Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi

Eva Cantarella

Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 5 ottobre 2017
Pagine: 139 p., Brossura
  • EAN: 9788807492228
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Descrizione

Uno studio sconcertante sullo scontro generazionale tra padri e figli nell'antica Roma che racconta le radici conflittuali della nostra cultura familiare

Dopo il grande studio sul mondo greco di «Non sei più mio padre», Eva Cantarella ritorna sul tema centrale della famiglia e indaga le regole e la quotidianità della vita familiare nel mondo romano, per verificare attraverso le fonti l'ipotesi secondo la quale la famiglia infelice nasca solo con la modernità. Con gli strumenti di studiosa del diritto e della storia antica, ricostruisce i costumi e le abitudini delle famiglie romane, risalendo fino alle origini della civiltà che ha creato i fondamenti della nostra cultura giuridica. A partire dalle leggi dei Sette re di Roma, a metà del V secolo a.C., fino al VI secolo d.C. e alla stesura del «Corpus iuris civilis» di Giustiniano, il potere di vita e di morte dei padri sui figli è assoluto e l'uccisione del padre appartiene con impressionante frequenza alla realtà sociale di ogni famiglia romana. Cantarella ricostruisce la natura ansiogena e conflittuale dei rapporti tra padri e figli nell'antica Roma e, con una ricerca che guarda al passato per parlare del nostro presente, dimostra che le famiglie infelici sono sempre esistite. Da Cicerone a Ovidio, da Seneca a Giustiniano, racconta le norme che regolavano l'abbandono dei figli, la facoltà di venderli come schiavi o addirittura di ucciderli, evocando storie di sconcertante violenza. E svela una storia tanto sconosciuta quanto decisiva per le nostre radici culturali, spingendoci a riflettere sul carattere atavico e profondamente umano dello scontro fra le generazioni.

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    luciano

    25/11/2017 20:46:06

    È un'indagine sul rapporto padri e figli che, come scrive l'autrice, copre un periodo " un periodo di ben tredici secoli: questo è infatti il lasso di tempo intercorso tra la data della mitica fondazione di Roma (753 a.C.) e la compilazione del 'Corpus Iuris Civilis' di Giustiniano" (VI secolo d.C.), grazie al quale i principi del diritto privato romano sono alla base della civiltà giuridica di mezzo mondo. Ed è solo nel 2013, in Italia, che la patria potestà è stata sostituita dalla "responsabilità genitoriale" che vede coinvolti sia la madre che il padre. Nell'antica Roma i padri avevano sui figli diritto di vita e di morte, potevano venderli come schiavi, diseredarli, erano dipendenti da lui economicamente ed erano sottoposti alla sua volontà indipendentemente dalla loro età. Non c'è quindi da stupirsi, anche se ci inorridisce, che a Roma fossero frequenti i parricidi. A loro, se scoperti, toccava l'orribile punizione del " sacco", dove venivano rinchiusi assieme a una vipera, un cane, un gallo gallinaccio, una scimmia e gettati in mare o "nel più vicino corso d'acqua” con il volto coperto, affinché " i tetri occhi non contaminassero la bella vista del cielo, né la terra, né l'acqua, né il sole"… Tutto questo non avveniva solo nei primi secoli della città, ma durò sino all'età imperiale. Alle donne non andava di certo meglio; sia l'adultera che, per alcuni secoli, colei che beveva vino veniva punita con la morte per inedia, ovvero sepolta viva...È sempre piacevole leggere i libri di questa autrice, dalla scrittura scorrevole e dalla ricchezza di informazioni che fornisce al lettore.

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    Nicola Biffi

    28/10/2017 21:44:28

    Volumetto deludente, condizionato nella sua genesi da una 'sentenza' di Paul Veyne, a detta del quale l'idea di ammazzare il padre sarebbe stato per i Romani «una vera e propria nevrosi nazionale». Sennonché, mentre nelle 130 effettive pagine di cui consta il lavoro si insiste giustamente sullo stato di pressoché totale subalternità dei figli all’enorme potere del "pater familias”, fatto che spiegherebbe il ricorso al parricidio per affrancarsene, invano si attende da C. che riferisca qualche caso, documentato dalle fonti latine o greche, di genitori assassinati dai figli per mano propria o per delega a sicari. Pare ovvio che in tutta la storia di Roma ve ne siano stati, e persino molti; tuttavia, quando si sostiene una tesi, per di più radicale, si ha il dovere di portarne a sostegno un buon numero di prove, che non siano i soli rinvii (di quale valenza statistica?) al diritto penale romano. Paradossalmente, invece, non sono rari gli esempi (questi sì testimoniati dalle fonti), riferiti dalla stessa C., di padri che hanno ammazzato i figli (e le figlie) per vari motivi. In ogni caso, le fonti sono utilizzate tutte a senso unico e talora persino fraintese, perché diano spessore al ragionamento di fondo. Non di rado, poi, C. divaga su temi periferici o del tutto scollegati dal titolo e si compiace di autocitazioni che arrivano a comprendere innesti anche alla lettera di brani estrapolati da scritti precedenti; e ciò accade con tanta frequenza da lasciare la sgradevole impressione di un insistito sollecito al lettore perché si doti anche di quelli. Fuor di dubbio C. è una delle figure più autorevoli fra gli antichisti dediti agli studi di diritto greco e romano; per questo stupisce che incorra in inesattezze ed errori strani; tali, p. es., la data del 215 a.C. per la morte del commediografo Plauto, la confusione della cronologia di due sue commedie e una legge del 395 attribuita agli imperatori Valentiniano e Valente, l’uno morto nel 375, l’altro nel 378.

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