Traduttore: S. Cosimini
Editore: Iperborea
Collana: Narrativa
Anno edizione: 2014
Pagine: 320 p.
  • EAN: 9788870915303
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“Una nazione che traduce poco e attinge la sua ricchezza solo nei propri pensieri è ristretta. Le traduzioni ampliano gli orizzonti dell’uomo e, al tempo stesso, il mondo”. Il punto lo riassume il personaggio Gísli, nella trilogia di Jón Kalman Stefánsson (Paradiso e inferno, 2011, pp. 240, € 16; La tristezza degli angeli, 2012, pp. 384, € 17,50; Il cuore dell’uomo, 2014, pp. 464, 18,50; tutti pubblicati da Iperborea e tradotti dall’islandese da Silvia Cosimini): il punto è la gratitudine con cui si leggono opere che arrivano (così sembra) dalla fine del mondo e da lingue piene di consonanti, grazie al lavoro di case editrici e traduttori che si occupano di “ampliare il mondo”.
Cosimini racconta come da bambina sognasse di diventare “la Fernanda Pivano islandese” e che con l’autore della trilogia “è stato un colpo di fulmine. Ho sempre pensato che la sua prosa mi appartenesse un po’”. Si percepisce, se questa prosa verrebbe da definirla “islandese” anche quando la si legge in italiano, perché legata, governata dalla meteorologia come solo certi Paesi, potente, capace di improvvisi squarci, piena di vento, mareggiate, nevicate, trasparente, allucinatoria.
Stefánsson, classe 1963, ex professore e bibliotecario di Reykjavík, arriva alla prosa negli anni novanta dopo tre raccolte poetiche, e lo fa restando sul filo dell’imprevedibilità lirica. In Italia, oltre alla trilogia, è stato tradotto il libro che la precede cronologicamente, Luce d’estate ed è subito notte, con cui nel 2005 ha vinto il Premio Islandese per la Letteratura: sorta di diario di un paesino d’Islanda di appena quattrocento abitanti, popolato da bizzarri personaggi, accadimenti surreali, strane leggende. Ma quando si legge la trilogia, ci si accorge di come la terra dell’autore, la terra dei suoi libri, è solo apparentemente una protagonista.
In Paradiso e inferno, la storia è quella di un ragazzo senza nome né famiglia (siamo alla fine dell’Ottocento), e del suo amico Bárður, pescatore di merluzzo appassionato di poesia che lo introduce al mondo della letteratura. La morte in mare di Bárður è l’inizio di un viaggio lungo mille pagine che porta il ragazzo a sfidare le acque, i ghiacciai, le tempeste di neve, in compagnia di un nuovo, silenzioso e ruvido amico, il postino Jens (con il suo arrivo si apre La tristezza degli angeli), che deve consegnare le lettere laddove neanche l’uomo riesce ad arrivare. E sarà un nuovo incidente, come quello capitato a Bárður, a far fermare la strana coppia (il postino gigante e il ragazzo che ama i libri) nel luogo giusto (Il cuore dell’uomo), dove l’uno saprà da cosa ripartire e dove finalmente dirigersi e fermarsi, e l’altro troverà l’amore, diventerà un uomo, imparerà a convivere col dolore non senza nuove peregrinazioni e nuovi incontri.
In un’opera (scandita dalle parole dei morti, simili alle parole tentate degli scrittori) che è libro d’avventura, storia d’amore, saga, trattato di psicologia; un’opera che ha la forza dei classici (forse esistono ancora libri necessari?), è la lingua a raccontarci di più la geografia, mentre il contenuto si scrolla di dosso ogni coordinata per andare sullo scaffale di quei libri dall’ambizione totale di raccontare ogni vita, in qualunque posto, in qualunque momento: il cuore dell’uomo, dove ci si pone quelle domande assolute e disarmanti, “Si tradiscono i morti a sopravvivere?”, “Quante volte un uomo vive con la stessa intensità della corrente elettrica, tanto da illuminare il mondo?”, “Quale nome merita di essere chiamato a voce tanto alta da farlo sentire a tutti, che vita occorre per guadagnarselo?”, “Per cosa si vive?”, “Quanto riesce a sopportare il cuore di un uomo?”, “Ma i morti dormono?”, “Un bacio, cos’è?”.
Così, se ci era sembrato che il mondo di quest’autore non fosse tondo, che avesse una fine, un precipizio o quantomeno un’estrema periferia, al termine dell’odissea dell’eroe senza nome (alla conta dei naufragi, dei pericoli, delle mani, degli annegati, dei dispersi, delle lettere) tutto sembra stare entro un territorio che conosciamo bene, potremmo dire: tra paradiso e inferno. O anche: nelle parole, quello che riescono a cambiare, a muovere, quando le pronunciamo. Pericolose, certo (come per Bárður che ama il Paradiso perduto di Milton, per prendere il libro dimentica la cerata e muore congelato dalle acque), ma che salvano i gesti piccoli “che fanno la differenza tra il niente e il tutto”, fanno sì che la vita non ristagni, fanno sì che sia vita. Il ragazzo aspetta che arrivino alla fine del mondo le parole di Whitman, di Dickens, di Shakespeare, di Omero, le aspetta perché “”la letteratura è meglio del pesce salato”; le aspetta perché vuole partire da “un’esperienza lontana per piantarla nella lingua islandese”; le aspetta per tradurle e mentre le traduce si fa mattina, e poiché le traduce le declama e se le declama le labbra non congelano, come labbra baciate: resta vivo il fuoco, e resta vivo in Islanda, in Italia, alla fine del mondo, nel cuore dell’uomo.
 
Michela Monferrini
 

Recensioni dei clienti

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    clara lunardelli

    28/03/2016 12:11:02

    Terzo e ultimo volume della trilogia. Da leggere, come gli altri due. L'autore accompagna dentro una epopea umana con delicatezza e incanto. Non vorrei aggiungere altro. Lo consiglio.

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    luciano

    18/04/2015 22:50:00

    In quest'ultimo romanzo della trilogia, nel Villaggio, è arrivata la primavera: " Benedetta primavera, ci viene incontro con la luce, gli uccellini, i colori, i fiori gialli e i gorgheggi, arriva con il disgelo sul manto nevoso". Il Villaggio si popola di contadini che vengono a vendere le uova degli uccelli e la pulcinella di mare, nel fiordo arrivano le navi cariche di merci straniere indispensabili per affrontare l'inverno che verrà: "Fichi secchi, acquavite, cotone, legname di prima qualità già tagliato, caffè, c'erano addirittura delle casse di mele". Il ragazzo si innamora e si ripete ciò che la madre, prima di morire, gli aveva scritto nella sua ultima lettera : "Vivi, come puoi, vivi!" Romanzo bellissimo, ricco di suggestioni, di poesia, di pensieri profondi, soprattutto intorno alla morte: "Chi se ne va non torna mai più indietro, lo perdiamo insieme a tutto ciò che possedeva, gli occhi, il sorriso, il movimento delle dita, come dormiva, come alzava lo sguardo al cielo sovrappensiero, come piangeva, baciava, toccava, come esisteva, tutto ciò sparisce non appena sopraggiunge la morte. Sparisce e non torna più... Non moriremo, diventeremo qualcos'altro. Non conosco le parole per dirlo, intendo per spiegarlo. Forse semplicemente ci trasformiamo in musica."

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