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Eugenio Borgna

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2007
Pagine: 225 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104114
La vita di uno psichiatra sul campo, com'è Borgna, è costellata di sofferenza. La stessa professione diventa una lente che coglie e amplifica gli aspetti più dolorosi della vita relazionale. Compito di questo libro è quello di ripensare la psichiatria, le sue strutture, luci, ombre, strade e futuro di questa disciplina, tra le più umane, capace di segnare la vita stessa di chi opera dentro le sue istituzioni. Ma a un tempo è anche quello di guardare la follia con profonda umanità e di riscattarla considerandola la sorella sfortunata della poesia. D'altra parte, le poesie qui riportate, da Emily Dickinson a Sylvia Plath a Gorge Trakl, sono presentate come un lavoro trasformativo della follia, un'espressione poetica della metabolizzazione possibile della sofferenza umana, in ultima analisi un tentativo spesso riuscito di attenuazione della infelicità resa più tollerabile o addirittura fonte di creatività.
Poesie che rendono dicibili le esperienze del dolore mentale: la melanconia palpitante, la solitudine, il silenzio. Ma anche quadri che rappresentano la frantumazione dell'identità, come in Francis Bacon, e l'angoscia più profonda, come in Antonio Ligabue, o la follia delirante e allucinatoria, come in Vincent Van Gogh, o sculture che permettono di ritrovare le tracce di un dolore esistenziale insostenibile, come in Camille Claudel, o composizioni musicali che ci portano dentro la melanconia di Franz Shubert o la sofferenza e la solitudine di Robert Schuman o ci fanno vivere la morte interna di parti infantili del Sé di Gustav Malher.
L'intenzione dell'autore è di dimostrare che "la follia è come uno specchio nel quale si riflettano le immagini delle nostre tristezze e delle nostre angosce, delle nostre inquietudini e delle nostre speranze, delle nostre fragilità e delle nostre illusioni. (…) La follia, forse, come uno specchio nel quale si rifletta il mistero del vivere e del morire: il mistero dell'infinito che è in noi e che oscuramente ci è possibile presagire". È interessante vedere come l'autore attribuisca massima importanza alla memoria emozionale, luogo e deposito di esperienze interiori ed emozioni riferite al passato e riattualizzate nel presente. Colpisce la sensibilità di Borgna per una forma di memoria che ora è definita come implicita, inconscia e non passibile di ricordo, che permette un legame funzionale con l'inconscio precoce non rimosso che condiziona le nostre emozioni, affetti, e cognizioni e lo stesso tempo soggettivo anche da adulti.
Un aspetto particolare del libro di Borgna riguarda l'espressione della malattia mentale nella donna in rapporto a quella dell'uomo. Nell'anoressia femminile, ad esempio, è dominante la nostalgia per il corpo dell'infanzia e il rifiuto di alimentarsi è in funzione di questa nostalgia che sigilla la personalità dell'anoressica in questa regressione che porta a sua volta una glaciazione e desertificazione della sua vita emozionale. L'amenorrea, la perdita dei capelli, l'eclissi di ogni relazione sono i sintomi più evidenti di questo stato affettivo che riporta a un'infanzia idealizzata e sognata. Esistono anche anoressie maschili, ma radicalmente diverse da quelle femminili riguardo all'esperienza interiore del tempo e alla ricerca narcisistica di un corpo che rappresenti anche la propria identità sessuale. Ma resta comunque insondabile per la ricerca fenomenologica il mistero del dolore che sottende questo tipo di malattia relazionale. Sofferenza mentale che la psicoanalisi ha cercato di riconoscere come espressione di un disturbo relazionale primario che coinvolge le figure genitoriali (la madre in particolare, o per alcuni autori lo stesso padre) e che appare dominato da inconscia competitività, invidie e gelosie precoci.
