Il consiglio d'Egitto

Leonardo Sciascia

Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 11
Anno edizione: 1989
In commercio dal: 29 maggio 1989
Pagine: 170 p.
  • EAN: 9788845906961
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    Luigi

    17/11/2010 18:44:37

    libro molto bello. non è il capolavoro di Sciascia ma si legge facilmente. la scrittura è abbastanza scorrevole e trama è molto originale e interessante. consigliato

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    carlo

    18/05/2008 13:44:55

    per la lettura di quest'opera devo ringraziare Andrea Camilleri, che in uno dei suoi Montalbano racconta del protagonista nell'atto di rileggerlo ancora una volta "tanto che era bello". potenza della letteratura, mi ci sono messo e ieri, dopo poco meno di un anno e mezzo, finivo leggerlo per la terza volta. prima di tutto, forse non per importanza ma, diciamo, per obiettività, è splendido in quanto romanzo: in quanto opera d'arte che ci si offre nella forma del romanzo in quanto tale (Pirandello stesso, con le sue straordinarie idee, ha scritto romanzi così così; Ken Follet invece ha - tanto per capirci - all'opposto raccontato con raro talento il nulla più totale nei suoi). E non trascuro l'aspetto romanzesco, perchè è un libro che diverte, che avvince, che stupisce perchè l'orizzonte si sposta di continuo come, crescendo, accade o è accaduto a tutti nella vita (l'abate Vella che, dopo l'inganno del Consiglio di Sicilia, s'inventa il Consiglio d'Egitto; e poi l'illuminismo, la rivoluzione e la repressione, la dolente e magnifica parabola umana di un personaggio immenso nella sua discrezione qual è l'avvocato Di Blasi). Poi: più un'opera è complessa, più è profonda e varia, e qui si toccano vette rare: il coro dei personaggi, degno e forse, per finezza di caratterizzazione, persino superiore al Mastro - don Gesuando; la solita amarissima sconfitta della ragione perchè "il verso delle cose è un altro, violento e disperato"; e la pagina, la pagina scritta, con una delicatezza e un'eleganza proprie, a questi livelli, non mi spaventa dirlo, del solo Sciascia. leggetelo, questo romanzo; leggetelo, provateci, investiteci tempo e denaro non con l'atteggiamento di chi si aspetta di ricevere subito ma come chi è pronto a dare, appunto, attenzione e pazienza. dopo, solo dopo, sarete ripagati. Mille volte.

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    Riccardo

    05/06/2001 21:06:11

    Caro, solo ora leggo le tue parole sul "Consiglio d'Egitto". Beh, che dire, sono d'accordo con quello che dici sul libro e sul suo autore. Ma, tant'è, a 'sto punto ti dico perché a me piace tanto (il libro, intendo, ma ora che ci penso anche lui, l'autore). Per farla breve, credo che il Consiglio d'Egitto sia un'allegoria assolutamente profetica (e come può dirsi allegorico ciò che non ha la presunzione di essere innanzi tutto profetico?) della condizione umana, tale intendendo quella dell'uomo nella società occidentale a partire dai greci, ora come allora. E' l'allegoria, almeno credo, sta proprio in ciò, che delle cose umane difficilmente può darsi un'interpretazione univoca ovvero non controvertibile. E ciò è tanto più vero quanto più ci si sposta dagli "enti", dalle cose, al linguaggio con cui noi li indichiamo (o, se vuoi, da una comunissima "vita del profeta" ad un interessante "Consiglio di Sicilia"). Il tema sarebbe certo meglio trattato da un filosofo del linguaggio, ma a me, e credo anche a Sciascia, non occorre sapere altro per sancire definitivamente la rinuncia a qualsiasi possibilità di migliorare le cose (questo, per un illuminista come lui, credo fosse una privazione tra le peggiori). Eh sì perché se siamo d'accordo sul fatto che non c'è giustizia senza verità, allora la rinuncia alla seconda non può che sancire la sconfitta della prima. Mi accorgo di essere oscuro, mi sembra di avere omesso un passaggio fondamentale (ai fini del mio pensiero, s'intende): la scrittura, come e più di ogni altro strumento di comunicazione (oggi li chiamano mass-media) ovvero di rappresentazione, inquina ciò che riproduce o rappresenta per il solo fatto di riprodurlo o rappresentarlo, al punto da fare nascere il dubbio se ciò che ESISTE, ciò che è VERO, ciò che E', è lì prima, o invece il frutto del processo di rappresentazione. Ora non credo di essere più chiaro, e me ne dispiace, e dire che su 'ste cose ci rifletto da anni! Ma continuo, non si sa mai riesca ad essere chiaro. Dove eravamo arrivati? Ah!, sì

