Categorie

Nick Hornby

Traduttore: S. Viviani
Editore: Guanda
Edizione: 3
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 292 p. , Brossura
  • EAN: 9788823514294
Usato su Libraccio.it € 6,48


“Datemi retta: non sono una persona cattiva. Sono un medico. Una delle ragioni per cui volevo diventare medico era che la ritenevo una buona cosa – sottolineo, buona, più che emozionante o ben retribuita o affascinante.”

Come si può “diventare buoni” e cosa significa? Sarà opportuno “diventare buoni”, o forse è preferibile non esserlo molto? E se buoni lo si è già? Ancora una volta Hornby colpisce nel segno, con ironia dissacrante, e ci dimostra quanta retorica e quanta insensatezza stia dietro a molte delle nostre radicate convinzioni. Cos’è in fondo la bontà? Ed essendo buoni, è possibile non essere al tempo stesso creduloni, ingenui, persino un po’ stupidi?

Il romanzo esordisce con una telefonata tra marito e moglie (David e Katie Carr), una di quelle telefonate pesanti, insopportabili, tipiche di una coppia in crisi che non trova un linguaggio comune, un dialogo sereno, ma che anzi trasforma ogni piccola incomprensione in un motivo di discussione. Hornby tratteggia un uomo e una donna che si conoscono bene, che hanno due figli (Molly e Tom), che non tollerano più i reciproci difetti, che vogliono separarsi, ma che non riescono a fare il passo decisivo e finale in questa direzione. Lei così buona, così generosa per la sua professione di medico (anche se infedele e spesso distaccata) e lui così egoista, nervoso e infelice… finché nella loro vita arriva D. J. BuoneNuove, un miracoloso guaritore terapista alternativo che in un attimo mette fine al mal di schiena decennale di David e all’inguaribile eczema di Molly. È il primo passo di una trasformazione radicale non solo dell’uomo (così beneficamente colpito dal “fluido” di BuoneNuove da far temere alla moglie un tumore al cervello), ma di tutta la famiglia e questa situazione contingente crea un nuovo interesse da parte di Katie nei confronti del marito che porterà a un riavvicinamento su nuove prospettive. David diventa improvvisamente “buono”… sin troppo. Scopre il tradimento della moglie e lo tollera, anzi, lo perdona, chiede continuamente scusa per comportamenti presenti e passati, lascia il suo lavoro di giornalista “cattivo” e la sua rubrica di invettive tenuta sul giornale locale (intitolata L’Uomo Più Arrabbiato di Hollloway), decide di dedicare tempo e danaro per quella grossa fetta dell’umanità più povera e disgraziata. E, soprattutto, decide di ospitare BuoneNuove, sfrattato e senza luogo in cui andare. Questa figura di guaritore-stregone con piercing rivoluziona tutto il ménage familiare, che sarà ancor più scombussolato dall’arrivo di Scimmia, il “loro” senzatetto da ospitare, da Rimba Brian e da tanti altri personaggi usciti da un mondo in cui l’esistenza non è semplice. I problemi della famiglia di Katie e David prima si rimpiccioliscono, quasi si annullano in un panorama più grande di infelicità, poi lentamente riemergono e l’unico modo per superarli sarà, paradossalmente, liberarsi della bontà in eccesso.

Ancora una volta la vena ironica di Hornby colpisce nel segno e fa riflettere senza nessun atteggiamento didascalico. Un romanzo interessante e divertente, anche se non tutti pensano che si tratti dell’opera migliore dell’autore inglese quarantaquattrenne. “Il suo ritratto della famiglia media alle prese con il bello e il brutto della vita coniugale – ha scritto Giuseppe Culicchia su Tuttolibri de La Stampa – per quanto pieno di umanità, pare tuttavia meno sentito rispetto ai romanzi precedenti, scritto più con la testa che col cuore”. Forse è il prezzo da pagare alla maturità, alla consapevolezza, all’esperienza di vita che fa riflettere più con la testa che con il cuore, organo quest’ultimo caratteristico della gioventù.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

Mi trovo in un parcheggio a Leeds quando dico a mio marito che non voglio più stare con lui. David non è lì con me nel parcheggio. È a casa, a curare i bambini, e io l’ho chiamato soltanto per ricordargli che dovrebbe scrivere due righe per la maestra di Molly. L’altra cosa mi è come… sfuggita. Un errore. Ovvio. Evidentemente, e con mia grande sorpresa, sono il tipo di persona capace di dire al marito che non se la sente più di stare con lui, ma non pensavo davvero di essere capace di dire questa cosa da un cellulare, da un parcheggio. Adesso, è chiaro, la considerazione che avevo di me stessa andrà rivista. Posso definirmi una che non dimentica i nomi, per esempio, perché mi sono ricordata nomi in migliaia di occasioni e li ho dimenticati solo in uno o due casi. Ma per la maggior parte delle persone le conversazioni di fine matrimonio si svolgono una volta sola, se va bene. Se scegli di condurre la tua da un cellulare, da un parcheggio di Leeds, allora non puoi certo pretendere che non sia da te, così come Lee Harvey Oswald non poteva certo pretendere che sparare ai presidenti non fosse da lui. A volte basta un gesto per essere giudicati.

