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Donald Sassoon

Traduttore: L. Clausi
Editore: Rizzoli
Collana: Saggi stranieri
Anno edizione: 2010
Pagine: 189 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788817043069
Mi sono chiesto: cosa ha spinto Donald Sassoon, studioso e grande conoscitore dell'Italia con interessi soprattutto teorici e politici, ad affrontare un tema storiografico classico, talmente classico da risultare un poco trito, quale l'affermazione del fascismo in Italia? In omaggio al 150° anniversario? Forse. Per le caratteristiche di questo agile volumetto, non certo allo scopo di fornire altra documentazione a una vicenda ampiamente studiata. Né rientra nelle ambizioni dell'autore fornire una rinnovata interpretazione storiografica di quel nodo essenziale della vita nazionale. Egli naviga lontano dagli scogli della vulgata defeliciana che – come noto – ha enfatizzato oltre ogni limite la natura ideologica e piccolo borghese del movimento fascista e nemmeno si attarda in una polemica che ha ormai raggiunto i suoi scopi. Da questo punto di vista Sassoon viaggia nella scia interpretativa consolidata da decenni di Roberto Vivarelli (curiosamente non cita le lezioni alla Sorbona di Federico Chabod nella pur ricca bibliografia), da cui non si sono discostati più di tanto Denis Mack Smith, Adrian Lyttelton, per non citare che i protagonisti più diretti della succitata polemica antidefeliciana. Egli non ignora nessuno dei fattori più importanti dell'ascesa di Mussolini, dalla vittoria mutilata alla costruzione del movimento fascista, dalla crisi parlamentare ai colpi di mano del futuro dittatore, cui dedica ciascuno un capitolo, ma il cuore della sua impostazione è contenuto nel primo capitolo (significativamente intitolato La congiuntura) e nelle poche righe che concludono il suo lavoro: "Mussolini poteva essere fermato, ma quelli che avrebbero potuto farlo, i liberali, la sinistra, la chiesa, la monarchia non ne furono capaci o non vollero. S'incamminarono così, come con gli occhi bendati, verso un ventennio di dittatura".
Quale congiuntura? Essenzialmente quella in parte subita, in parte dettata dalla classe dirigente liberale, spaventata (soprattutto ex post, come avviene al seguito di un qualsiasi evento traumatico, secondo l'acuta percezione di Chabod) da un biennio rosso inconcludente, ma soprattutto dalla realtà dei partiti di massa, socialista e popolare, estranei alla tradizione liberale, minata alla radice dall'introduzione del sistema elettorale proporzionale. Salvo Gobetti, liberale del tutto estraneo alla classe dirigente postrisorgimentale, Giovanni Amendola e pochissime altre eccezioni, gli esponenti, notabiliari e non, più o meno benestanti, pubblica amministrazione e società civile, riassunti nella maestà del re (come reciterà in senso opposto l'ordine del giorno Grandi, a conclusione del ventennio), assistettero passivamente a quello che era e rimaneva un colpo di stato più favorito che subito. Persino Giolitti, il grande Giolitti, che pure aveva subito la riforma proporzionale, in odio ai suoi effetti e, in particolare, a socialisti e popolari, considerò il fascismo uno strumento transitorio per restaurare non tanto un equilibrio sociale, che non considerava pericolante, quanto un assetto politico, come dimostrano i negoziati condotti per suo conto dal fido prefetto Lusignoli, alla vigilia della marcia su Roma.
A questi fatti, largamente noti, si possono aggiungere le più recenti acquisizioni di Gerardo Padulo, lo studioso che, insieme a Mario Messori, non dimenticato documentalista cui molto deve lo stesso Renzo De felice, meglio di chiunque altro conosce, persona per persona, documento per documento, il fascismo delle origini. Ebbene Padulo, agli elenchi già noti di finanziatori del fascismo, ha acquisito una straordinaria documentazione riguardante la casa editrice Imperia che, nelle intenzioni di Mussolini avrebbe dovuto – accanto alla più nota rivista "Gerarchia" di Margherita Sarfatti – costituire il supporto culturale al ruolo del fascismo nello e con lo stato appena conquistato dal suo interno. Secondo la documentazione e i controlli incrociati effettuati da Padulo (cfr. qui accanto la recensione di Dora Marucco), l'intero consiglio d'amministrazione di Imperia era composto da finanziatori di osservanza massonica, con la sola (possibile?) eccezione del suo presidente, Dino Grandi. Si tratta di un'acquisizione importante sia per la luce che getta sul ruolo della massoneria nell'affermazione del fascismo, che si aggiunge a quanto già documentato dallo stesso studioso sulla composizione del fascismo delle origini, del cosiddetto Sansepolcrismo, sia sull'ulteriore articolazione della tesi di fondo, ribadita da Sassoon e incompatibile con la ricostruzione defeliciana: che l'affermazione fascista cresce e si sviluppa all'interno dello stato liberale con il supporto degli interessi e dei poteri in esso prevalenti, in odio ai partiti di massa invigoriti dalla proporzionale, fino a travolgerne principi e valori.
Ma che senso ha, nell'Italia di oggi, questa rivisitazione non del fascismo quando della sua affermazione? Rinuncio a fare il processo alle intenzioni dei due studiosi qui chiamati in causa. Mi preme piuttosto sottolineare le analogie con l'affermazione di un regime sicuramente diverso, quello berlusconiano tuttora vigente. In altre parole, se l'uno e l'altro sono stati a mio avviso impropriamente accostati e addirittura assimilati per ragioni di polemica contingente, colpiscono invece le analogie riscontrabili nelle loro rispettive affermazioni o, più precisamente, nella natura comune delle forze sociali, politiche e istituzionali che ne hanno favorito l'affermazione. Se l'analisi delle origini e del ruolo del fascismo a questo proposito è ormai consolidata, colpisce come, in un contesto di maggiore libertà comunicativa, il problema dell'ascesa di Berlusconi e del ruolo delle forze che l'hanno fiancheggiata, per riesumare l'espressione coniata da Gaetano Salvemini a proposito del fascismo, sia largamente ignorato anche da coloro che ne denunciano con puntualità e veemenza le gesta (ad esempio, Travaglio e Di Pietro). Per non parlare di altri che soltanto tardivamente hanno impiegato parole e concetti che, in una fase precedente, denunciavano come colpevole "demonizzazione".
Non è questa la sede per prendere di petto un problema che merita ben altro approfondimento. Tuttavia, in estrema sintesi vorrei lanciare la provocazione anche suggeritami dagli scritti, diversi per natura ma non per oggetto, qui presi in considerazione. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la liberazione della magistratura dalle inibizioni dettate dalla guerra fredda nel perseguire reati di corruzione politica, la conseguente crisi dei partiti che avevano governato la Prima Repubblica, le forze economiche e istituzionali che ne costituivano i principali beneficiari o stakeholders, per usare un termine alla moda, si trovano all'improvviso prive di rappresentanza politica. Chiesa, massoneria, Confindustria, corporazioni professionali, i grand commis d'état, o settori cospicui di essi, potevano accontentarsi degli unici partiti rimasti in piedi, la Lega nord e il Pds, composto da ex comunisti e professorini come chi scrive ? Evidentemente no. La ricerca di un vir novus dicendi peritus non presenta poi tante difficoltà. Esattamente come nel 1921-22, secondo quanto suggeriscono le letture dei testi qui discussi, diversi per natura, ma da questo punto di vista convergenti.
Gian Giacomo Migone