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C'è chi preferisce cimentarsi con il passo lungo del romanzo, con la narrazione distesa degli avvenimenti e il lento delinearsi della psicologia dei personaggi, temendo la misura breve del racconto, il suo aprire e chiudere in poche pagine una vicenda significativa, la sua secchezza impietosa, che non lascia spazio a pause e rallentamenti. Antonio G. Bortoluzzi invece predilige i racconti. Sino a ora almeno, ma domani chissà, anche perché ciascuno dei suoi racconti, che pure ha in sé una compiuta misura narrativa, concorre insieme con gli altri alla formazione di una storia corale, in cui i personaggi ritornano, rievocano un fatto appena accennato, chiariscono una situazione, raccontano una fine che non è mai happy.
Cronache dalla valle raccoglie sedici testi perlopiù di poche o pochissime pagine, ambientati in un paese montano del bellunese, in un periodo di tempo che va dai mesi finali della seconda guerra mondiale ai primi anni cinquanta. Un mondo aspro, roccioso, poverissimo, appartato, in cui la preoccupazione maggiore è la sopravvivenza, un mondo in cui non c'è quasi spazio per momenti di accettabile serenità. Anche le occasioni di festa e di svago, come un pranzo di nozze, sono solo una pausa di stordimento nel cibo e nel vino, un profittare dell'estemporanea abbondanza per dimenticare la quotidiana penuria: "Vedo tutta quella roba sopra i tavoli e penso alle loro mutande rammendate, alle loro camicie della festa con il collo rigirato". (Ma è un emigrato che parla, durante un breve ritorno al paese, uno che è diventato forestiero nel luogo natale).
Per gli uomini, alla sera c'è l'osteria, in cui smemorarsi con bicchieri e bicchieri di vino dozzinale, in cui perdere al gioco delle carte una parte dei pochi soldi guadagnati (o tutti), in cui sfogare attraverso astiosi diverbi la frustrazione dolorosa di un'intera esistenza. In cui magari stramazzare al suolo per un pugno non schivato e non rialzarsi più. E per le donne? Per loro c'è il lavoro doppio dei campi, della stalla e della casa, ci sono le botte dei mariti ubriachi o imbestialiti dalla fatica e dalla mancanza di prospettive, c'è, quando c'è, la rassegnazione o il conforto della religione, oppure la fuga definitiva con un cappio al collo e uno sgabello da scalciare. Soltanto nell'infanzia c'è spazio per le risate, per le favole e per i sogni: subito dopo la durezza della vita, imponendosi, li scaccia per sempre.
Antonio G. Bortoluzzi, che non può aver vissuto quei tempi per ragioni anagrafiche, ma di cui deve aver avuto conoscenza attraverso la narrazione orale, sa però raccontarli senza intenerimenti né compiacimenti, con uno sguardo lucido e fermo (in cui la pietà si insinua esclusivamente nel non detto), attraverso una prosa priva di bellurie, dove ogni parola non è sostituibile né eliminabile e ogni excipit stupisce per il taglio perfetto.
E le sue storie hanno anche un valore civile (o morale, se si preferisce, sebbene l'aggettivo oggi abbia assunto – chissà mai perché – una connotazione quasi negativa, comunque di sorpassato vecchiume). Le sue storie ci ricordano un passato recente che modernità e consumismo hanno frettolosamente seppellito nel pozzo buio della dimenticanza, inseguendo le magnifiche sorti e progressive di impresa, inglese e internet. Ma insegnano anche, ai nostalgici del buon tempo andato, che nell'arcadia non c'erano pastorelle vezzose e agnellini profumati, ma letame, tafani, pidocchi, sporcizia, freddo e fame: la memoria non taroccata come buona maestra.
Margherita Oggero