il primo presupposto è il recupero delle "verità locali", cioè di quei fatti, testuali o storici, che l'interpretazione non può ignorare. Il secondo è la cosiddetta "tripartizione semiologica",che riconosce in ogni esperienza musicale tre livelli: quello poietico, cioè tutto ciò che riguarda la creazione, dalle intenzioni dell'autore alle condizioni sociali e storiche, quello neutro, cioè tutto quanto sta nella partitura, e quello estesico, che riguarda l'ascolto. La vecchia critica storico-idealistica puntava tutto sul poietico, gli strutturalisti sul neutro e i postmoderni, un po' come i romantici, sull'estesico. Come nel gioco delle tre carte, la verità non sta mai ferma e il buon critico sfrutta tutti i mezzi a sua disposizione (filologia, storia, analisi, psicoacustica ecc.) per far girare le carte il più possibile, badando però a non perdere il controllo di ciò che gli succede tra le mani, per rendere poi conto in sede scientifica del suo operato.

Il risultato è un libro rigoroso e ricco di spunti, un'ottima occasione per farsi un'idea dello stato attuale del dibattito musicale. A trarre il maggior piacere dalla lettura è sicuramente l'intelletto, sedotto dall'eleganza delle dimostrazioni e dalla chiarezza dei ragionamenti. Chi soffre un po' è invece l'anima, che non trova pane per i suoi denti, né molto spazio per i suoi voli, tolte le illuminanti intuizioni sul simbolismo dell'atto creativo in Wagner e sul rapporto strutturalismo-morte in Boulez. Il sospetto è che in musica, oltre ai tre livelli di cui parla Nattiez, ce ne sia un quarto: quello fisico, che risvegliando le polivalenze simboliche racchiuse nel corpo si appella all'immaginazione più che all'intelletto, scompaginando così le carte dei critici; i quali, per quanto muniti di triplice scandaglio, non possono avventurarsi oltre un certo limite, costretti di fronte all'indimostrabile a lasciare l'anima libera di avventurarsi fra i capolavori a modo suo.