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Andrea Camilleri

Collana: La memoria
Edizione: 8
Anno edizione: 1998
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788838914720


"Racconta una leggenda che due siciliani, accusati in un paese straniero di non si sa quale reato, fossero stati messi in celle separate perché fra loro non comunicassero prima dell'interrogatorio. Portati l'indomani davanti al re straniero, si erano rapidamente scambiata una taliàta. - Maestà! - aveva allora gridato una guardia, siciliano anch'esso - oramai è tutto inutile. Parlarono!"

Improvvisamente tutti sappiamo tutto su Camilleri, abbiamo letto tutte, o quasi tutte, le sue opere (non per nulla i suoi titoli, anche quelli in catalogo da tempo, sono costantemente ai vertici della classifica) e non ci sfugge più l'ultimo lavoro pubblicato. Sappiamo molto sulla sua vita pubblica ma anche privata: fuma tantissimo, ha trovato la sua originale forma di linguaggio scritto, zeppa di termini dialettali, grazie alla narrazione orale fatta a suo padre e alla ricerca di un modo a lui totalmente familiare di esprimersi, ama molto stirare... Questa improvvisa e grande popolarità è un fenomeno quasi unico nel panorama editoriale italiano. Eppure Andrea Camilleri non è "autore dell'ultima ora" e prova ne è il romanzo stesso che stiamo presentando. Il corso delle cose (il primo scritto da Camilleri nell'ormai lontano 1967-68) è stato pubblicato per la prima volta nel 1978 dalla casa editrice Lalli di Poggibonsi (dopo il rifiuto di Mondadori, Marsilio, Bompiani, Garzanti, Feltrinelli ed Editori Riuniti...). Quante copie avrà venduto all'epoca? Quasi nessuna: non era neppure ben distribuito. Perché Camilleri non ebbe vent'anni fa il successo che ha sperimentato negli ultimi due? Cosa ha fatto scattare la molla della popolarità, della fama? È probabilmente uno di quei casi in cui il tam-tam tra i lettori si è rivelato più efficace di qualsiasi altra cosa. Non che precedentemente le avventure del commissario Montalbano (personaggio centrale di alcuni suoi romanzi gialli) non fossero seguite, ma certamente l'incremento dei lettori affezionati è stato esponenziale. Eppure Ruggero Jacobi, a proposito de Il corso delle cose già nel 1979 scriveva "Camilleri sa intrecciare le fila di un mistero con rara abilità, conducendo il lettore sulle vie pericolose e stregate dell'ipotesi mentale, della domanda continua. Ma reso omaggio a questa abilità, che la pratica drammaturgica può avere favorito, bisogna sottolineare la densità dell'atmosfera siciliana evocata e, più ancora, le sottili qualità della scrittura." Evidentemente a ogni narratore corrisponde un'epoca storico-sociale precisa. Gli anni Settanta non erano ancora gli anni di Camilleri. Gli anni Novanta lo sono diventati.

Non esiste una netta divisione tra i romanzi del filone "giallo" della sua produzione e quelli "storici", che descrivono la società siciliana tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e il primo Novecento. Entrambi forniscono un affresco della mentalità, della cultura popolare e delle usanze radicate della Sicilia più tradizionale. Questo romanzo, che potrebbe essere definito comunque un "giallo", non fa eccezione. Trae il titolo da una frase di Senso e non senso di Merleau-Ponty: ...il corso delle cose è sinuoso... e molto infatti lo è in questa storia. Il corso delle cose vede qui svolgersi un'indagine di omicidio in un piccolo paese siciliano. Un contadino denuncia il ritrovamento di un cadavere con tre giorni di ritardo rispetto alla morte (seguendo precise indicazioni scritte su un biglietto appuntato sulla camicia del defunto). Al maresciallo Corbo spettano le indagini. Si tratta di un omicidio di mafia? "Vogliamo scherzare? Il nostro è sempre stato un paese babbo, un paese stupido" e in un paese stupido si occupa di mafia solo chi viene da fuori, da altri luoghi dell'isola. Ma perché, allora, quella stessa notte hanno sparato a Vito, un uomo del paese, davanti a casa, tentando di ucciderlo? Tra frasi non dette, riferimenti accennati, mezze parole e tante insinuazioni e conclusioni sbagliate, basterà uno sguardo finale per capire il vero "corso delle cose".