Dall'anoressia alla malattia depressiva che colpisce donne e uomini e da questa al suicidio che in forme diverse è "agito" da persone di genere diverso. Il suicidio femminile appare come un'estrema difesa/cancellazione dell'angoscia e anche del vivere nella sua enigmatica ragione di essere, e l'autore riporta il caso penoso e toccante di un paziente per chiedersi se non esistano modalità maschili di rivivere il tempo della morte volontaria. Pagine mirabili e toccanti sono dedicate al "male" che è in noi: "Il male che è in noi (…) il male che risale dagli abissi della interiorità (…) che ci viene incontro ogni giorno nelle molte situazioni della vita". Come arginarlo? La risposta dell'autore è semplice e forse ingenua, ma può alimentare una segreta speranza in ognuno di noi: il male di vivere può essere arginato da una particolare attenzione all'altro, alle sue emozioni e pensieri, alle sue aspirazioni e dignità, dalla solidarietà umana, dalla capacità di capire e sintonizzarsi con l'altro. Emerge da questo discorso l'importanza della conoscenza, della conoscenza di sé, l'importanza di dimensionare le proprie parti infantili onnipotenti, egoiste e narcisistiche per evitare di ferire gli altri.
Genio, follia e creazione artistica: un'articolazione che lascia perplessi e ammirati al cospetto di artisti uniti da una comune esperienza psicotica ma diversi nella loro espressione artistica. Si è molto scritto su questa misteriosa capacità che alcuni psicotici hanno di scoprire relazioni tra elementi estranei o di creare eventi a forte contenuto emozionale in cui parti psicotiche del Sé sono rappresentate. E si discute se l'opera d'arte sia da attribuire a quel qualcosa di extra-vagantes che caratterizza lo psicotico o piuttosto alla parte sana del Sé che "usa" la parte psicotica per rappresentarla e pertanto trasformarla rendendola oggetto di identificazione per l'altro. Splendida l'analisi delle opere di Antonio Ligabue. I suoi volti dall'espressione pietrificata dal dolore, gli autoritratti dove gli "occhi, queste finestre proustiane dell'anima [sono] immobilizzati e irrigiditi in una spettrale lateralità degli sguardi che non ci guardano e che sfuggono il nostro sguardo". Sono opere in cui il tempo interiore dell'autore sembra arrestarsi, senza passato e senza futuro, e lo sguardo lateralizzato sembra rappresentare la solitudine e l'alienazione dal mondo, la disperazione di un'identità perduta, oltre al sospetto e alla paranoide persecutorietà. Peculiare della pittura di Ligabue la presenza di animali, nei quali sembrano riflettersi le pulsioni aggressive inconsce e psicotiche del pittore, le frustrazioni, i traumi e le alienazioni che ha subito, forse causa della sua stessa psicosi.
La fragilità come leitmotiv percorre questo partecipe e commovente libro di Eugenio Borgna: "Sono fragili, e si rompono così facilmente, non solo quelle che sono le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita; ma sono fragili, e si dissolvono così facilmente, anche le nostre parole: le parole con cui vorremmo aiutare chi sta male, o le parole che desidereremmo dagli altri quando siamo noi a stare male". Tanto più importanti queste riflessioni in quanto si tratta di parole che legano analista e analizzando: al di là dei contenuti, la prosodia e il ritmo della parola diventano centrali all'incontro terapeutico. Possono salvare o perdere una persona sofferente, possono legare o separare, alimentare la fiducia o annullarla, creare amore o odio, costruire e ricostruire storie o decostruire identità, essere consonanti e sintoniche o dissonanti e distoniche, essere nel tempo intimo dell'ascoltatore o fuori del suo tempo emozionale e affettivo. Nel particolare incontro che caratterizza la psicoterapia e la psicoanalisi, il paziente ha bisogno di "parole che nascano dall'ascolto e dal cuore", avendo sempre chiaro in mente che "le parole sono fragili e si svuotano continuamente di senso se non si accompagnano ad atteggiamenti interiori che ne confermino e ne dilatino i significati". Solo così è possibile fondare un'alleanza terapeutica che dia al paziente fiducia e libertà, una specifica libertà positiva che sia etica del rispetto del malato e della conoscenza come via per dare un senso alla esperienza anche del dolore.
  Mauro Mancia