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Antonia Susan Byatt

Traduttore: A. Nadotti, F. Galuzzi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 203 p. , Brossura
  • EAN: 9788806186074
Byatt torna sul mercato italiano con un volume di racconti per certi aspetti diverso da quelli pubblicati in passato. In realtà, anche questa raccolta mostra molti dei tratti familiari della scrittura breve della narratrice. C'è il leitmotiv degli elementi, della materia e della sua metamorfosi (come già in Zucchero, ghiaccio e vetro filato). Ci sono, fra i personaggi, le donne "di una certa età" (come la Gillian Perholt nel Genio nell'occhio d'usignolo). Ci sono, inutile dirlo, trame che sconfinano nel fantastico e trame che si modellano sulle convenzioni delle fiabe per reinventarle. Ritorna poi la maniera di raccontare per frasi avvolgenti e coinvolgenti a cui l'autrice ha da tempo abituato i suoi lettori più assidui.
Ma, come si diceva, ci sono anche le differenze. Perché questa raccolta snella fatta di cinque racconti sobri ed essenziali è giocata, con sottili variazioni, sulle tonalità perturbanti del fantastico, del raccapricciante e della metamorfosi inspiegabile. Il titolo dell'originale inglese è Little Black Book of Stories, il "piccolo libro nero delle storie", da cui si profila sia il desiderio di creare una scrittura asciutta che la volontà di addentrarsi nelle sfumature di un colore che è assenza di luce. E questo emerge sin dal racconto d'apertura che, nella versione italiana come sempre magistralmente tradotta da Anna Nadotti e Fausto Galuzzi, dà il titolo alla raccolta, e nel quale si abbozza una serie di gradazioni del "nero" che vanno dalla sensazione di insicurezza, alla paura fatta sia di terrore che di orrore (e che però è anche attrazione inesorabile per l'ignoto), alla revisione di alcuni tratti del sublime della tradizione gotica otto e novecentesca. Il tutto, situato al confine tra realtà e immaginario, come è proprio della tradizione del realismo magico che nella letteratura inglese contemporanea conta numerosi adepti. Le cinque storie elaborano questa tavolozza intrisa di atmosfere al limite fra normalità e fantastico, realtà e desiderio, vita e morte e così via.
In ogni racconto, dapprima Byatt si muove con cautela, costruendo i personaggi e le situazioni con circospezione. Le figure, in particolare, sembrano essere osservate dal di fuori, studiate a distanza con l'attenzione che un entomologo curioso (viene quasi da dire, pensando ad Angeli e insetti) avrebbe per un gruppo di creature di cui vuole scoprire le regole di interazione. A questa fase di osservazione segue poi un affondo deciso nelle personalità, nelle azioni e nei rapporti che collegano i personaggi secondo i modi di quella narrazione avvolgente di cui si diceva sopra.
Nella Cosa nella foresta, sullo sfondo di una Londra devastata dalla seconda guerra mondiale, due bambine sfollate in un'enorme dimora di campagna si addentrano in un bosco dove scorgono, atterrite, una cosa mostruosa. Figura innominata dell'immaginario, creatura impossibile del tutto reale, questa cosa segna inesorabilmente l'esistenza delle due bambine che, da adulte, torneranno a visitare la casa e il bosco e a confrontarsi con la terrificante esperienza. In Body Art, negli scantinati di un ospedale si annida una collezione di mirabilia anatomiche, specie di Wunderkammer ai confini fra l'umano e il mostruoso, in cui si aggira la tormentata protagonista nel tentativo di creare un'opera d'arte e, allo stesso tempo, di portare a termine una gravidanza vissuta in modo conflittuale. Nel racconto successivo, Una donna di pietra, Byatt racconta di un corpo femminile che perde gradatamente la sensazione del tatto, passando così dal possibile significato simbolico e metaforico del titolo a una sua interpretazione letterale. Il fantastico prende il sopravvento sul reale, sostituendolo, e la protagonista si tramuta in una creatura fatta di pietra grezza intarsiata di pietre preziose, imbrigliata dunque in una gabbia ruvida e pesante da cui si libererà solo perdendosi nei paesaggi rocciosi del cuore dell'Islanda. Materiale grezzo è invece uno di quei racconti in cui l'autrice riflette sulla scrittura, un racconto sull'arte di scrivere i racconti, che inizia senza troppo scompiglio quando la migliore allieva di un frustrato insegnante di scrittura creativa si rivela essere, con grande sorpresa di tutti, un'anziana signora dalle impressionanti capacità evocative. Ma anche in questa rivisitazione del racconto sul racconto, tema non nuovo per l'autrice, si ha un twist finale di gusto macabro e tutto sommato ironico che getta una luce insolita sull'intera narrazione e sulle sue conclusioni sull'arte e la creatività. Il nastro rosa chiude la raccolta con una ripresa dei temi della vecchiaia, della malattia e della memoria (con richiami al periodo della seconda guerra mondiale, che faceva da sfondo anche al racconto d'apertura) e su cui si innesta il tema del doppio, dello spettro, del revenant.
Nell'insieme, i cinque racconti confermano ancora una volta l'interesse di Byatt per le forme narrative brevi, la cui rilevanza ha più volte difeso in svariate recensioni e saggi apparsi sulla stampa inglese in anni recenti. Questi cinque affondi nel nero confermano la presenza forte, sul campo letterario internazionale odierno, di una narratrice sempre alla ricerca di ulteriori possibili affinamenti del dire. Posti fra la quotidianità del reale e l'improbabile che si fa realtà, i racconti costruiscono una raccolta vivace, densa di suggestioni perturbanti e di frisson, ma anche di momenti gustosi di osservazione acuta specialmente quando la narratrice rivolge il suo sguardo benevolo e nello stesso tempo distaccato sui personaggi. Nella Cosa nella foresta, con la sua ormai nota sicurezza narrativa, Byatt ci trasporta sin dentro le verità sgradevoli o le esperienze non comunicabili, quelle più difficili da raccontare e meno facili da leggere, del lato nero dell'esperienza.
  Diego Saglia

Recensioni dei clienti

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    clara lunardelli

    23/06/2007 18.19.09

    Non avevo mai letto Angela Byatt. Il libro è bellissimo, in particolare il secondo e terzo racconto, dove il mondo dell'arte è parte della vita dei protagonisti, ne determina i destini. "La donna di pietra" è una storia struggente e inspiegabile razionalmente, ma proprio per questo con affascinante maestria ci conduce da un regno all'altro (dall'umano al minerale) con incanto e sentimenti altissimi. Lo dedicherei ad ogni donna che sappia affrontare il mistero della propria esistenza. Anche negli altri racconti gli esseri umani restano come nudi, avvolti nel mistero delle loro ragioni più profonde e colti in momenti di vita che riassumono tutta la musica che li ha composti.

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