Le cose che portiamo

Tim O'Brien

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Traduttore: Carlo Prosperi
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 29 maggio 2018
Pagine: 267 p., Rilegato
  • EAN: 9788851161651
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Finalista al Premio Pulitzer e al National Book Award e vincitore del Prix du Meilleur Livre Étranger: un classico assoluto della letteratura americana.

«Il più grande scrittore della sua generazione.» - San Francisco Examiner

«Una fiction letteraria potente ed evocativa, nel segno della più assoluta precisione stilistica.» - The Washington Post

«Questo libro procura ustioni di terzo grado.» - The Boston Globe

«La memoria come profezia. Le cose che portiamo racconta non dove siamo stati, ma dove siamo e dove saremo domani.» - Los Angeles Times

«Una narrazione di formidabile spessore letterario e umano. Cruciale.» - The New York Times

La Guerra evocata in tutta la sua insostenibile concretezza, in tutto il suo peso, il suo orrore e la sua assurdità. Le cose che portiamo è questo e molto di più. Attraverso le vicende di un immaginario plotone di soldati impegnato a combattere nella giungla vietnamita, Tim O’Brien consegna al lettore un’ispirata, appassionante riflessione in forma narrativa sui temi della memoria, della verità e del potere del narrare. Un atto d’accusa contro tutte le guerre, limpido e umanissimo; un libro monumento, capace di incidersi a fondo nella tormentata coscienza americana e in quella del lettore. E di riaffermare il ruolo irrinunciabile della letteratura come strumento di comprensione profonda di noi stessi e della realtà.
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    Luca Bavassano

    14/08/2020 14:29:14

    Un'automobile continua a girare in tondo, intorno ad un laghetto, in un eterno pomeriggio estivo, fino a sera. Un reduce del Vietnam alla guida. Racconta a se stesso una storia che nessuno vorrà ascoltare, che nessuno potrà comprendere. E nell'insensatezza del quel girare in tondo vi è tutta la mancanza di senso della guerra, della vita. L'impossibilità del ritorno, perlomeno del ritorno quale l'avevamo immaginato, il ritorno degli eroi. "Le cose che portiamo" sono i chili dell'equipaggiamento militare, minuziosamente enumerati, è il peso dei ricordi, delle atrocità, di ciò che abbiamo scoperto di noi stessi, che avremmo preferito ignorare. Com'è essere morti, domanda il narratore, tornato bambino. "È come essere dentro un libro che nessuno sta leggendo... Un libro vecchio. Sta su uno scaffale della biblioteca, perciò sei al sicuro e tutto quanto, ma il libro non viene aperto da tanto tempo. Non puoi fare altro che aspettare. Solo aspettare che qualcuno lo prenda e cominci a leggere". Per questo leggiamo. Per questo le storie, le storie ben scritte, come queste, molto più che ben scritte, le storie ben narrate, sono importanti.

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    n.d.

    21/01/2019 07:56:23

    Un buon libro, che ci riporta indietro alla guerra del Vietnam, vista dagli occhi di chi partiva , scritto bene, si legge facilmente.

Un classico. Tornato in traduzione italiana, nuova, dopo quasi trent’anni. Altre guerre hanno seminato e seminano odio, hanno marchiato e marchiano le vite delle persone, lasciato e lasciano cicatrici nel mondo, ma quella del Vietnam è impressa nel vastissimo immaginario del pianeta, quasi al pari del secondo conflitto mondiale. Le versioni cinematografiche hanno avuto un peso determinante. C’è però un classico, quello dello statunitense Tim O’ Brien, ribattezzato Le cose che portiamo (267 pagine, 17 euro) nella nuova edizione che si deve a Dea Planeta, che a poco a che vedere con rappresentazione, immaginazione, approssimazione e illusione di moltissimi film. C’è la vita vera, ci sono gioventù spezzate nei racconti semi-autobiografici di questo scrittore che, appena laureato, è stato trascinato nel sud est asiatico a combattere; in patria O’ Brien ha raccolto consensi e riconoscimenti, segnandone di fatto la carriera.

Questo libro, ritradotto da Carlo Prosperi, è tutt’altro che edulcorato, tutt’altro che retorico. A un certo punto spiega che in guerra: «Non c’è alcuna nitidezza. È tutto un vortice. Le vecchie regole non sono più vincolanti, le vecchie verità non più vere. Il giusto trabocca nello sbagliato. L’ordine si mescola al caos, l’amore all’odio, il brutto al bello, la legge all’anarchia, la civiltà alla barbarie. I vapori ti risucchiano. Non capisci dove sei né perché ci sei, e l’unica certezza è una travolgente ambiguità». Wow. I personaggi di un immaginario ma molto convincente plotone americano, nei racconti di O’ Brien si portano dietro vari fardelli, l’indecenza e l’orrore della guerra, ma non solo, al terrore e alla disperazione si affiancano anche il desiderio di scoperta, l’emozione e il coraggio. Condannare la guerra come il peggiore abominio è naturale, generalizzare è troppo semplice, e non ha senso, sembra voler dire Le cose che portiamo. Scritto da un veterano, che ha enormi mezzi in termini di scrittura e stile e lo dimostra quasi a ogni pagina. Come succedeva in un altro paio di suoi titoli pubblicati da Feltrinelli.

I ventidue racconti di O’ Brien (molto omogenei, quasi un romanzo) conducono il lettore nella jungla, nella notte, nelle risaie, accanto a uomini carichi di uniformi, armi, premonizioni, competizione, marce, silenzi e scaramanzie (un sasso o un collant), che aspettano lettere e pensano spesso a qualcosa che è lontano nello spazio e nel tempo. Tra calma e tempesta, e anche tra prima e dopo la guerra, non solo durante. Senza nessun insegnamento, è tutto evocato in modo magnifico, ma nessuno punta il dito per impartire una lezione a proposito di qualcosa. Tra verità e fiction, tra 1969 e 1970, la necessità del racconto prevale e, assieme a esso, esplodono le contraddizioni dell’anima, che investono un’unità di fanteria, il primo tenente Jimmy Cross (che pensa alla sia Martha, ma dopo un tragico evento ne brucerà le lettere) e i soldati Norman Bowker (che non accetterà il suo ruolo di civile tornato a casa…), Ted Lavender (ammazzato da un cecchino), Rat Kiley (che si spara a un piede) e Kiowa, la cui morte nel bagno del villaggio pesa su O’Brien, che tornerà a visitare quei luoghi in compagnia della figlia, Kathleen. Non un semplice ex soldato, O’ Brien, ma un autentico cantore di brutalità, paura e, in qualche modo, di pace.

Recensione di Giovanni Leti

  • Tim O'Brien Cover

    (Austin, Minnesota, 1946) scrittore statunitense. Contrario alla guerra, fu mandato in Vietnam (1969-70). È stato tra i primi a scrivere, mescolando realtà e finzione, su quell’esperienza (Se muoio in zona di guerra mettimi in una scatola e spediscimi a casa, If I die in a combat zone box me up and ship me home, 1973, nt; Inseguendo Cacciato, Going after Cacciato, 1978) e sulle cicatrici - fisiche e spirituali - che la guerra lascia in chi è tornato dal fronte ma anche in chi ha atteso a casa quel ritorno (Pesoatomico 238, Nuclear Age, 1985; Quanto pesano i fantasmi, The things they carried, 1990; Il mistero del lago, In the lake of the woods, 1994). In Luglio per sempre (July, July, 2002) la generazione del Sessantotto fa, di fronte ai nuovi conflitti, un bilancio dei propri ideali giovanili. Approfondisci
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