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Anno edizione: 2005
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788838920516
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Esce in Italia la più completa raccolta di scritti sulla traduzione letteraria di Yves Bonnefoy. Il libro, scrupolosamente curato da Fabio Scotto, tra i principali studiosi e traduttori del grande poeta francese e poeta egli stesso, come usa dire, in proprio, si offre come uno strumento prezioso di riflessione a diversi livelli. La raccolta comprende alcuni importanti saggi teorici insieme a interviste e prefazioni dell'autore a proprie versioni, soprattutto shakespeariane, e pone in luce lo strettissimo legame, in Bonnefoy, tra poetica, indagine critica e pratica della traduzione.
Occorre dire subito che il focus di questo libro è la traduzione della poesia: su di essa esclusivamente vertono sia la riflessione sia la cinquantennale pratica traduttiva del poeta francese, mentre la distanza rispetto alla traduzione del romanzo si vuole netta. Semmai, con apparente paradosso, Bonnefoy è disposto a cogliere affinità maggiori con la traduzione scientifica poiché tra "scienza e poesia è spesso la stessa battaglia". Questo rinvia all'idea cardine di poesia in Bonnefoy, antimetafisica e mistica nel contempo, pietra di paragone inevitabile per il traduttore, cui è assegnato un compito altissimo e rischioso. Se poesia è infatti nostalgia della presenza, parola chiave in Bonnefoy e "antiplatonico" quasi sinonimo di essere, di una finitude in cui consistano destino e senso dello stare al mondo, questo comporta una fede nella fisicità della parola poetica, nella sua "chiaroveggenza non concettuale" non diversa dagli azzurri di Poussin (cfr. Bonnefoy, L'entroterra , Donzelli, 2004). Poiché presenza è quanto si oppone al concetto e non si lascia catturare dalle reti tese da quest'ultimo, e risiede non solo al di là degli inganni del significante, ma al di là delle stesse lingue.
Tuttavia non è alla Ur-Sprache benjaminiana, la mitica lingua delle origini, che Bonnefoy pensa, respingendola anzi come un'incomprensibile fantasticheria, così che compito del traduttore di poesia non sarà di "rimediare ai disastri di Babele" (George Steiner), ma di convocare quella stessa presenza nel proprio grembo linguistico, per così dire "ricominciandola". L'operazione, come si diceva, è disseminata di rischi e di scelte che possono sembrare - e a volte sono effettivamente - arbitrarie, e richiede la mano di un poeta se si vogliono evitare "ortopedie disastrose". Su questo Bonnefoy è categorico. E se tra i meriti del libro vi è anche il concedere accesso all'officina del traduttore poeta, il lettore potrà verificarne i postulati teorici accompagnando quest'ultimo nella scelta di un metro - ad esempio nella resa del sonetto shakespeariano - che restituisca lo spirito e non la semplice forma del componimento. Oppure, un altro esempio, riflettendo alla necessità/opportunità di un'evidente forzatura del significato nella versione del leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell'Asia .
Non è naturalmente il caso di Leopardi, ma tra le possibilità offerte da Bonnefoy al traduttore di poesia - non tutti saranno d'accordo - vi è anche quella di "migliorare" il testo di partenza. "Perché una traduzione non potrebbe far fiorire lo scritto che sollecita, rimasto talvolta in boccio? Senza tradirla più di quanto un rosaio trapiantato da un suolo a un altro non sia tradito dalle sue rose un po' più belle?".

Marco Vitale