Il Consiglio d'Egitto

Leonardo Sciascia

Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione: 2009
Formato: Tascabile
In commercio dal: 28 ottobre 2009
Pagine: 170 p., Brossura
  • EAN: 9788845924477
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Descrizione
Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, si trova a Palermo nel dicembre 1782 per via di una tempesta che ha fatto naufragare la sua nave sulle coste siciliane. È questo il caso che fa nascere, nella mente dell'abate Velia, maltese e incaricato di mostrare all'ambasciatore le bellezze di Palermo, un disegno audacissimo: far passare il manoscritto arabo di una qualsiasi vita del profeta, conservato nell'isola, per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio d'Egitto, che permetterebbe l'abolizione di tutti i privilegi feudali e potrebbe perciò valere da scintilla per un complotto rivoluzionario. Apparso nel 1963, Il Consiglio d'Egitto è in certo modo l'archetipo, e il più celebrato, dei romanzi-apologhi di Sciascia, dove lo sfondo storico della vicenda si anima fino a diventare una scena allegorica, che in questo caso accenna alla storia tutta della Sicilia.

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    Erica

    18/09/2018 12:28:44

    Siamo nel 1782: l'ambasciatore del Marocco fa naufragio sulle coste della Sicilia. Dal momento che nessuno conosce l'arabo viene chiamato a fare da interprete un monaco maltese, Giovanni Vella, che ha la fama di conoscere questa lingua. Durante il suo soggiorno, all'ambasciatore viene chiesto di esaminare un manoscritto arabo, per capire se contenga notizie sulla storia siciliana, e in particolare sul periodo in cui l'isola era sottoposta al controllo dei Mori. Tuttavia, l'ambasciatore si accorge subito che si tratta di una semplice vita del profeta Maometto. Vella, invece di tradurre la risposta dell'ambasciatore, riferisce che si tratta di un importante testo sulla storia siciliana, noto come Il consiglio di Sicilia. In questo modo, Vella ottiene l'incarico di tradurre il testo e con esso ottiene una casa dove poter lavorare in tranquillità e l'accesso ai salotti della nobiltà di Palermo. Vella si dedica allora allo contraffazione e alla traduzione del codice, ma poi ha un'altra idea: creare un secondo testo, intitolato Il codice d'Egitto, nel quale viene delegittimato il potere dei grandi baroni siciliani, in favore del potere centrale. Si tratta di una vicenda realmente accaduta, scelta da Sciascia per riflettere sul tema dell'impostura. La grande storia scritta nei libri è in realtà falsa, in primis perché si basa su documenti che potrebbero essere stati contraffatti e, in secundis, perché non tiene conto della gente comune, ma solo dei grandi eventi, degli stati, dei re, dei principi. Che si sia d'accordo o meno con questa affermazione, certamente suscita numerosi spunti di riflessione, tanto più se si considera che la vicenda narrata nel romanzo è ispirata ad un fatto realmente accaduto (Sciascia ha cambiato solo la conclusione).

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    Carmelo Butticè

    26/11/2017 09:01:11

    Molto semplicemente: come l'impostura, la bugia, il falso, riescano a farla franca e a sostituirsi ad una lampante verità. E ancora oggi, nella mia odierna Sicilia la falsariga che si segue è la stessa. Una sistematica conversione dell'impostura in verità acclarata. Sciascia aveva orizzonti sconfinati, nonchè una profondissima conoscenza del carattere e dell' indole del siciliano. per i cultori del mio conterraneo, assolutamente da non perdere e da tenere gelosamente nella propria biblioteca.

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    ant

    16/05/2017 13:44:11

    Molto bello, inconsueto direi, rispetto ai romanzi o saggi rivolti all'attualità, cui prevalentemente è legato il ricordo di Sciascia. Anche lo stile è più ricercato - in senso buono - del solito.

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    gianni

    03/08/2014 16:49:51

    La Ragione di un illuminismo che in Sicilia e, sembra voler dire Sciascia, in Italia non è mai arrivata è il sottofondo di questo intelligentissimo romanzo breve. La finzione, il falso, l'invenzione l'hanno vinta, sulla realtà, sull'equità, sul buon senso. Mi sbilancio: Sciascia, forse, è il più grande scrittore italiano del secondo Novecento.

