Conflitto crisi incertezza. La teoria economica dominante e le teorie alternative - Giorgio Lunghini - ebook

Conflitto crisi incertezza. La teoria economica dominante e le teorie alternative

Giorgio Lunghini

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«Vuoi dirmi che strada dovrei prendere per uscire di qui?», chiede Alice al gatto acquattato sull'albero. «Dipende molto da dove vuoi andare», è la risposta. Nell'urgenza di trovare una via di uscita dalla drammatica situazione odierna sarebbe poco sensato imboccare di nuovo, e circolarmente, la strada che ci ha condotti al punto in cui siamo. In termini economici significa riconoscere come sia ormai inservibile la teoria che finora ha prevalso, quella neoclassica secondo cui il mercato, lasciato a se stesso, è fattore di equilibrio. Massiccia disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti costituiscono le più eloquenti smentite di tale principio di autoregolazione. Uno dei maggiori economisti italiani riparte dagli «eretici» che, prima e dopo i neoclassici, hanno formulato teorie alternative. Al di qua dei tecnicismi, affidandosi solo alla potenza del linguaggio comune, Giorgio Lunghini recupera attraverso tre parole tuttora emblematiche - conflitto, crisi e incertezza - la riflessione critica di coloro che per primi le hanno poste al centro di un'analisi economica lungimirante e attualissima: Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa. Senza di loro, ammonisce Lunghini, continueremmo a credere che la crisi sia soltanto un perturbamento casuale, e che conoscenza storica e dimensione politica interferiscano come elementi spuri nella purezza delle cifre.
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    vitaliano bacchi

    21/09/2012 14:40:39

    La critica più interessante del libro è la pars destruens avente per oggetto la denuncia del disastro epistemico costituito dall'impiego di modelli matematici in economia. L'autore censura la propensione degli economisti che hanno trasformato l'analisi del sistema economico in paludate quanto ridicole esibizioni di eleganti quanto inutili equazioni nemmeno conferenti alla risoluzione di problemi del condominio. Individuata e ben criticata la vanità di pseudoeconomisti ai quali più preme intercalare nel loro saggio buffe e pletoriche equazioni che non invece spiegare gli effetti e le tendenze dei fenomeni sociali reali, e quindi dato il proprio contributo alla scepsi attuale antiformalista dell'analisi economica ed al rifiuto di una modellizzazione congrua al gioco del monopoli e non ai fenomeni economici reali del sistema sociale, è a questo punto che l'opera presenta il suo aspetto più enigmatico, perchè con premesse di questo tipo era difficile ritenere che l'analisi di un autore come Sraffa potesse essere assolutoria e invece lo è, finanche con esito apologetico. Sraffa è il tipico giurista, come Modigliani, che si occupa di economia affascinato dalla possibilità di operare con uno strumento estraneo al suo corso di studi, la matematica, subendone il fascino ed il prestigio che in varie altre discipline ha un senso, ma non in economia. I dilettanti fanno sempre disastri, come insegna Marx con la sua adleriana "soggezione" a David Ricardo e l'opera di Sraffa ne è esempio. La riduzione a equazione del concetto economico di valore, in manifesta suggestione del forte impianto matematico di Marshall e, soprattutto, il sacrificio di una teoria sociale del salario a vantaggio della infame "legge dello sfruttamento" declinata sul rapporto di funzione fra saggio di profitto e livello dei salari, sono idee e teorie che potevano scaturire solo da una suggestione-mito per l'analisi economica con equazioni, ma che sviano e corrompono la sola analisi, quella sociale

