Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un'altra finanza - Massimo Amato,Luca Fantacci - copertina

Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un'altra finanza

Massimo Amato,Luca Fantacci

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Editore: Donzelli
Collana: Saggine
Anno edizione: 2012
In commercio dal: 27 giugno 2012
Pagine: VI-193 p., Brossura
  • EAN: 9788860367150
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Massimo Amato,Luca Fantacci

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Gaia la libraia

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La finanza ha un compito vitale: dare respiro e slancio all'economia. Oggi predomina una forma di finanza, quella dei mercati finanziari, che non svolge bene il suo lavoro. Anzi talvolta lavora contro. Occorre pensare e praticare un'altra finanza. A dispetto della crisi economica che essi stessi hanno innescato, i mercati finanziari hanno acquistato un potere sempre crescente. Lungi dall'essere divenuti l'oggetto di riflessione e di riforma, essi continuano a dettare legge. Impongono politiche economiche agli Stati, depongono governi che giudicano inadempienti, abrogano diritti che vedono come intralci, scardinano patti sociali, ridisegnano equilibri e alleanze internazionali. Il tutto senza che nessuno si assuma personalmente e politicamente la responsabilità di tali decisioni. Il dominio dei mercati è politicamente illegittimo, economicamente dannoso, umanamente aberrante. Bisogna venirne fuori. Non si tratta tuttavia di "abolire la finanza", ma di impegnarsi nel progetto di cambiarne radicalmente la forma. Sul piano pratico alcuni germi di cambiamento stanno già emergendo. Assistiamo al ritorno a pratiche finanziarie e bancarie fino a poco tempo fa considerate obsolete, ma che ora mostrano tutta la loro solidità, come le forme di credito cooperativo e di finanza senza interesse. D'altra parte, emergono spontaneamente altre pratiche, come i sistemi di compensazione, locali e internazionali. Quello che invece manca ancora è una prospettiva d'insieme, teorica e politica.
La crisi ha quantomeno risvegliato l'interesse degli economisti per il pensiero di Keynes, sia pure con effetti a volte paradossali. Nella prefazione a una nuova edizione (2007) delle Conseguenze economiche della pace, il bestseller di Keynes sul Trattato di Versailles del 1919, l'ex chairman della Federal Reserve, Paul Volcker (oggi consigliere di Obama), si stupiva dell'attualità dell'analisi di Keynes. Introducendo l'edizione italiana (Feltrinelli) del 1983, Marcello De Cecco notava che il Keynes del 1919 forniva una potente critica ante litteram alle politiche restrittive imposte dall'Fmi ai paesi in via di sviluppo allora colpiti da una formidabile crisi di debito, e in particolare l'America Latina. Crisi causata, in ultima istanza, dalle politiche monetariste di malign neglect statunitensi (rivalutazione del dollaro e impennata dei tassi d'interesse), decise dall'allora capo della Fed. Se solo Volcker avesse letto Keynes negli anni settanta… Nel volume di Amato e Fantacci, i lettori troveranno una proposta di riscoperta di Keynes alquanto convincente, che disseppellisce alcuni fra i tratti davvero rivoluzionari del pensiero dell'economista di Cambridge. Il saggio non ha il respiro storico dell'ampio affresco tracciato in Fine della finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne (Donzelli, 2009), ma proprio per questo riesce ad attirare l'attenzione su alcuni punti centrali, selezionati durante il viaggio compiuto dalla crisi dal Nuovo al Vecchio continente. L'impasse di debito europea non è altro, nell'ottica degli autori, che la seconda fase della crisi dei subprimes, o meglio si tratta di due momenti della stessa "tragedia": "I debiti pubblici di oggi derivano dai debiti privati di ieri", nonostante la diagnosi moralistica attualmente dominante in Europa non distingua tra i paesi strutturalmente in crisi, anche prima dei subprimes, e quelli che hanno condotto i bilanci allo sfascio proprio nel tentativo di salvare banche e istituzioni finanziarie. Amato e Fantacci rintracciano le origini lontane della crisi: quei fattori, cioè, che non apparivano problematici "quando andava bene", ma in realtà "andava già male". In particolare, l'abbandono dell'idea che la finanza debba servire l'economia reale. Perché in fondo, l'epoca dei global imbalances, della liquidità come panacea, della reificazione dei mercati finanziari, cui si attribuiva una razionalità della quale nessuna istituzione pubblica, men che meno il governo, era dotata, quell'epoca, si scopre tardivamente, e l'ideologia che sembrava assicurare la tenuta del sistema economico globale, doveva quasi necessariamente concludersi così. Se il dispotismo dei mercati finanziari appare oggi, finalmente, problematico, è perché, da un lato, assicura anche quello dei creditori sui debitori; e dall'altro, non consente alla finanza di svolgere il ruolo che le compete, come mostra peraltro l'inefficacia delle tante iniezioni di liquidità in Europa (di fatto senza effetti sulla disponibilità delle banche al prestito). Come uscire dalla crisi, come (e perché) "salvare il mercato dal capitalismo"? Perché, spiegano gli autori richiamando il Polanyi della Grande trasformazione, "il capitalismo è un'economia di mercato con un mercato di troppo", quello della moneta e del credito: la liquidità, che dovrebbe agire da fondamentale sostegno della finanza all'economia reale, diviene così il feticcio