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    www.onnivora.net

    16/01/2001 00:51:33

    Sciascia è uno di quegli scrittori la cui lettura ho rimandato nel tempo. In passato avrò avuto anche dei motivi, riguardo alla faccenda; non li ricordo. A Natale, fra le altre utilissime cose, mi è stato regalato il libro di cui si parla, da Riccardo; il dono mi è stato dato alla fine di una mia elucubrazione riguardo al fatto che, forse, il peggiore dei regali che mi si potesse fare era un libro. Credo che Riccardo me lo abbia dato proprio a quel punto, accompagnandolo con un a proposito… Più che leggerlo l’ho bevuto. Scritto nel 1963, da uno Sciascia non ancora quarantenne, è un romanzo storico ambientato a Palermo alla fine del ‘700, mentre la nobiltà cittadina assiste all’avvicendarsi dei viceré con apprensione dissimulata con indifferenza ipocrita. Si narra dell’abate Giuseppe Vella che abilmente falsifica, traducendolo dall’arabo, un libro che parla di tutt’altro, rendendolo un documento dalla valenza politica ed orientata a demolire i privilegi feudali di marchesi e baroni. Avrei voluto scrivere una recensione più articolata, ma preferisco rimandarla a quando lo avrò riletto un altro paio di volte, fra qualche anno. In questa sede mi limiterò a ripetere che è un libro molto interessante ed intrigante, articolato sapientemente attorno alla figura dell’abate e di altri personaggi più o meno principali; la cosa che più mi ha colpito, effettivamente in maniera magari un po’ puerile, è stata ritrovare in movimento, in vita, personaggi che oggi intitolano varie strade più o meno importanti della città; nomi che fino a qualche giorno fa erano solo parti di indirizzi o indicazioni per negozi e parcheggi. Poi ho cercato di documentarmi un po’ di più, e mi sono tornati in mente degli episodi e dei nomi che hanno evocato ricordi e considerazioni contrastanti. Fino a quella volta che, a Piazza Unità d’Italia, poco lontano da dove ora risiede fra gli alberi una statua di Padre Pio con una ragazzetta equivocamente china davanti, in

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Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, si trova a Palermo nel dicembre 1782, per via di una tempesta che ha fatto naufragare la sua nave sulle coste siciliane. è questo il caso che fa nascere, nella mente dell'abate Vella, maltese, e incaricato di mostrare all'ambasciatore le bellezze di Palermo, un disegno audacissimo: far passare il manoscritto arabo di una qualsiasi vita del profeta, conservato nell'isola, per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio d'Egitto, che permetterebbe l'abolizione di tutti i privilegi feudali e potrebbe perciò valere da scintilla per un complotto rivoluzionario. Così «dall'ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall'innata avarizia, dall'oscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo l'occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura». Pubblicato per la prima volta nel 1963, Il Consiglio d'Egitto è in certo modo l'archetipo, e il più celebrato, fra i romanzi-apologhi di Sciascia, dove lo sfondo storico della vicenda si anima fino a diventare una scena allegorica, che in questo caso accenna alla storia tutta della Sicilia.