"Vuoi dirmi che strada dovrei prendere per uscire di qui?", chiese Alice al gatto. Il gatto, "che aveva lunghi unghioli e tanti denti", rispose: "Dipende molto da dove vuoi andare". "Non m'importa molto dove" replicò Alice. Al che, il gatto: "Allora non importa quale strada prendi". A differenza dell'innocente Alice, a Giorgio Lunghini importa invece molto scegliere una strada piuttosto che un'altra, per uscire dalla crisi nella quale siamo invischiati da ormai lunghi anni. In questo volume, rivolgendosi a un lettore comune, Lunghini descrive e analizza con superba chiarezza, nel linguaggio ordinario e senza fare ricorso al consueto armamentario di grafici, formule e numeri caratteristico degli economisti, le due principali strade che il pensiero economico propone: quella della teoria oggi dominante, il cosiddetto "mainstream", e quella di alcuni "eretici". Per la teoria dominante, la crisi sarebbe soltanto una deviazione, dovuta a specifici e temporanei "shock esogeni", da un sentiero di magnifico e progressivo sviluppo; e, se la smithiana "mano invisibile" del mercato venisse lasciata libera di operare, senza indebiti interventi della mano visibile cioè dello stato, prima o poi si ritornerebbe a un equilibrio economico in cui i maggiori problemi di oggi ‒ la grande disoccupazione e la profonda diseguaglianza nelle ricchezze e nei redditi ‒ sarebbero automaticamente eliminati. Se si imboccasse la strada più seguita, quella della teoria economica dominante, detta anche teoria "neoclassica", la politica economica ottimale sarebbe perciò quella suggerita dal liberismo: estendere il più possibile la "libera" concorrenza e liberalizzare al massimo i mercati, eliminando ogni laccio e lacciuolo che costringa e reprima l'iniziativa privata dei singoli. Secondo Lunghini, la teoria dominante è non solo teoricamente errata (qui sarebbe troppo lungo spiegare perché: tale spiegazione viene fornita nel libro), ma anche falsificata dalla realtà: non vi è infatti chi non veda come la disoccupazione e la diseguaglianza siano oggi inaccettabilmente diffuse. Esiste tuttavia un'altra strada che una società potrebbe prendere, quella indicata dagli "eretici". Costoro non sono dei cranks, cioè dei personaggi dalle idee bislacche e strampalate, ma rispondono ai nomi di David Ricardo e di Karl Marx, di Maynard Keynes e di Piero Sraffa. Secondo questi economisti, al contrario dei cosiddetti "neoclassici", la crisi, la disoccupazione, la diseguaglianza e i conflitti sociali, lungi dall'essere eccezioni, deviazioni da un percorso fondamentalmente stabile ed equilibrato, sono la regola, la norma del sistema economico che si regge sul mercato. E il mercato, pur essendo un potentissimo "mediatore", non riesce quasi mai a risolvere tali conflitti e diseguaglianze. Di qui la necessità di un intervento regolatore esterno al mercato. Il libro di Lunghini argomenta in modo molto chiaro quali dovrebbero essere le linee di politica economica necessarie ed efficaci per realizzare il governo dell'economia, al fine, appunto, di raggiungere la piena occupazione e una più accettabile distribuzione della ricchezza. Ma allora, si domanda il lettore, soprattutto con riferimento agli economisti a noi temporalmente più vicini, ovvero Keynes e Sraffa, come mai queste teorie alternative, ragionevoli e rigorose, espressioni di una tradizione illustre, sono, come sono, dimenticate e relegate a una posizione del tutto marginale e di estrema minoranza nell'attuale dibattito culturale e politico? Perché chi fa oggi il mestiere dell'economista, se non aderisce al predominante canone neoclassico, è, se non del tutto ignorato, quanto meno guardato con profondo sospetto, come qualcuno che si pone al di fuori della comunità scientifica? Come sono spiegabili, per usare le parole di Lunghini, questo silenzio e questa "damnatio memoriae", a cui si accompagna il prevalere di una teoria della quale si sono dimostrati, e anche matematicamente, gli errori? Sono, queste, tutte domande a cui non è facile dare una risposta. Ma sono domande fondamentali perché individuano, nel presente momento storico, il nesso tra le politiche economiche praticate, che conducono a nefasti risultati (crisi, disoccupazione, ecc.), e la teoria economica che le sostiene. Lunghini dice: "Consegno al lettore la questione gramsciana di come mai la teoria neoclassica sia riuscita a conservare la sua egemonia culturale e politica, in un mondo come non mai agitato dal conflitto, dalla crisi, dall'incertezza". In verità, e per fortuna, Lunghini non lascia il lettore del tutto solo di fronte a tale difficile compito. Infatti, Lunghini accenna a due possibili spiegazioni. La prima consiste nell'indicare il peso dell'ideologia, di una particolare ideologia, nel determinare il predominio di una teoria economica (quella neoclassica) sulle altre (quelle degli eretici): "La scienza 'normale' dominante sopprime, e quindi ignora, i casi di contraddizione e di anomalia al suo interno" (Luigi Pasinetti). La seconda spiegazione avanzata da Lunghini è, a mio giudizio, più sottile. Lunghini mostra un doppio (e connesso) cambiamento intervenuto nella cultura: da un lato i letterati, che una volta leggevano attentamente e meditavano sugli scritti degli economisti, non si occupano più di questioni economiche; dall'altro lato gli economisti, che una volta conoscevano perfettamente i classici greci e latini, oltre alla letteratura contemporanea (e alla matematica, naturalmente), ora si sono ridotti a semplici ragionieri o contabili, a puri e apolitici tecnici. Se questo è vero, per poter cambiare strada e imboccare quella migliore, quella indicata dai classici e dagli eretici, occorrerebbe, allora, riconciliare di nuovo l'economia come techne (come econometria) alla politeia, alla politica, all'arte e alla letteratura. Quando, anche in Italia, si insegneranno arte e letteratura nelle facoltà di economia, e non solo economia dell'arte e dei beni culturali, si potrà, forse, ritrovare la strada alternativa.
Fabio Ranchetti
Note legali