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    Luigi

    17/11/2010 18:44:37

    libro molto bello. non è il capolavoro di Sciascia ma si legge facilmente. la scrittura è abbastanza scorrevole e trama è molto originale e interessante. consigliato

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    Renzo Montagnoli

    08/09/2010 10:53:17

    Il Consiglio d’Egitto è il primo romanzo storico di Leonardo Sciascia, scritto nel 1963, ricorrendo a una tecnica che sarà presente anche nelle opere successive, vale a dire con l’ambientazione in un tempo passato della vicenda, ma con il preciso scopo di criticare il presente. Così, con l’ironia e il sarcasmo che sono propri dell’autore siciliano, si narra dell’episodio dell’abate Vella, che sul finire del XVIII secolo ebbe la bella pensata di buggerare gli intellettuali siciliani e anche parte di quelli europei falsificando la traduzione di un codice arabo e poi costruendone uno completamente nuovo, grande esercizio di impostura svolto unicamente per trarne propri benefici. Ma la storia della Sicilia di quel tempo finisce con il diventare la base di quella attuale, in un quadro di rara e coimvolgente struttura narrativa. Sciascia è semplicemente imperdibile.

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    enrico faldi

    10/06/2010 11:28:50

    Ambientato nella Sicilia del 700, che sembra tanto la nostra Italia d'oggi, tra lotte di bottega di potentini locali, governanti illuminati fatti fuori in nome degli antichi privilegi, Scascia, con maestria incomparabile, racconta l'imbroglio di Don Vella; far passare per autentico codice che tratta di fatti di governo della Sicilia all'alba della conquista Araba, un volume, in arabo, che invece null'altro è che una vita di Maometto. E da qui tutte le paure dei potentini locali timorosi che nel codice qualcosa si dica (e si dice perdinci) sui loro possedimenti, chissà, che magari non spettino loro, che i loro antenati se ne siano impossessati con l'inganno ...

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    carlo

    18/05/2008 13:44:55

    per la lettura di quest'opera devo ringraziare Andrea Camilleri, che in uno dei suoi Montalbano racconta del protagonista nell'atto di rileggerlo ancora una volta "tanto che era bello". potenza della letteratura, mi ci sono messo e ieri, dopo poco meno di un anno e mezzo, finivo leggerlo per la terza volta. prima di tutto, forse non per importanza ma, diciamo, per obiettività, è splendido in quanto romanzo: in quanto opera d'arte che ci si offre nella forma del romanzo in quanto tale (Pirandello stesso, con le sue straordinarie idee, ha scritto romanzi così così; Ken Follet invece ha - tanto per capirci - all'opposto raccontato con raro talento il nulla più totale nei suoi). E non trascuro l'aspetto romanzesco, perchè è un libro che diverte, che avvince, che stupisce perchè l'orizzonte si sposta di continuo come, crescendo, accade o è accaduto a tutti nella vita (l'abate Vella che, dopo l'inganno del Consiglio di Sicilia, s'inventa il Consiglio d'Egitto; e poi l'illuminismo, la rivoluzione e la repressione, la dolente e magnifica parabola umana di un personaggio immenso nella sua discrezione qual è l'avvocato Di Blasi). Poi: più un'opera è complessa, più è profonda e varia, e qui si toccano vette rare: il coro dei personaggi, degno e forse, per finezza di caratterizzazione, persino superiore al Mastro - don Gesuando; la solita amarissima sconfitta della ragione perchè "il verso delle cose è un altro, violento e disperato"; e la pagina, la pagina scritta, con una delicatezza e un'eleganza proprie, a questi livelli, non mi spaventa dirlo, del solo Sciascia. leggetelo, questo romanzo; leggetelo, provateci, investiteci tempo e denaro non con l'atteggiamento di chi si aspetta di ricevere subito ma come chi è pronto a dare, appunto, attenzione e pazienza. dopo, solo dopo, sarete ripagati. Mille volte.

