Contro la comunicazione

Mario Perniola

Editore: Einaudi
Collana: Vele
Anno edizione: 2004
Pagine: VI-118 p., Brossura
  • EAN: 9788806168209
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"Il motivo che mi ha spinto per la prima volta a scrivere un libro contro qualcosa (...) è l'impressione che ci troviamo a un punto di svolta, oltre il quale non c'è ritorno". Urgenza della situazione, dunque, ma non solo. Porsi contro la comunicazione ha per Perniola un preciso valore strategico: laddove essa confonde, generando un'infinità di messaggi contraddittori che rendono inapplicabile il giudizio di valore, lanciare una sfida è essenziale a ristabilire delle distinzioni, a "dislocare gli opposti".

Questo principio dà forma all'intero lavoro, sin dall'indice: la divisione in due parti, uguali per lunghezza e numero di capitoli, mostra l'opposizione fondamentale in cui si gioca la sfida dell'oggi secondo Perniola, da un lato la comunicazione (prima parte), dall'altro l'estetica (seconda parte). La forma scelta per questo saggio-pamphlet, la brevità dei capitoli, il linguaggio talvolta aggressivo, d'effetto, rapido nelle ricostruzioni di percorsi storici e teoretici, fa sì che esso si disponga a una duplice lettura: una "leggera" e simpatetica, che coinvolge per la capacità di dare conto in un'unica chiave di fenomeni altrimenti difficilmente assimilabili, dalla New Age ai black blocks ai balletti delle dichiarazioni e delle smentite dei politici ai tycoons d'arte, ecc. Al tempo stesso una forma così perentoriamente angolata si espone a critiche specialistiche di vario genere, ma soprattutto chiede un giudizio sulla validità dell'impostazione e delle opposizioni messe in gioco, sugli strumenti e gli obiettivi della "lotta".

La prima parte del libro, dedicata alla comunicazione, evitando, con l'illusione essenzialista, di dire in cosa consista l'essenza della comunicazione, ne tratteggia semmai un identikit. Più che verso un'esplicita definizione, Perniola procede per approssimazioni successive, per differenza, accostandole mondi che le assomigliano ma non le sono identici, attributi che le si addicono ma non del tutto, teorie - da Eco a Derrida, a Lacan, a Braudillard - che ne spiegano taluni aspetti ma che in ultima analisi risultano insufficienti a comprenderla interamente. Ne emerge un'idea di comunicazione in parte inedita, elevata a forma di vita e comprendente in sé un universo ampio e complesso (e contraddittorio), in cui confluiscono la totalità dei "discorsi" e dei "comportamenti" di coloro che parlano o agiscono con l'intento di far giungere in modo immediato a un ipotetico pubblico un'idea, un'immagine, un prodotto.

Di qui, dalla sua capacità di scavalcare ogni mediazione, di rivolgersi direttamente al pubblico, la pericolosità della comunicazione. L'immediatezza, infatti, non solo dà l'illusione che la comunicazione sia al servizio della democrazia ma, cosa più grave, è per propria essenza ostile al pensiero, che invece vive di mediazioni, del lavoro "critico" (che la comunicazione tende a snaturare e ad asservire) e della percezione dei contrari (ch'essa cancella nell'equivalenza universale). L'analisi di Perniola, al contrario, illumina della comunicazione il carattere totalitario e contraddittorio a un tempo, proprio perché essa tende a inglobare in sé ogni discorso nella mancanza assoluta di discrezione (e discernimento); psicotico, perché nella continua esposizione finisce per rimuovere il reale e l'ordine simbolico; violento e incapace di vere sfide e vero conflitto, perché incapace di concepire l'altro.

Il polo positivo della partizione fondamentale in cui Perniola divide il libro (e il mondo), l'estetica, è da intendere come "categoria socio-antropologica", e non nel senso ristretto di filosofia dell'arte e della sensibilità. L'Estetico rappresenterebbe - seguendo Bourdieu - un universo completamente alternativo rispetto alla logica dell'interesse inteso come ottimizzazione del profitto (monetario), "il paradigma di un'altra economia, alternativa rispetto all'economia capitalistica, (...) l'economia dei beni simbolici, caratterizzata appunto dal carattere disinteressato dei comportamenti", retta da altre regole, che ricompensano - e dunque rendono "interessante" - il disinteresse. Attorno al concetto di "disinteresse interessato", Perniola costruisce una costellazione di valori (o sistemi di valorizzazione) e di comportamenti da contrapporre alla comunicazione, basati su memoria, immaginazione, moderazione.

Ma qui, seguendo il citato Bourdieu, solleviamo qualche dubbio. L'impressione è che una vera contrapposizione non si possa dare, oggi, come scelta reale di fronte all'individuo. I piani su cui si muovono l'agire comunicativo e quello estetico si incontrano forse ma non si sovrappongono, sono "campi", direbbe il sociologo francese, con diversa genesi e struttura, diversa funzione, e con agenti in parte diversi. In particolare, Bourdieu non dimentica di ribadire - a differenza di Perniola - che i comportamenti estetici, certo non attribuibili solo all'artista, ma anche a chi si occupa della cosa pubblica, o agli scienziati, alle professioni colte ecc., non sono però "a portata" di tutti, benché tendano a promuovere valori universali: "Tali attitudini o tali capacità restano privilegio di alcuni, perché tali potenzialità antropologiche, [che] hanno piena realizzazione (...) in certe condizioni economiche e sociali, [in altre] sono come annullate, atrofizzate". La comunicazione avrebbe in questo senso una capacità "pratica" di universalizzazione molto maggiore dell'estetica e imporrebbe una riflessione politica a riguardo.

Estetica e comunicazione d'altra parte talvolta si incontrano e non si contrappongono, ad esempio nell'oggetto-libro: ma sarebbero necessarie alcune distinzioni che Perniola non affronta, all'interno del campo della comunicazione, che mettano in rilievo le forze contrapposte e le posizioni che pure esistono. Altrimenti quali strumenti avremmo per attribuire a un prodotto "culturale" un valore "estetico" e non "comunicativo", per distinguere un libro (come questo) da "«tutta la zavorra che la comunicazione rovescia nelle librerie, nelle gallerie d'arte, nei giornali"?

A. Castore è dottorando in letterature comparate all'Università di Torino