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

- Che tramonto bello! - fece il maresciallo Corbo scostando per un attimo il fazzoletto che teneva premuto sul naso. - Ce ne sono, dalle parti tue, tramonti così?
Il carabiniere Tognin avrebbe voluto rispondere di sì a parole, dire che dalle parti sue forse ce n'erano di meglio, ma era di Venezia, a certi spettacoli non era ancora abituato e sentiva di tanto in tanto uno strizzone di vomito che gli contraeva lo stomaco. Fece solo un cenno affermativo con la testa.
Effettivamente il tramonto era da godersi. Lontano, a ponente, verso il mare distante qualche chilometro, la sagoma frastagliata di Capo Rossello spiccava controluce, scura, sullo specchio calmo, arrossato, mentre da levante carriche nuvole d'acqua arrancavano verso il paese appena visibile ai piedi della collina sulla quale loro si trovavano. Un contrasto netto, tagliato sol coltello, che aumentava il disagio di Tognin abituato a un paesaggio più morbido e pacifico.
L'omaggio alla poesia era costato a Corbo una smorfia di schifìo per la densa zaffata che gli si era subito attaccata alle narici: a settembre, in Sicilia, il sole batte ancora forte.
Il terzo uomo, un contadino, non aveva isato gli occhi che teneva puntati a terra, si era arrotolata una sigaretta - cicche e trinciato forte - e ora stava a fumare appoggiato a un albero. Il maresciallo aveva gana di pensare al tramonto, ma lui no: salta il tronzo e va in culo all'ortolano, diceva il proverbio. Il tronzo era saltato e lui ora se lo poteva tenere in quel posto. Vicinissimo ai suoi piedi, con le gambe dentro un sacco legato alla vita, le mani serrate dietro la schiena da una sottile cordicella, l'ammazzato impestava l'aria mezzo ammucciato da una macchia di saggina. Un paio di scarpe consunte - le sue - gli erano state in bell'ordine assistimate sul petto. Due ore avanti il contadino, sottosopra - un po' troppo, a parere di Corbo che in queste cose ci vedeva quasi sempre giusto - si era precipitato in caserma a contare che, passando per un viottolo al limite del suo campo, aveva trovato un morto. Ora stavano lì, ad aspettare il pretore che se la pigliava sempre comoda.
"Speriamo che arrivi prima che venga giù il diluvio" pensò Corbo, tenendo il respiro e asciugandosi con il fazzoletto il sudore sul collo. Tutto quello che per il momento c'era da dire, con il contadino, era già stato detto: adesso bisognava insistere, armandosi di santa pacienza, ripetere sempre le stesse domande perché si inchiovassero su quella testa dura di legno.
- Io vorrei solo sapere - attaccò ancora una volta Corbo per fare onore alla firma - quanto tempo te la sei stata a pensare.
- Appeno l'ho visto, sono corso - disse il contadino.
- Gli hanno sparato come minimo tre giorni fa - continuò Corbo - o ti è caduto il naso?
- E io da tre giorni non passavo.
Ci fu un silenzio. Poi il contadino riprese a parlare, senza voltarsi a nessuno in particolare.
- Se lo sa lui dove l'hanno ammazzato. E me l'hanno portato qua, questo bel regalo.
- L'avranno messo nel sacco per poterlo trasportare meglio - intervenne Tognin. E non potendo tenere oltre la curiosità: - ma perché quelle scarpe?
Il maresciallo Corbo non rispose. Il contadino invece volle essere gentile con il forestiero, macari se carabiniere.
- Questo voleva scappare - disse.
E per quanto ci fosse stato attento, non riuscì a tenere a controllo un involontario disprezzo nella voce.

Aveva appena scampato. Un'acqua settembrina, furiosa e rapida, che non aveva fatto in tempo a spremere il calore dalle case, anzi l'aveva reso più pesante e visibile nel vapore che usciva dai muri. Uscito dal cinema, Vito sentì che il mal di testa gli cominciava a passare.
Aveva sofferto assà, subito entrato, dentro lo squallido forno dove gli odori degli spettatori si raggrumavano, ma il film, per quanto scipìto gli fosse parso fin dalle prime immagini, aveva finito per alloppiarlo, e lui l'aveva sopportato con rassegnazione.
- Buonanotte, Vito.
Il saluto del dottor Scimeni, che aveva sottobraccio Carmela, la figlia ventenne, lo prese di sorpresa, e tardò a rispondere, scusandosi. Poi si avviò appresso ai due, incerto però se dirigersi verso casa o fare un salto da Masino, al caffè. All'angolo si fermò, ancora indeciso, e infilò la mano in sacchetta per cercarvi il pacchetto di sigarette. Non lo trovò. Doveva averlo scordato al cinema, ora ricordava che c'era stato un momento che aveva appoggiato il pacchetto sul posto allato al suo, vacante. Era inutile tornare indietro a cercarlo. A quest'ora, sicuramente c'era chi si stava a godere la grazia di Dio. Taliò l'orologio, la mezzanotte era da poco passata.
Non era molto tardi, considerata la stagione, ma per le strade, un deserto. Qualche segno di vita invece si indovinava sui balconi, dove c'era chi ancora se la pensava per trovare il coraggio necessario a baschiare tutta la notte dentro una càmmara.
Sboccò sul corso, sorpassando il dottor Scimeni e la figlia che si muoveva un poco di lato come un gambero, la gamba destra fatta storta dalla poliomielite, e si diresse verso l'insegna del caffè di Masino, ancora accesa.
-Senti, Vito.
Tornò sui suoi passi, il dottore aveva lasciato indietro Carmela e camminava verso di lui.
-Vorrei parlarti, domani, quando ti fa comodo.
-Quando fa comodo a lei.
Non si domandò di cosa il medico volesse parlargli, macari se la richiesta l'aveva tanticchia stupito. Non c'era mai stata confidenza fra di loro, le scarse volte che aveva avuto bisogno del dottore il discorso si era limitato alle strette necessarie parole. Inoltre la disgrazia capitata alla figlia aveva fatto più orso Scimeni, che era restato vedovo e non aveva voluto più rimaritarsi.
-Allora diciamo alle sei da me. -Senz'altro. Buonanotte. Il medico rimase fermo a taliàre Carmela che gli si avvicinava sostenendosi con una mano al muro.