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    Riccardo

    05/06/2001 21:06:11

    Caro, solo ora leggo le tue parole sul "Consiglio d'Egitto". Beh, che dire, sono d'accordo con quello che dici sul libro e sul suo autore. Ma, tant'è, a 'sto punto ti dico perché a me piace tanto (il libro, intendo, ma ora che ci penso anche lui, l'autore). Per farla breve, credo che il Consiglio d'Egitto sia un'allegoria assolutamente profetica (e come può dirsi allegorico ciò che non ha la presunzione di essere innanzi tutto profetico?) della condizione umana, tale intendendo quella dell'uomo nella società occidentale a partire dai greci, ora come allora. E' l'allegoria, almeno credo, sta proprio in ciò, che delle cose umane difficilmente può darsi un'interpretazione univoca ovvero non controvertibile. E ciò è tanto più vero quanto più ci si sposta dagli "enti", dalle cose, al linguaggio con cui noi li indichiamo (o, se vuoi, da una comunissima "vita del profeta" ad un interessante "Consiglio di Sicilia"). Il tema sarebbe certo meglio trattato da un filosofo del linguaggio, ma a me, e credo anche a Sciascia, non occorre sapere altro per sancire definitivamente la rinuncia a qualsiasi possibilità di migliorare le cose (questo, per un illuminista come lui, credo fosse una privazione tra le peggiori). Eh sì perché se siamo d'accordo sul fatto che non c'è giustizia senza verità, allora la rinuncia alla seconda non può che sancire la sconfitta della prima. Mi accorgo di essere oscuro, mi sembra di avere omesso un passaggio fondamentale (ai fini del mio pensiero, s'intende): la scrittura, come e più di ogni altro strumento di comunicazione (oggi li chiamano mass-media) ovvero di rappresentazione, inquina ciò che riproduce o rappresenta per il solo fatto di riprodurlo o rappresentarlo, al punto da fare nascere il dubbio se ciò che ESISTE, ciò che è VERO, ciò che E', è lì prima, o invece il frutto del processo di rappresentazione. Ora non credo di essere più chiaro, e me ne dispiace, e dire che su 'ste cose ci rifletto da anni! Ma continuo, non si sa mai riesca ad essere chiaro. Dove eravamo arrivati? Ah!, sì

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    www.onnivora.net

    16/01/2001 00:51:33

    Sciascia è uno di quegli scrittori la cui lettura ho rimandato nel tempo. In passato avrò avuto anche dei motivi, riguardo alla faccenda; non li ricordo. A Natale, fra le altre utilissime cose, mi è stato regalato il libro di cui si parla, da Riccardo; il dono mi è stato dato alla fine di una mia elucubrazione riguardo al fatto che, forse, il peggiore dei regali che mi si potesse fare era un libro. Credo che Riccardo me lo abbia dato proprio a quel punto, accompagnandolo con un a proposito… Più che leggerlo l’ho bevuto. Scritto nel 1963, da uno Sciascia non ancora quarantenne, è un romanzo storico ambientato a Palermo alla fine del ‘700, mentre la nobiltà cittadina assiste all’avvicendarsi dei viceré con apprensione dissimulata con indifferenza ipocrita. Si narra dell’abate Giuseppe Vella che abilmente falsifica, traducendolo dall’arabo, un libro che parla di tutt’altro, rendendolo un documento dalla valenza politica ed orientata a demolire i privilegi feudali di marchesi e baroni. Avrei voluto scrivere una recensione più articolata, ma preferisco rimandarla a quando lo avrò riletto un altro paio di volte, fra qualche anno. In questa sede mi limiterò a ripetere che è un libro molto interessante ed intrigante, articolato sapientemente attorno alla figura dell’abate e di altri personaggi più o meno principali; la cosa che più mi ha colpito, effettivamente in maniera magari un po’ puerile, è stata ritrovare in movimento, in vita, personaggi che oggi intitolano varie strade più o meno importanti della città; nomi che fino a qualche giorno fa erano solo parti di indirizzi o indicazioni per negozi e parcheggi. Poi ho cercato di documentarmi un po’ di più, e mi sono tornati in mente degli episodi e dei nomi che hanno evocato ricordi e considerazioni contrastanti. Fino a quella volta che, a Piazza Unità d’Italia, poco lontano da dove ora risiede fra gli alberi una statua di Padre Pio con una ragazzetta equivocamente china davanti, in

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