condannato da Keynes in pressoché tutti i suoi scritti, da quelli etico-politici a quelli più prettamente economici. Non è però un caso che i più richiamati nel saggio siano i piani di Keynes di riforma globale. Certo di dover risolvere quel conflitto ormai storico tra creditori e debitori che il crollo del gold standard prebellico aveva istituzionalizzato, Keynes pose effettivamente la relazione tra creditore e debitore al centro delle sue proposte di riforma internazionale. Ciò su cui insistono Amato e Fantacci oggi non è altro che il (sempre osteggiato come proposta politica, e mai realmente analizzato nella sua essenza costitutiva) principio cardine del nuovo ordine di Keynes, un principio di corresponsabilità che lega creditore e debitore, non soltanto per la risoluzione degli squilibri, ma per la gestione stessa del sistema economico. Gli autori osservano che il sistema della liquidità-feticcio (e neoliberista) ha trasformato tutti, "democraticamente", in rentiers, quelli di cui Keynes profetizzava dapprima l'eutanasia, nella General Theory, per poi elaborare soluzioni concrete, nei piani per Bretton Woods, e dunque regole, istituzionali, multilaterali, che avrebbero scongiurato l'emergenza di simili atteggiamenti da parte dei creditori, mostrando a questi ultimi che assumersi responsabilità, all'interno della relazione che necessariamente li lega ai debitori, avrebbe consentito loro benefici altrimenti impensabili. A patto, semplicemente (un patto sostenuto dall'assoggettamento dei surplus a prelievo infruttifero), di essere disposti a utilizzare i crediti al servizio del commercio internazionale, e dunque di rinunciare a esercitare il potere puramente finanziario che deriva loro dal possesso di simili surplus. Nel saggio, Amato e Fantacci dimostrano i limiti delle soluzioni sinora adottate per la crisi globale (in generale troppo ossequiose della liquidità-feticcio), ma anche le virtù di alcune proposte troppo velocemente bollate come inefficaci o come impossibili da implementare, come quella di solidificare leggermente i mercati dei capitali attraverso una Tobin tax (non solo sulla conversione di valuta, ma) su tutte le transazioni finanziarie. Ma i disastri comportati da un sistema internazionale correttamente descritto come "patogeno" spingono verso la definizione di un piano radicalmente alternativo, ispirato come detto a Keynes (moneta realmente sovranazionale, principio di clearing multilaterale, controllo dei capitali). Di grande interesse è l'analisi della situazione europea: "Siamo vittime unicamente della nostra incapacità di darci credito a vicenda", argomentano gli autori, ricordando come l'Unione economica e monetaria, esattamente come il sistema di "Bretton Woods 2", abbia permesso l'accumulo di squilibri cui oggi si risponde con il "fosco quadro" dell'austerità. La pur lontana Unione Europea dei Pagamenti (istituita nel 1950 per consentire alle esauste nazioni europee di farsi, appunto, credito a vicenda e ricominciare quel ciclo virtuoso che le condurrà al miracolo economico), tuttavia, costituisce un precedente che dimostra come una soluzione keynesiana per i problemi europei sia possibile, e che lo strumento per il cambiamento esiste già, a patto che lo si possa riformare secondo le linee appena ricordate (oneri simmetrici, in altre parole, per creditori e debitori): è il sistema di pagamento (Target 2) utilizzato dalla Bce per gestire i regolamenti internazionali all'interno del sistema europeo delle banche centrali. La riforma esige un "passo politico concreto in direzione di una sanzione istituzionale della solidarietà economica europea". Parole simili a quelle utilizzate da Keynes nel 1919 prima e negli anni quaranta poi, quando si rese conto che era troppo rischioso affidare i problemi dell'aggiustamento internazionale alla sola buona volontà dei creditori. L'immagine di quello che potrebbe apparire (come apparve ai più, e certamente agli americani) come un sistema disciplinare, che salva i debitori ma chiede troppo ai creditori, è letteralmente ribaltata nel momento in cui, come propongono gli autori, si considerino gli effetti dell'applicazione dei principi del piano Keynes alla finanza locale, e dunque dell'introduzione di forme di moneta locale di conto (complementari rispetto a quelle nazionali) che scongiurino, attraverso schemi di clearing multilaterale, e dunque di compensazione di crediti fra imprese locali, il temuto ostacolo posto dalla mancanza di denaro alla creazione e al mantenimento di attività che di credito sono invece certamente degne. Strumento di cooperazione tra debitori e creditori, questo tipo di moneta locale comporta vantaggi per le imprese (minori costi di finanziamento, domanda accresciuta per i loro prodotti, ecc.) come per i lavoratori, che beneficiano del sostegno concesso all'occupazione locale e, indirettamente, della possibilità che si verrebbe a creare di attuare una buona politica dei redditi locali. La moneta locale offrirebbe poi importanti vantaggi sistemici: un sostegno comunitario fondamentale, in particolare, che ribalta la gerarchia tra finanza ed economia reale, produce esternalità positive e contribuisce potenzialmente a migliorare il bilancio pubblico, senza dimenticare la possibilità di interazioni sempre più strette tra gli agenti economico-sociali del territorio e il terzo settore. L'attuale esperimento di finanza locale condotto dagli autori a Nantes merita attenzione. Mario Cedrini
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