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Contro il decoro. L'uso politico della pubblica decenza
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Contro il decoro. L'uso politico della pubblica decenza - Tamar Pitch - copertina
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Descrizione

Decoro è termine che viene utilizzato per significare cose diverse. Un comportamento è "decoroso" quando è adeguato al tipo di persona e al contesto in cui si dispiega: una casa è "decorosa" quando è pulita e in ordine. Il sostantivo "decoro" e l'aggettivo "decoroso" non si applicano a tutte le posizioni sociali: i ricchi e i potenti non hanno bisogno di imporsi regole di decoro. Anzi, il loro valore si manifesta nell'ostentazione non solo di beni costosi, ma di uno stile di vita che a sua volta esibisce l'assoluta noncuranza verso i limiti imposti a tutti gli altri. Dove l'"indecenza" è ciò che conviene ai molto ricchi, il decoro è ciò che viene proposto e imposto a un ceto medio impoverito e impaurito e a tutti coloro i cui desideri e passioni non sono facilmente incanalabili verso il consumo di merci. Il decoro giustifica politiche nazionali e locali volte a tenere a bada i giovani, le donne, i migranti, e a indirizzare paure e scontento. Il decoro distingue tra perbene e permale: mediante questa divisione il governo ottiene consenso nel contesto di una situazione in cui il ceto medio vede minate alle radici le sue basi economiche e culturali. Il richiamo al decoro ne è parte integrante.
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Dettagli

2013
10 gennaio 2013
84 p., Brossura
9788858105214

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Voce della critica

Molti e significativi, ancorché non visti dai più, sono stati i cambiamenti che hanno coinvolto il mondo della street-art negli ultimi anni. Non è solo questione di quadri di Banksy che si autodistruggono da Sotheby’s moltiplicando il proprio valore – o meglio, il passaggio al mainstream della corrente artistica per definizione sotterranea non è che il sintomo più evidente di questo cambiamento. Oggi, i segni della street-art, o almeno alcuni di essi, non sono più inintelligibili alla maggior parte della gente, anzi sono graditi: chi, come me, vive in una città turistica, è testimone ogni giorno di come il “pezzo” su uno sportellino del gas è più fotografato della basilica che gli sta accanto. Un fatto, questo, non privo di implicazioni: il proliferare di “street-artist per turisti”, che producono operucce ispirate alle più note icone pop, allo scopo di andare su Instagram e poi vendere i propri originali, o la distinzione tra “street art buona” (quella carina, o appunto riconoscibile, o ancora fatta su “muri legali”) e “street art cattiva” – tutto il resto, e in particolare le tag.

Street-art, quindi, che da spina nel fianco degli amministratori ossessionati da quella forma di autoritarismo a bassa intensità nota come “ideologia del decoro”, rischia di diventare un loro possibile alleato. Qualcuno ricorderà i due casi in cui Blu, oggi il maggiore street artist italiano, ha cancellato personalmente due propri murales: a Kreuzberg, perché la loro presenza era diventata, suo malgrado, una forza della gentrificazione, con l’aumento degli affitti nel quartiere berlinese; e a Bologna, dalla facciata del centro sociale XM24, per protesta contro una squallida mostra di street-art istituzionale organizzata in una città dove da due decenni è in atto una lotta ferocissima contro ogni forma di cultura dal basso.

Ci sono anche, tra i vari contributi, quelli dei due intellettuali che meglio hanno saputo inquadrare il dibattito, mostrando ai più ingenui che iniziative di ripulitura urbana quali “Retake” o “Angeli del bello” sono, oltre che frutto di un frainteso concetto di cittadinanza, ben più vandaliche di qualunque scritta. Si tratta di Tamar Pitch, che per prima, col cruciale saggio Contro il decoro (Laterza) ha messo il vero nemico nel mirino, e Wolf Bukowski, che col recentissimo La buona educazione degli oppressi – Piccola storia del decoro (Alegre) ha saputo declinare l’intera questione sotto una chiave politica, svelandone i reali scopi: spaventare i cittadini, alzare il valore degli immobili, cacciare gli abitanti poveri in favore di quelli benestanti e quelli benestanti in favore dei turisti – in tre parole, toglierti la città… Pensaci, la prossima volta che stai per non fare una tag.

Recensione di Vanni Santoni

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