Recensioni dei clienti

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    cristina

    23/08/2015 12.42.33

    Ho voluto leggerlo perchè è il primo romanzo di Camilleri (e a fine libro è stato sorprendente scoprire che lunga trafila ha fatto questo testo per essere pubblicato), ma non mi è piaciuto. La vicenda è ingarbugliata, senza una vera trama e con un intreccio non ben calibrato. Credo addirittura di non aver capito bene nemmeno la risoluzione del "giallo" di questa storia. Bella e suggestiva solo la citazione da cui è tratto il titolo.

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    riccardo galentino

    15/09/2013 21.09.38

    complimenti questo libro è meglio del commissario montalbano.

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    Tiziana

    07/09/2013 17.45.15

    Sì, d'accordo, sarà pure il primo romanzo scritto da Camilleri nel 1968, ma tra questo e i successivi c'è un tale abisso che non sembra nemmeno la stessa penna. Nessuna traccia di sagacia, ironia, levità, fluidità; questa storia è ingarbugliata, lenta, sconclusionata, affatto divertente o tantomeno profonda. Meno male che il Maestro ha trovato la sua vera vena creativa e fluente e ha saputo così donarci tanti piccoli scrigni di puro piacere mentale (e non mi riferisco solo ai Montalbano, perché sto leggendo l'intera produzione).

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    Patty

    03/09/2007 23.16.07

    Ho iniziato a leggere Camilleri con questo libro. Forse meno conosciuto tra tutti quelli pubblicati, questo testo e' stata una piacevole scoperta. E mi ha fatto innamorare della scrittura di Camilleri!!In alcuni tratti davvero esailarante!!

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    alessandro

    04/04/2007 23.16.35

    Libro che consiglio vivamente a tutti coloro che amano la scrittura di Camilleri. Meno conosciuto rispetto ai testi dedicati al commissario Montalbano sara' forse proprio per questo una piacevole scoperta per tutti coloro che decidessero di leggerlo.

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    roberto angri'

    29/08/2006 20.50.37

    avvicinatomi solo adesso ai romanzi di Camilleri, ritengo il suo stile caldo e reale. chi ne trae maggior vantaggio e' sicuramente il lettore siciliano o chi ha coscienza dei meccanismi che regolano la societa' della Trinacria. Un interessante giallo dove le personalita' dei personaggi, anche se chiaramente tutte della medesima matrice, vengono fuori pian piano, dando colore e gusto al racconto stesso. Omerta', gerarchia, passaparola e rispetto sono le parole chiave del Corso delle cose.

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    Bruno - da Parigi

    28/10/2005 11.30.54

    E' un romanzo un po' alla Simenon, ma molto meglio. La storia di un uno qualunque, disinserito dal contesto sociale. Il che in Sicilia (ma anche altrove) è un errore che impedisce di capire appunto il corso delle cose. Un romanzo che fa riflettere sul proprio comportamento sociale. Molto buono. E' il primo romanzo di Camilleri e gli ci sono voluti dieci anni e innumerevoli contatti con editori (praticamente tutti negativi) per ottenerne la pubblicazione.

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    Maunakea

    24/07/2005 15.34.15

    E' sempre interessante riscoprire i primi Camilleri, quelli meno noti e famosi, anzi, questo e'addirittura il primo romanzo da lui scritto, datato 1968, come si vede la pubblicazione di Sellerio e' del 1998, nel mentre c'e' stata una pubblicazione di un certo editore Lalli, del 1978, in contemporanea con la riduzione televisiva (mai vista ma che mi piacerebbe recuperare) dal titolo La mano Sugli Occhi. Venendo al romanzo in se', la lingua camilleriana non e' ancora totalmente compiuta, l'intreccio e' comunque molto avvicente, forse il finale meritava qualche dettaglio in piu'. Bellissima la descrizione della festa di San Calogero.

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    Marco Metelli

    13/12/2000 13.21.17

    Molto coinvolgente

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