Più tardi, nella camera d’albergo, quando non riesco a prendere sonno – e questa è almeno in parte una consolazione, perché anche se sono diventata la donna che manda all’aria il matrimonio da un parcheggio, dopo ho almeno la decenza di agitarmi e dimenarmi – riprendo la trama della conversazione, con tutti i dettagli che riesco a ricordare, cercando di capire come abbiamo fatto ad arrivare da lì (l’appuntamento di Molly dal dentista) a là (il divorzio imminente) in tre minuti. Dieci, facciamo. Per poi impantanarmi in una meditazione ininterrotta, da tre del mattino, su come abbiamo fatto a finire da lì (l’incontro a un ballo del college nel 1976) a là (il divorzio imminente) in ventiquattro anni.
A onor del vero, la seconda parte di questa mia riflessione dura così a lungo perché ventiquattro anni sono tanti, e ci sono una miriade di pezzi che mi ritornano in mente, piccoli dettagli narrativi, che in realtà non c’entrano poi molto con la storia. Se le mie riflessioni sul nostro matrimonio fossero state trasposte in un film, i critici avrebbero detto che era tutto contorno, che non c’era trama, e che si sarebbe potuto sintetizzare così: due persone s’incontrano, s’innamorano, hanno dei figli, cominciano a litigare, diventano grassi e irritabili (lui), annoiati, disperati e irritabili (lei) e si separano. E non avrei avuto niente da ridire. Non siamo niente di speciale.
La telefonata, però… non riesco più a ricostruirla, non riesco più a riprendere il punto da cui chiacchiera francamente banale e relativamente armoniosa sulle piccole faccende domestiche si è trasformata in questo momento da tregenda, da fine del mondo. Riesco a ricordare com’è iniziata, quasi parola per parola.
Io: “Ehi”.
Lui: “Ciao. Come va?”
Io: “Bene, bene. I bambini tutto a posto?”
Lui: “Sì, Molly è di là che guarda la tele, Tom è da Jamie”.
Io: “Ti ho telefonato solo per ricordarti di scrivere una giustificazione per Molly da portare a scuola domani. Spiega che è stata dal dentista”.
Vedi? Vedi? Penserete. Non si può, non da qui. Ma vi sbagliate, perché a noi è andata così. Sono quasi sicura che il primo passo è stato fatto qui, in questo punto; per come lo ricordo ora, c’è stata una pausa, un silenzio pesante dall’altro capo del filo. E poi io ho detto qualcosa tipo: “Come?”, e lui: “Niente”. E allora ho ripetuto: “Come?”, e lui di nuovo: “Niente”, tranne che si sentiva benissimo che non era confuso né divertito dalla mia domanda, solo stizzito, e ciò significa, lo sapete, che bisogna insistere. Così ho insistito.
“Dai.”
“No.”
“Dai, su.”
“No. Che cosa stavi dicendo?”
“Che cosa stavo dicendo?”
“Che avevi chiamato solo per ricordarmi della giustifica di Molly.”
“E cosa c’è che non va?”
“Sarebbe carino se avessi chiamato per qualche altra ragione. Magari per dire ciao. Per sapere come stanno tuo marito e i tuoi figli.”
“Oh, David.”
“Che significa ‘Oh, David’?”
“Che è la prima cosa che ho chiesto. ‘Come stanno i bambini?’”
“Sì. Va bene. ‘Come stanno i bambini?’ Ma non ‘Come stai?’”
Non t’imbarchi in discussioni come queste quando le cose vanno bene. Non è difficile immaginare che in altre relazioni, messe meglio, una telefonata che cominciasse così non dovrebbe e non potrebbe portare a parlare di divorzio. In relazioni messe meglio una faccenda come quella del dentista la sbrighi in un attimo e passi ad altro – la giornata di lavoro, i programmi per la serata, o addirittura, in un matrimonio che funziona in modo spettacolare, qualcosa che è successo nel mondo -, argomenti tanto comuni quanto trascurabili, ma argomenti che formano la sostanza e forse persino il nutrimento di una relazione comune, trascurabile, amorevole.